18 OTTOBRE 1961: UNA DATA CHIAVE

18 OTTOBRE 1961: UNA DATA CHIAVE

La grande attesa

Le «meraviglie» di Garabandal, che erano quotidiane e si moltiplicavano con ritmo crescente, tenevano con il fiato sospeso un gran numero di persone. E poi, certi dettagli… Il 6 settembre, per esempio, il parroco Don Valentin fece molte domande a Loli, in estasi, per mezzo di Conchita allora in stato normale. Conchita chiese mentalmente alla sua compagna: «Don Valentin continua a dire: “Non so, non so cosa bisogna pensare”… e si chiede quale sia la volontà della Vergine in tutto questo». La risposta di Loli fu precisa e laconica: «Lo si vedrà il 18 ottobre». Questa data era custodita nella memoria delle veggenti sin dall’inizio, poiché già il sabato 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, l’Angelo l’aveva indicata loro sulla scritta posta ai suoi piedi: essa terminava con le cifre romane: XVIII-X-MCMLXI. Sul momento, le ragazze non avevano capito. Qualche giorno dopo, la Vergine Santissima stessa, alla sua terza apparizione, quella del martedì 4 luglio, aveva chiesto alle bambine: «Sapete cosa voleva dire la scritta ai piedi dell’Angelo?» E le quattro bambine avevano risposto all’unisono: “No, non lo sappiamo”. Portava un messaggio, che vi dirò perché voi, il 18 ottobre, lo diciate a tutti». «E ce lo disse», scrive Conchita nel suo diario. Quel giorno, Ella diede loro il testo in forma succinta perché lo imprimessero bene nella memoria. Ma tuttavia dovette in seguito dedicare molte apparizioni a spiegarne il contenuto e lo scopo, perché quelle piccole montanare facevano fatica a comprenderlo nonostante la sua apparente semplicità. Con grande sensibilità pedagogica, questa ineguagliabile Madre e Maestra impartiva la spiegazione a piccole dosi, intercalate nei dialoghi a sorrisi e tenerezze, senza mai manifestare noia né fatica davanti alla loro libertà di linguaggio e al loro chiacchierìo (che molti trovavano senza interesse). Durante tutta quell’indimenticabile estate del ’61, quanti visitatori poterono constatare i curiosi mutamenti negli sguardi delle bambine, nel corso di una stessa estasi! Da visi trasfigurati e angelici a volti oscurati e seri, da sorrisi gioiosi a occhi pieni di lacrime… Dipendeva dalla Visitatrice Celeste che non era là solo per dire o ascoltare cose gradevoli. La data di cui si parlava tanto fin dai primi giorni era ormai molto vicina. Cosa sarebbe successo quel 18 ottobre 1961, giorno fissato per la rivelazione di un segreto, per la pubblicazione di un messaggio? Le bambine mantenevano il riserbo sull’essenza di ciò che vedevano e sentivano durante le loro estasi, ma talvolta, nelle loro confidenze, si lasciavano scappare qualche parola che riusciva a scatenare l’immaginazione e l’impazienza della gente. Per esempio, vennero captate le parole di Conchita durante un’estasi del 3 settembre: «Come sarà bello il Miracolo! Come mi piacerebbe che lo facessi subito! Perché non lo fai adesso? Su, fallo, almeno solo per coloro che credono… A quelli che non credono, non fa né caldo né freddo». Con questo genere di esortazioni, come non supporre che il 18 ottobre sarebbe stata la data del grande miracolo atteso, o per lo meno di qualcosa di sorprendente, di impressionante? Eppure, avvertimenti chiari delle bambine avrebbero dovuto mettere un freno a questa attesa trepidante. A un visitatore che, al momento della partenza, disse a Loli: «Arrivederci al 18 ottobre; quel giorno tornerò perché credo ci sarà un miracolo e ci sarà molta gente», ella replicò con molta vivacità: «Per favore, per favore, non si disturbi a venire per vedere un miracolo. Non abbiamo annunciato niente di simile. La sola cosa che abbiamo detto è che renderemo noto al pubblico un messaggio. Lei potrà conoscerlo più tardi a Santander. Cerchi di capirmi bene, la prego, noi non abbiamo annunciato nessun miracolo per quel giorno». Malgrado queste precise puntualizzazioni, la voce si era sparsa: il 18 ottobre sarebbe successo qualcosa di meraviglioso. Non era forse un mese del tutto particolare? Era il mese del rosario, pratica di devozione che la Vergine aveva tanto raccomandato sin dal primo giorno, e che occupava sempre un posto privilegiato nelle estasi delle bambine. La festa liturgica della Regina del Santissimo Rosario si celebrava il 7 di ottobre, e quell’anno cadeva proprio di sabato, il primo sabato del mese. Tante coincidenze mariane sembravano provvidenzialmente riunite perché si producesse l’evento decisivo, dopo tanti straordinari «fenomeni». Il rosario di quel 7 ottobre fu certamente il più bello dell’anno a Garabandal. Ci fu di tutto: preghiere lente e ben scandite, ardenti (sappiamo come pregassero le piccole in estasi), meditazione silenziosa dei Misteri, canti che affioravano dal cuore molto più che dalle labbra; tutto concorse a rendere esemplare questa preghiera comune. Quel rosario «di festa» non durò meno di due ore e un quarto! Eppure nessuno ne sentì la fatica, le bambine meno di chiunque altro, sprofondate come erano nella loro beata contemplazione. Mentre quest’omaggio così commovente del suo popolo saliva a Lei, la Madonna doveva forse sentire risuonare nel suo cuore, con forza particolare, le antiche e profetiche parole del Creatore: «Mi ha detto: fissa la tenda in Giacobbe E prendi in eredità Israele, E poni le radici in mezzo ai miei eletti» (Sir 24, 8-12). Non veniva Lei a Garabandal espressamente per compiere questo programma? Un nuovo Israele attendeva l’Anticipatrice di Dio per raccogliersi intorno a Lei e consolidare l’Alleanza divina. Quello stesso 7 ottobre arrivarono a Garabandal il dottore e la signora Ortiz. Lui, prestigioso pediatra di Santander; lei, Paquina de la Roza , donna di grande sensibilità e dotata di sottile chiaroveggenza. Venivano decisi a trascorrere li le loro vacanze, a dispetto della mancanza di comodità, per seguire da vicino quei fenomeni che già li avevano fortemente coinvolti. Diventeranno così testimoni d’eccezione di molti fatti. La loro preziosa testimonianza è essenziale per cogliere meglio, oggi, gli eventi nel loro insieme Di tutti i medici che vennero successivamente a Garabandal, il dottor Ortiz fu quello che «studiò» le bambine con maggior attenzione e perseveranza, restando in contatto diretto con loro man mano che si susseguivano le estasi. La sua conclusione fu che erano perfettamente normali, e che quei fenomeni di cui erano protagoniste non potevano avere una spiegazione naturale. Nelle loro annotazioni, i signori Ortiz riportano, di quei giorni, non solo fatti importanti, ma anche dettagli deliziosamente curiosi; come questo: Conchita e Loli – che non avrebbero potuto in nessun modo presentarsi a un concorso di canto… – cantavano in estasi l’Ave Maria, sulla porta della chiesa, in un duetto di mirabile precisione; o quest’altro: Conchita, sorpresa da un’estasi mentre mangiava seduta accanto al camino, restò incredibilmente bloccata con un bicchiere di latte in mano, né ci fu modo di toglierglielo per tutto il tempo dell’apparizione. Altri episodi di quei giorni furono di più elevato livello. La stessa Conchita ne fa cenno nel suo diario : «Durante un’apparizione, mentre scendevamo dai Pini Loli ed io circondate dalla folla, vedemmo come un fuoco tra le nubi. Anche la gente lo vide, quelli che erano con noi e quelli che erano rimasti in paese. Quando quel fuoco misterioso cessò, ci apparve la Vergine Madre. Le domandammo cosa fosse. Ella ci disse: “E in quel fuoco che sono venuta”» Un altro segno celeste (Lc 21, li e 15) si manifestò il 12 ottobre, festa della Madonna del Pilar. Le estasi delle bambine cominciarono sul finire del giorno e si protrassero fin dopo la mezzanotte. Durante un’estasi, Loli e Conchita proruppero insieme in un grido, mentre alzavano le braccia. «Istintivamente – scrive il dottor Ortiz – i nostri sguardi si volsero verso il cielo e vedemmo avanzare da nord in direzione sud (vale a dire verso i Pini), una stella di grande luminosità che lasciava dietro di sé una scia che durò qualche secondo». Secondo le asserzioni di Don Valentin, «la luce non poteva, in nessun modo, essere confusa con quella di una stella cadente o una cometa». Questi fatti, probabilmente amplificati dal racconto da persona a persona, fecero sulla gente una grande impressione, così che veniva naturale chiedersi: «Quale sarà la conclusione di tutto ciò? Cosa vedremo il prossimo 18 ottobre?». All’avvicinarsi di quella data, arrivarono alcune personalità vicine alla gente di Garabandal: Padre Ramon Andréu, per esempio, che fece il viaggio in compagnia di un ingegnere tedesco residente da molto tempo in Spagna, Maximo Fòschler Entemann, che non era cattolico, ma protestante di grande fede. Venendo dalla Castiglia attraverso il passo di Piedras Luengas, furono vittime, prima di giungere a Garabandal, di un grave incidente stradale da cui il Padre uscì con una caviglia fratturata. Nel corso della notte, nella casa dove era ospitato, Padre Ramon si sentì molto male, con nausea, sudori freddi, una forte infiammazione e dolori insopportabili alla caviglia sinistra; anche il solo lieve peso della coperta gli era intollerabile. Le ore della notte gli sembrarono interminabili… Ma, verso le 3 e mezzo del mattino, si udì in strada un rumore strano e, poco dopo, Jacinta in estasi si presentò davanti a lui e gli diede il crocifisso da baciare, mormorandogli qualche parola… Nello stesso istante in cui baciava il piccolo crocifisso che gli tendeva la veggente, il Padre sentì il dolore scomparire completamente. Ma si guardò bene dal parlarne subito alle persone che accompagnavano Jacinta. Perché? Per timore che tutto fosse effetto della tremenda emozione del momento; più ancora – come confesso lui stesso più tardi – per paura di rendersi ridicolo. (Come certi intellettuali, anche se consacrati, si tengono talvolta a distanza dall’umiltà e dalla semplicità di cuore che Gesù aveva tanto raccomandato!). Nelle ore successive della notte riuscì a riposare. All’alba di domenica 15 ottobre, un medico si presentò per constatare le condizioni del malato: si trovava anch’egli di passaggio a Garabandal e, la sera prima, aveva suggerito di portare in ambulanza il ferito all’ospedale di Santander. Trovò il Padre alzato, seduto sul bordo del letto. – Ma cosa sta facendo? – Cerco di alzarmi… – Ma è impazzito? Mi faccia vedere! Il medico mise un ginocchio a terra per esaminare meglio la caviglia ferita; alzò lo sguardo sul Padre e gli disse: – Non capisco come possa scherzare così. Coraggio, mi mostri la caviglia malata. Con apparente indifferenza, il Padre gli mostrò l’altra caviglia (quella sana!). Il medico la esaminò con molta attenzione… la confrontò con l’altra, e, alzando di nuovo lo sguardo verso il sacerdote, mormorò con un’ espressione difficile da descrivere: – Che cose strane accadono in questo paese! Quella mattina, Padre Andréu celebrò la messa domenicale in parrocchia; e nessuno poté rendersi conto, né dalla sua andatura, né dai suoi movimenti, del grave incidente del giorno prima. Fu solo in seguito che confidò al suo compagno di viaggio Fòschler ciò che era realmente successo: «Quando, ieri in piena notte, Jacinta venne a farmi baciare il crocifisso, mi disse: “Padre, la Santa Vergine mi ha detto che lei stava molto male, ma mi ha anche incaricato di dirle che è guarito”. E in quel preciso istante i miei dolori scomparvero». Il 17 ottobre, Garabandal fu immersa in un’atmosfera di grande e luminosa speranza. Arrivò una folla numerosa, ansiosa di ciò che sarebbe potuto accadere l’indomani. La tensione dell’attesa era in alcuni colma di tranquilla certezza, in altri vibrante di nervosa preoccupazione. Cosa sarebbe successo? E se non fosse successo niente? Uno dei più inquieti, in continuo e ansioso andirivieni per le vie del paese, era il parroco, il buon Don Valentin Marichalar. Si sentiva coinvolto in prima persona. Neanche i genitori delle veggenti erano molto tranquilli: non potevano dubitare della sincerità delle loro figlie, ma si trovavano di fronte a eventi così straordinari, talmente fuori dalla loro comprensione… In mezzo a tante ansie e tanti dubbi, le bambine erano le più serene. Non avevano alcun dubbio sulla realtà delle loro visioni; avevano completa fiducia nella Vergine.

Il 18 ottobre

La notte fra il 17 e il 18 ottobre piovve senza sosta. Nel buio e nel silenzio, su tutta la distesa del versante cantabrico si poteva udire l’immensa e sorda sinfonia dell’acqua che scrosciava instancabilmente: le cateratte del cielo parevano inesauribili. Tuttavia, prima che la luce del giorno riuscisse a perforare lo spessore della bruma, molte auto misero in moto i loro motori. Ecco il racconto che Maria Herrero de Gallardo ha fatto del suo viaggio: «Quel 18 ottobre 1961, quando si levò l’alba, pioveva a dirotto su tutta la provincia di Santander. Partimmo di buon ora da Santander ma, fin dalle alture di Carmona, fummo costretti ad accodarci a una fila di macchine che ci precedeva e che si dirigeva come noi verso San Sebastian de Garabandal. A Cossio, riuscimmo finalmente a parcheggiare l’auto in un piccolo slargo. Ma avevamo davanti a noi sei terribili chilometri da fare a piedi. La pioggia incessante aveva trasformato la salita in un pantano scivoloso. Tenendo con una mano l’ombrello, e usando l’altra per attutire le continue scivolate, proseguimmo il nostro cammino. Ricordo quella salita come un vero calvario che durò più di tre ore». In mezzo a tanta pena e nonostante le sofferenze sopportate, dalle labbra e dai cuori dei pellegrini salivano le parole del Salmo: «Verso Te, Dimora Santa, Verso Te, Terra di Salvezza, Pellegrini, viaggiatori, andiamo verso Te! » Il villaggio si popolò di folla. La gente non smetteva di affluire da ogni parte. Qual era l’atmosfera? «La folla – scrive ancora Maria Herrero de Gallardo – invadeva le strade in attesa dell’evento e tutti speravano in qualcosa di veramente straordinario. Eppure, pochi giorni prima, Loli e Jacinta mi avevano avvertita che non bisognava aspettarsi nessun miracolo; esse avevano soltanto detto che sarebbe stato reso noto il messaggio ricevuto. Nonostante tutto, nessuno accettava di lasciarsi dissuadere. Le ore passavano lentamente… Il cattivo tempo peggiorava; la gente si riparava come poteva: in chiesa, nelle case, sotto i portici. Gli abitanti del paese si comportarono con i visitatori nella maniera più affabile e ospitale: dettero prova di molta carità e pazienza. Sebbene avessi trovato rifugio in una casa, non riuscivo a sottrarmi all’atmosfera animata delle vie e viuzze. Si sentivano gruppi di persone esprimersi in diverse lingue, anche se lo spagnolo, naturalmente, predominava. Il comportamento di quel pubblico non era uniforme. Molte donne si comportavano con eccessiva agitazione e un po’ troppa disinvoltura; gli uomini, in generale, mostravano maggior rispetto, come anche i giovani, accorsi numerosi. Coloro che erano saliti al paese con fede autentica, si mostravano felici, animati, pieni di speranza; si dedicavano alla preghiera senza preoccuparsi dell’inclemenza del tempo (molti di loro non avevano probabilmente neanche mangiato). Davanti a ognuna delle case delle veggenti, erano appostate due guardie civili a cavallo, per impedire l’entrata ai numerosi curiosi che cercavano ad ogni costo di conoscere, baciare le bambine e parlare con loro».

L’ora x

Fin da metà pomeriggio, la gente cominciò a prendere posto nei luoghi in cui si pensava dovesse prodursi il grande evento. Ma a questo proposito vi era una grande divergenza di vedute: alcuni pensavano che sarebbe successo ai Pini, altri alla «Calleja», altri infine (e sembravano i meglio informati), in chiesa. Molti dei membri della Commissione nominata dal Vescovo si trovavano in paese loro malgrado ed erano piuttosto corrucciati. Non tutti erano presenti come avrebbe richiesto il loro compito, forse a causa del maltempo. Quelli che erano presenti si mostrarono estremamente scontrosi non vedevano l’ora che tutto finisse al più presto. La notte si avvicinava: non si poteva prevedere ciò che sarebbe successo con tutta quella folla, in piena oscurità (nonostante le lampade tascabili e le lanterne), su quei pessimi sentieri, con un tempo così inclemente. Ciò che accadde è descritto chiaramente nel diario di Conchita: « La Santa Vergine ci disse, durante l’apparizione del 4 luglio: “Sapete cosa rappresenta la scritta ai piedi dell’Angelo? Ebbene! Si tratta di un messaggio che vi darò il 18 ottobre e che trasmetterete, a vostra volta, alla gente”. Ci spiegò, in seguito, il significato di questo messaggio e come avremmo dovuto comunicarlo, il 18 ottobre, sotto il portico della chiesa; Don Valentin avrebbe dovuto ripeterlo la sera, alle 10 e 30, ai Pini». Ma queste istruzioni non furono seguite. I componenti della Commissione ritennero di potersi attribuire il diritto di modificare il programma stabilito dal Cielo… e fecero autoritariamente pressione su Don Valentin perché ne accelerasse e semplificasse lo svolgimento. Verso le 8 di sera, Don Valentin, per sottomettersi ai desideri della Commissione, andò a cercare le bambine. Rapidamente, la notizia si sparse ovunque: «Ai Pini, ai Pini… » «Ci avviammo – prosegue nel racconto Maria Herrero – inciampando nell’oscurità, affondando in una specie di alluvione di fango, di pietre e di rami caduti dal versante dei Pini. Cadevamo, talvolta rotolavamo, camminavano a quattro gambe, aggrappandoci alle grosse pietre del suolo e ai rovi ai lati del sentiero. Nonostante le continue cadute e scivoloni, nessuno, che io sappia, si era ferito, o contuso: non è sorprendente? Devo confessare che terminai la salita di cattivo umore non trovando in cima un posto di mio gradimento. Alla fine riuscii a piazzarmi in un luogo strategico per essere in grado di vedere bene, sebbene non fossi in prima fila: la visibilità era abbastanza buona grazie a molte lanterne e lampade accese. Dopo qualche minuto di attesa apparvero, a una certa distanza, le quattro fragili figure delle bambine, circondate da diverse guardie civili a cavallo». Improvvisamente il tempo mutò: «La tempesta di pioggia e nevischio che ci bagnava fino alle midolla e che toglieva ogni visibilità cessò di colpo; un forte vento sgombrò le nubi scure e pesanti, e apparve la luna. Una luce pallida rischiarò tutto: i Pini, i sacerdoti, le bambine, le guardie civili. Confesso che fu per me uno spettacolo impressionante». Molti, in quel momento, credettero con certezza che il miracolo tanto atteso stesse per verificarsi… E invece non accadde nulla. O, piuttosto, ci fu soltanto la proclamazione del messaggio, annunciata dalle bambine, ma in forma ben diversa da quella prescritta dalla Vergine. Le veggenti consegnarono a Don Valentin l’umile foglio su cui figurava il testo del messaggio, firmato da tutte e quattro. Secondo le istruzioni della Madonna, Don Valentin avrebbe dovuto proclamarlo lui stesso ai Pini, ma «lo lesse per sé e ce lo rese perché lo leggessimo noi» (diario di Conchita, pag. 38): Il signor parroco del paese non ebbe il coraggio di proclamare al pubblico quel breve testo perché giudicato da lui troppo puerile. La gente aspettava qualcosa di grandioso, di sensazionale, ma questo… La nostra mancanza di rettitudine ci ha resi complicati, per cui restiamo indifferenti di fronte alle cose semplici. «Distinguevo chiaramente – continua Maria Herrero – la voce infantile di Conchita che leggeva il messaggio». Due uomini rilessero successivamente, a voce alta, il messaggio, perché non si era sentita bene la voce della bambina. Così fu reso noto ciò che era stato stabilito. Dalla notte di Garabandal si proiettava sulla notte del mondo la luce di poche parole, chiare e precise, che avrebbero lasciato forse insoddisfatte le anime complicate o orgogliose, ma che avrebbero offerto ai cuori semplici e aperti materia di profonde riflessioni sulla Salvezza:

 

«E’ necessario fare molti sacrifici, molta penitenza, visitare spesso il Santo Sacramento ma prima di tutto bisogna essere molto buoni. E se non lo faremo, vi sarà per noi un “castigo”; già la coppa si sta riempiendo, e, se non cambiamo, il castigo sarà grandissimo».

 

Queste poche righe sembrarono insufficienti per soddisfare l’ansia miracolistica dei presenti o fare sensazione. Per molti queste parole non avevano un grande significato; eppure erano un nuovo e impellente richiamo per la nostra Salvezza.

La delusione

All’immensa curiosità che aveva preceduto quell’indimenticabile notte si sostituì uno sgradevolissimo senso di delusione. Il racconto di un testimone ci servirà a comprendere i sentimenti di molti presenti. Ci serviamo ancora degli scritti di Maria Herrero de Gallardo: «Dopo aver udito il messaggio che la gente trasmise di bocca in bocca, mi sentii fortemente delusa. Che significato aveva tutto questo? Sembrava tutto così puerile. Tuttavia conoscevo abbastanza le bambine per pensare che non stessero improvvisando né mentendo. Allora? Rimasi perplessa e di cattivo umore». Come molti altri se ne andò precipitosamente da quel luogo. Tanti sforzi penosi, tante ore di attesa e di fatica… per cosa? Tutti pensavano di aver commesso una ingenua sciocchezza: nessuno poteva immaginare che gli eventi di Garabandal avrebbero avuto un tale epilogo. Nessuno, forse, sentì tanto bruciante questa sensazione di delusione quanto Padre Ramon Maria Andréu. In quel luogo aveva ricevuto più benefici di chiunque altro; si ritrovò – come pochi – duramente messo alla prova. «Un immensa amarezza interiore mi invase all’improvviso, brutalmente. Mi trovavo perso nella notte, nel vero senso della parola, in mezzo a una moltitudine di ombre che salivano e scendevano, con l’anima turbata da una tremenda afflizione, sommerso da una sensazione insopportabile di solitudine, comprendendo improvvisamente quanto fosse ridicolo tutto ciò… Una sola cosa restava chiara e indelebile nella mia memoria: la morte del mio povero fratello, Padre Luis, poco più di due mesi prima. Credo di non aver mai conosciuto nel corso della mia vita una tale desolazione. Sentii il desiderio violento di andarmene il più presto possibile lontano, in America. E mi dicevo: “Cosa ci fai qui? Queste bambine sono solo delle povere malate. E tutto ciò è solo una commedia di montanari ritardati…” Con lo sguardo interrogavo il Cielo. Avrei voluto veder prodursi il grande miracolo (che le bambine non avevano mai annunciato per il 18 ottobre), ma non succedeva niente e la mia delusione era totale». Sciolto il raduno ai Pini, il Padre cominciò a camminare come alla deriva, fra le vie del paese. All’improvviso vennero a chiamarlo da parte di Loli. Questa gli disse che sapeva del dolore che aveva provato interiormente: la Madonna glielo aveva rivelato mentre scendevano dai Pini… Da li, Padre Ramon andò a casa di Conchita che gli confermò interamente tutto ciò che aveva detto la sua compagna: «Sì, la Madonna mi ha rivelato tutto quello che lei ha pensato e i luoghi precisi dove lei ha dubitato. Lei ha sofferto molto. Ma ora mi ha incaricato di avvertirla che questa sua esperienza le servirà affinché in futuro se ne ricordi e non dubiti più». «L’indomani – il Padre lo raccontò più di una volta – su una foto particolareggiata dei Pini e dei dintorni, Conchita indicò con il dito ciascuno del luoghi dove ero stato, e ciò che avevo pensato in ognuno di quei luoghi. Non fece nessun errore. Come conseguenza, vissi quindici giorni quasi come un sonnambulo, sotto l’influsso di una terribile sensazione: mentre credevo di essere completamente isolato, ero stato controllato nell’intimo dei miei pensieri; e questi pensieri erano stati svelati in dettaglio a quelle bambine, dalla misteriosa Persona che dicevano di vedere». Non tutti ebbero la grazia accordata a Padre Andréu. Una folla numerosa scese, in condizioni estremamente precarie, lungo i difficili sentieri di Garabandal. E quanti portavano nel loro cuore la ferita di un’oscura notte di delusione! Uniamoci alla nostra testimone Maria Herrero: «Una valanga di persone scendeva in fretta, a gran velocità, scivolando e spingendo. In aggiunta a questa confusione, si scatenò un temporale come non ne avevo mai visti: i rombi di un tuono assordante risuonavano nella valle, i fulmini striavano il cielo buio della notte accecandoci con il loro bagliore. Non si sentivano più, come durante la salita, preghiere e canti. Quante volte avevo invocato San Michele! Dovetti percorrere scalza l’ultimo chilometro prima di Cossio; a contatto con quel pantano pietroso, le scarpe si erano rotte e fui costretta a buttarle via. E nonostante questo, che crediate al prodigio o no, non riportai la minima escoriazione o la minima ferita. I piedi erano intatti come se fossi scesa su un tappeto. Quando, a un ora molto avanzata della notte, mi ritrovai finalmente nella mia camera a Santander, piansi, desolata. La pagina di Garabandal mi sembrava definitivamente chiusa». Termina così il suo racconto: «Tutti gli avvenimenti di quel giorno sono rimasti profondamente impressi nella mia memoria, come l’immagine di una giornata di “illusione e penitenza”: pallida immagine di ciò che ci riserverà il giorno del Giudizio. Ogni dettaglio sembrava essere stato previsto per metterci alla prova: furono veramente momenti di purificazione. Nulla mi ha mai procurato una tale impressione del timor di Dio come quel giorno». A dir la verità, quel 18 ottobre 1961 tanto a lungo atteso, così diverso da quello che molti speravano, è senza alcun dubbio uno dei momenti culminanti del grande mistero di Garabandal, una data chiave, una giornata con un non so che di Sinai (Es 19,16). Questa data segna, per Garabandal, la prima ammonizione escatologica del Cielo al mondo d’oggi; questo mondo così ostinato nella sua ribellione. Nello stesso tempo, avvenne una sorta di selezione naturale tra le file dei testimoni, una prima «cernita» tra gli entusiasmi facili, non sempre limpidi e autentici dell’inizio. Non era stato annunciato nessun miracolo. Ma praticamente tutti lo aspettavano… Ora, il miracolo non avvenne! Eppure possiamo porci la domanda: «I fatti si sarebbero svolti in questo modo se i rappresentanti dell’autorità diocesana avessero fedelmente compiuto la loro missione e se si fosse agito in accordo con le istruzioni che le bambine riferivano di aver ricevuto? » Sottomissione e umiltà aprono le porte ai miracoli del Cielo. Al contrario, le chiude la nostra pretesa di ritoccare i Suoi disegni secondo il nostro giudizio e il nostro «buon senso». In questo campo dobbiamo obbedire, non tracciare noi la strada o fissare noi i programmi. «Distruggerò la sapienza dei sapienti, annullerò l’intelligenza degli intelligenti» (1 Cor 1, 19).

 

 IL PRIMO «INVERNO» DI GARABANDAL

18 OTTOBRE 1961: UNA DATA CHIAVEultima modifica: 2012-11-28T13:08:00+01:00da giuliusvinco56