RIFIORISCE LA SPERANZA

RIFIORISCE LA SPERANZA

Tempo di Quaresima

La Quaresima , tempo forte della liturgia e della vita cristiana, sarebbe cominciata tardi, in quell’anno 1962. Il Mercoledì delle Ceneri, giornata densa di significato, cadeva il 7 marzo. Gli abitanti di Garabandal sapevano che la Quaresima è un tempo di penitenza, per cui tentavano di imporsi qualche mortificazione secondo le antiche tradizioni. Tuttavia, alla luce di quello che succedeva, quelle penitenze tradizionali acquisivano per tutti, o almeno per molti, un significato particolare. Fu così che la richiesta di un miracolo – non nuova per altro nelle preghiere estatiche delle ragazze – divenne supplica quotidiana. Il 12 marzo, si udì chiaramente questa supplica nel corso d’un colloquio di Loli con il defunto Padre Luis Maria Andréu. Due giorni più tardi, il 14, Jacinta ripeteva con insistenza alla Madonna: «Su, compi il miracolo, così la gente finalmente crederà». E Maximina Gonzàlez scriveva fin dal 7 marzo alla signora Asuncion Pifarré: «La notte scorsa Jacinta e Mari-Loli chiedevano, come sempre, un miracolo: “Dai! dicevano, fai un miracolo. Lo farai? Dai! Vengano splendori, poiché la gente non crede. Fa’ un mira

colo affinché tutti credano… Dopo l’estasi abbiamo chiesto loro cosa avesse risposto la Santa Vergine ; esse replicarono che, per tutta risposta, la Vergine sorrideva». Eppure numerosi miracoli si erano prodotti a Garabandal e continuavano a prodursi, ma non erano sufficientemente spettacolari agli occhi della gente. Probabilmente le bambine non avrebbero insistito tanto se la Madonna non avesse lasciato loro intendere che alla fine sarebbe giunta una grande «prova» circa la verità di questi eventi. «Crederanno! Crederanno!», era solita ripetere in tono profetico – anche se un po’ afflitto – la misteriosa Apparizione. L’umana, la troppo umana impazienza dei fedeli era spiegabile: i mesi passavano e non succedeva nulla di decisivo. Di queste settimane di Quaresima, scandite da meraviglie «ordinarie», la giornata del 18 marzo, vigilia di San Giuseppe, fu particolarmente luminosa. Domenica 18 marzo arrivarono a Garabandal due preti in abiti civili: uno dei due era il celebre Padre José Silva, fondatore della «Città dei Ragazzi» di Orense. Durante il pomeriggio e la notte dal 18 al 19, non smise di seguire da vicino le ragazze in estasi, ferme o in movimento, a volte importunandole e sforzandosi di cogliere quanto più possibile dei loro misteriosi dialoghi. I genitori delle piccole veggenti dovettero richiamarlo all’ordine, così come il brigadiere della guardia civile. Alla fine, un sacerdote in abito talare, notando che questi rimproveri non sortivano effetto, e vedendo che Jacinta aveva persino rischiato di cadere, spinse malamente Padre Silva credendo si trattasse di uno scocciatore qualunque. Nello stesso istante, Jacinta si voltò e pose il crocifisso sulla bocca dei due sacerdoti, che si guardarono, si capirono, si abbracciarono e si avviarono insieme verso la chiesa, dove si confessarono reciprocamente fra le lacrime. Siccome non avevano l’autorizzazione per celebrare la messa all’interno della chiesa, decisero di farvi un’ora di Adorazione notturna. La cosa era difficile per una questione di permesso e di chiavi: della chiesa, della sacrestia, del tabernacolo. Alla fine, tutto si risolse: i due sacerdoti fecero un’ora di Adorazione «sui generis». Uno dei due testimoniò poi: «Abbiamo recitato il rosario come non mai in vita nostra, quasi tutto con le braccia aperte a forma di croce». E il brigadiere della guardia civile, Juan Alvarez Seco: «Potemmo fare l’ora di Adorazione, in alcuni momenti con le braccia aperte a forma di croce. In seguito facemmo quasi tutti la Santa comunione. Fu meraviglioso». Maximina, in una lettera del 21 marzo alla famiglia Ortiz di Santander, scrive: « C’erano qui molti sacerdoti… L’altra notte, alle 3 del mattino, nel corso di un’ora di Adorazione, chiesero ad alcuni dei presenti di commentare i misteri del rosario. Il primo fu il signor Matutano. La gente piangeva commossa. Il Marchese di Santa Maria si scusò di non poterlo fare a causa dell’emozione che lo attanagliava. I Padri parlarono molto e Padre Silva notò: “Che peccato per colui che, ammesso a contemplare tutte queste meraviglie, si rifiuti poi di meditarle. Io giuro davanti a Dio: credo che tutto questo sia vero”. Parlarono moltissimo… » Pochi giorni più tardi, un’altra giornata meravigliosa: quella del 25 marzo, festa dell’Annunciazione della Vergine Santissima (che dà inizio al punto più alto della storia: l’Incarnazione del Figlio di Dio). In quell’anno coincideva con la terza domenica di Quaresima. Sim6n, il buon padre di Jacinta, qualche giorno più tardi confessava al dottor Ortiz: «Avevo spesso pensato che, a causa della data, quel giorno sarebbe stato particolare. E così avvenne. Le tre bambine, Conchita, Mari-Loli e mia figlia, che fino ad allora avevano sempre recitato il rosario, quel giorno lo cantarono dall’inizio alla fine. All’inizio dell’Apparizione solo un piccolo numero di noi le accompagnava, ma poco a poco la gente uscì di casa e alla fine, quasi tutto il paese era presente. Provavo una gioia immensa; in effetti, conosco bene mia figlia, so quanto sia timida e per questo pensavo: deve sicuramente contemplare qualcosa di meraviglioso per cantare in quel modo. La mia gioia e la mia emozione in quel giorno furono così intense quasi avessi visto l’Apparizione stessa! » Anche Maximina dà la sua testimonianza: «La domenica, giorno dell’Annunciazione, le estasi cominciarono alle 9 e mezzo e si conclusero a mezzanotte. Le ragazze cominciarono il rosario cantando. Poi riferirono che la Madonna chiedeva a tutti di partecipare: cantavamo tutti, non so se potete immaginare la nostra straordinaria emozione. Sempre cantando scendemmo poi al cimitero e, in ginocchio, recitammo un mistero sul portale d’ingresso. All’improvviso, Conchita passò il braccio attraverso la griglia del portale con il crocifisso in mano: sembrava che volesse offrirlo da baciare. Si commossero persino i cuori più duri… Poi, sempre cantando sino alla fine, tornammo al paese. Intonammo la Salve Regina , il cantico “Cantiamo l’amore degli amori” e altri canti che le bambine inventavano nella loro estasi… E dicevano: “Ah! quanto è contenta la Madonna per la presenza di così tanta gente! Come sorride! Come ci guarda tutti!”»

«Le mie vie… » dice il Signore

Mentre la gente incalzava le bambine a chiedere un miracolo (un miracolo spettacolare, perfettamente convincente secondo criteri umani), non riusciva a discernere i numerosi miracoli che si realizzavano, più incredibili e importanti per la salvezza delle anime di qualsiasi altro prodigio straordinario. Di questi miracoli, ricchi di grazia salvifica ma non abbastanza vistosi, pochi sono giunti a nostra conoscenza: e ciò si spiega a causa del loro carattere eminentemente intimo. Come, per esempio, il caso di una signorina di Segovia. Tutti sapevano della sua condotta «mondana»: scoprì a Garabandal la sua vera vocazione, e, serenamente ma irrevocabilmente, entrò nell’Ordine delle Figlie della Carità. Il fatto successe alla fine del gennaio ‘ 62, in seguito ad alcuni segni da lei ricevuti durante l’estasi di Loli. Nessuno avrebbe potuto prevedere quel cambiamento interiore che si manifestò la notte stessa. Il giorno seguente la madre della signorina confidava a una sua amica: «Dev’essere successo qualcosa di eccezionale a mia figlia: ha pianto tutta la notte! E non ricordo di averla mai vista piangere prima d’ora». Qualche tempo dopo, l’ingegnere tedesco già ricordato, Maximo Fòschler, trovò a Garabandal la fede. La scrivo in corsivo per indicare che non si tratta di una fede qualsiasi, ma della fede cristiana per antonomasia, quella cattolica, la sola che io consideri veramente piena. (Scrivendo questo, non ho intenzione di manifestare nessuna disistima per altre credenze, se sono professate con retta intenzione). Con rettitudine, l’ingegner Fòschler praticava la religione protestante nella quale era stato cresciuto ed educato da genitori pii. Salì a Garabandal non a causa di dubbi religiosi, ma per l’amicizia che lo legava alla famiglia Andréu. Ne abbiamo già parlato. All’epoca della sua prima visita, accadde l’incidente d’auto al Col de Piedras Luengas, seguito dall’inspiegabile guarigione della caviglia fratturata di Padre Ramon. Perché tornò di nuovo a queste alture all’inizio del 1962? «Padre Ramon Maria Andréu doveva iniziare un corso di Esercizi Spirituali a Loyola il 19 marzo: ci teneva molto che vi partecipassi anch’io. Francamente, non avevo gran voglia di andarci: mi chiedevo cosa potesse farci un protestante in un santuario come quello di Loyola. Per questo decisi di tornare a Garabandal nella speranza di trovare una soluzione. Arrivammo al villaggio sabato 17 marzo. Formavamo un bel gruppo di amici di Madrid, insieme con mia moglie e uno dei miei figli. Vedemmo una prima estasi di Mari-Loli alle 9 di sera: intesi che quest’estasi sembrava interamente dedicata a mia moglie, a mio figlio ed a me. Raccontare nei dettagli cosa successe renderebbe il resoconto interminabile. Il giorno successivo, seconda domenica di Quaresima, alle 6 del pomeriggio, assistemmo tutti al rosario che per me fu veramente emozionante ». Durante questo rosario, l’ingegner Fòschler chiese insistentemente che se tutto quello proveniva dalla Vergine, gliene fosse data una prova tangibile, senza equivoci, più precisamente durante un’estasi di Jacinta (che da molti giorni non ne aveva), una prova per lui, lui solo. Durante le prime ore della notte, Mari-Loli ebbe un’apparizione, da sola, con una marcia estatica per le vie del paese: Maximo Fòschler pensò che gli esercizi a Loyola non rientrassero nel suo destino. Improvvisamente, a notte già avanzata, venne annunciato che Jacinta aveva avuto la «chiamata» e alle 3 precise cominciò la sua estasi. Per un po’, l’ingegnere si mescolò tra coloro che accompagnavano la marcia estatica; ma, vedendo che non succedeva niente, niente di ciò che aveva chiesto, si ritirò rattristato nel piccolo bar di Ceferino. Alcuni minuti più tardi vi giunge la bambina in estasi; si fa strada in mezzo agli astanti e va diritta verso l’ingegner Fòschler dandogli da baciare il crocifisso con il quale lo segna consecutivamente per tre volte: lui, e nessun altro… «La risposta del Cielo era evidente per me: il giorno dopo, 19 marzo, arrivavo a Loyola per cominciare i primi Esercizi Spirituali della mia vita». Quello che successe in seguito, il lettore può immaginarlo: Maximo Fòschler entrò solennemente nella Chiesa cattolica, con il battesimo del 31 marzo, e il giorno seguente, 1 aprile, riceveva commosso la sua Prima Comunione. Le grazie del Signore verso questa persona a Garabandal non terminarono con la sua conversione al cattolicesimo. «Nel corso di altre visite, mi successero molte cose; non posso raccontarle tutte nei dettagli… Ma non posso tacere quanto segue: Un giorno Mari-Loli, all’uscita da un’estasi, mi prese in disparte e mi comunicò quello che la Vergine Santissima le aveva detto di me… Con la timidezza propria delle ragazzine e con la poca cultura che aveva allora, Loli mi parlò a lungo con grande naturalezza. Mi raccontò tutta la mia vita, gli eventi, le situazioni, dai primi anni fino a quel giorno… Assolutamente nessuno al paese poteva conoscere tali dettagli… (alcuni erano sconosciuti persino a mia moglie; io stesso ne avevo dimenticati molti, che mi tornarono in mente mentre li sentivo ricordare dalla bambina)». Anche questo fatto ha una «spiegazione naturale», secondo l’opinione più volte ribadita, ma mai provata, della famosa Commissione d’inchiesta? O era un gioco da bambine, come si volle pretendere? La gente persisteva a chiedere un miracolo per credere. Non possiamo non fare la seguente osservazione: la prima conversione alla fede fu quella di una giovane israelita; la seconda quella di un protestante; la terza? Ci piacerebbe poterlo scrivere: quella di un cristiano ortodosso (vale a dire di un fedele delle Chiese orientali scismatiche). Allora per una grazia provvidenziale si troverebbero simbolicamente raccolte in correlazione con il mistero di Garabandal, le tre più importanti fedi dei «fratelli separati» che per Maria, nostra Madre, dovranno un giorno riunirsi in Gesù per realizzare il desiderio a Lui tanto caro: che si faccia un solo gregge sotto un solo Pastore. Ma se ancora ignoriamo se un ortodosso si sia mai convertito alla nostra fede a Garabandal, sappiamo però che le bambine, fin dall’inizio, salutarono la Celeste Apparizione nell’antica lingua liturgica dei cristiani d’Oriente, recitando più di una volta l’Ave Maria in greco. Ora, nel disegno di Dio, tutti i dettagli hanno il loro significato e la loro portata.

Il tempo del Mistero Pasquale

Per il cristiano, la Quaresima si conclude con una settimana che, per la sua densità liturgica e religiosa, è celebrata come Settimana Santa. Non deve stupire il fatto che il carattere penitenziale proprio di tutta la Quaresima raggiunga il suo punto culminante in quest’ultima settimana. Da sempre i figli della Chiesa l’hanno vissuta così. Anche la Vergine Santissima ha tenuto a sottolinearlo in quella Settimana Santa del 1962 passata con i suoi a Garabandal. E’ sufficiente ricordare un fatto: «Durante la Settimana Santa , la Madonna mi chiese di andare alle 5 di mattina (a recitare il rosario alla “Calleja”). Ci sono andata perché la Vergine chiede sempre che si faccia penitenza» (Conchita nel suo diario). I giorni della Settimana Santa concentrano la nostra attenzione sui diversi quadri del grande Mistero Pasquale: Passione e Trionfo, Morte e Vita, Annientamento ed Esaltazione. Il Signore Gesù ha voluto viverli pienamente. Ma è necessario che anche noi ricordiamo e riviviamo quei misteri personalmente e comunitariamente, foss’anche soltanto nel momento della loro commemorazione annuale nella liturgia. La Chiesa da sempre si è mostrata molto attenta a questo riguardo, nelle sue celebrazioni cultuali. Ma anche il popolo cristiano è sensibilissimo a queste celebrazioni, in maniera particolare nelle nostre regioni spagnole. Di qui la proliferazione di confraternite e di gruppi che rappresentano le scene della Passione, processioni, predicazioni, figurazioni sceniche sacre. La Settimana Santa a San Sebastian de Garabandal, piccola e povera parrocchia, non poteva rivaleggiare con quella di altri luoghi del nostro paese, ma quella del 1962 si svolse in un ambiente veramente unico. Per la prima volta nella sua storia, il piccolo villaggio vide affluire numerosi stranieri che vennero a trascorrervi i giorni «santi». Alcuni giungevano da terre molto lontane. Era evidente che non venivano per il paese in sé, ma perché una «Misteriosa presenza» vi si manifestava, e venivano a cercare ciò di cui tutti abbiamo bisogno, ciò a cui diamo il valore più alto. Fu così che nelle prime ore del pomeriggio di quel Venerdì Santo, il 20 aprile, giunse a Garabandal una signora di Barcellona, molto nota in Spagna per il suo talento di scrittrice e per la sua posizione sociale, vincitrice di molti premi letterari: la signora Mercedes Salisachs de Juncadella. Saliva a Garabandal con un interrogativo impresso nel suo cuore sensibile di madre: cosa ne era stato di suo figlio Miguel, tragicamente morto in un incidente alla tenera età di 18 anni? A questo figlio aveva rivolto un affetto tutto particolare e più di un volta aveva trovato in lui un prezioso confidente. La sua tragica scomparsa era stata per lei un colpo terribile che l’aveva lasciata per lungo tempo psichicamente e spiritualmente prostrata: smarrimenti, ribellioni, perdite di fede si succedevano in lei con una violenta intensità. Con una gran pena la signora Mercedes aveva tentato di uscire dalla sua prostrazione per tornare alla normale pratica cristiana. Ma non poteva strapparsi dal cuore quella domanda straziante: dov’è, e come sta ora lui? Finché un giorno sentì parlare di ciò che accadeva in quel luogo appartato della montagna cantabrica. Pensò subito: se il Cielo comunica con quelle bambine di Garabandal, non potrei trovare lassù, tramite loro, la risposta che cerco tanto? Il Giovedì Santo si mise in cammino (un lungo cammino, non solo di chilometri) verso Garabandal. L’importante era accedere a Garabandal con una disposizione di umiltà interiore. Bisognosa, terribilmente bisognosa di ottenere una grazia speciale che la viaggiatrice non poteva a nessun titolo rivendicare, doveva rimettersi semplicemente e totalmente all’immensa bontà di Dio. La sera stessa del suo arrivo al paese, il Venerdì Santo, porse alle bambine la domanda che la angosciava: «Quando vedrete la Madonna , chiedetele di mio figlio». «Che succede a suo figlio?», chiese una di loro. «E morto!» Non ci furono altre spiegazioni, e non fu fatto il nome del ragazzo… Nel corso dell’estasi, fu subito chiaro che le ragazze stavano parlando alla loro Visione della donna e del figlio. Tuttavia, né il pomeriggio di quel giorno, né durante le lunghe ore di veglia che seguirono, giunse una risposta a quella madre tanto angosciata. Credette persino di percepire un rifiuto: «Tutte le volte che la bambina in estasi mi dava il crocifisso da baciare, lo sottraeva poi palesemente alle mie labbra. Se tutto questo era vero, l’idea che la Vergine rifiutasse apposta i miei omaggi mi faceva soffrire crudelmente… » Successe poi qualcosa di ancor più crudele quando la signora Mercedes riuscì a parlare con le due bambine uscite dall’estasi: «Allora, non vi ha detto niente?» «Sì, la Madonna mi ha risposto, ma al momento non posso dirle niente» (parole di Loli che Jacinta ripeté poi). Lasciarono la signora Mercedes di ghiaccio. Davanti a lei aveva le ore della notte per rimuginare i suoi tristi pensieri: la sua posizione di fronte a Dio, la possibile situazione di suo figlio. Una vera notte da Venerdì Santo! Non sappiamo se quella donna riuscì, nella sua afflizione, a prendere sonno quella notte: sappiamo invece che il giorno seguente non le portò grande consolazione. Il calendario indicava il 21 aprile: Sabato Santo. Liturgicamente, era giorno di moderata serenità e di santa speranza. L’orazione che si recitava ad ogni ora dell’Ufficio divino esprimeva questi sentimenti, ma per la signora di Barcellona ogni slancio di speranza consolatrice sembrava bandito. «Il Sabato Santo non fu per me migliore del giorno precedente. Nonostante la cordialità che mi prodigavano gli abitanti e perfino le mamme delle bambine, tutto il paese era ostile ai miei occhi. Mi sembrava che quei tratti di amabilità fossero dovuti alla pietà, oppure al timore che aveva risvegliato negli astanti l’evidente isolamento al quale la Vergine mi aveva condannata. A me importava poco ciò che pensava la gente; quello che mi faceva davvero soffrire era percepire l’imperturbabile disdegno che, visibilmente, il Cielo mi testimoniava». Alla fine, al termine delle proprie riflessioni silenziose, toccata dalla grazia divina, la donna assunse il vero atteggiamento cristiano: «Accettavo tutto, mi sottomettevo completamente alla volontà di Dio». Si sentì considerevolmente sollevata; anche se non del tutto libera dalla sua angoscia interiore, prese la decisione di non rivolgere più domande al Cielo e di non aspettarsi più il minimo segno dalle bambine. Nel corso delle prime ore della notte, non ci furono processioni attraverso il paese, ma alcuni indimenticabili cammini estatici. Le quattro bambine, tenendosi per mano, percorsero con passo leggero tutte le vie, seguite da una folla che portava lampade, pregando e cantando inni… Quella singolare processione si concluse verso le 22 e 30. A quell’ora cominciava in chiesa la solenne veglia pasquale, officiata quell’anno da un gesuita: Padre Félix Corta, venuto al paese per le confessioni e le cerimonie liturgiche della Settimana Santa. Le vie erano deserte così come le case, con qualche rara eccezione: abitanti e stranieri si raccolsero in chiesa per celebrare i riti della veglia pasquale che si sarebbe conclusa con gli «Alleluja» della gioiosa messa della domenica di Pasqua. Un po’ più tardi, le donne del paese si raccolsero di nuovo, per recitare, secondo un antico costume, un rosario prima dell’aurora. La signora Mercedes ricorda: «Malgrado la stanchezza, mi sentii spinta ad unirmi a loro. Cantando e pregando, cominciammo a percorrere le viuzze: l’atmosfera di devozione che regnava era impressionante! Non ricordo un mattino di Pasqua più fervente di quello. Stavamo per incominciare il terzo mistero quando avvenne l’insperato… » Loli arrivò al braccio della Marchesa Rosario de Santa Maria per comunicare finalmente la risposta tanto attesa della Vergine: quel figlio tanto compianto godeva in Cielo di una felicità totale. «Il seguito sono incapace di descriverlo. Ricordo solo con precisione che baciai Loli come se fosse Miguel stesso. Poi, mi ritrovai nelle braccia di Rosario che pure piangeva e mi diceva cose che non ero in grado di capire. La gente faceva circolo intorno a me; tutti mi guardavano spaventati ed emozionati». La scena dovette essere certamente molto commovente, poiché il brigadiere della guardia civile, Juan Alvarez Seco, ha lasciato scritto qualche anno dopo: «La scena che successe vicino alla cabina del trasformatore rimase bene impressa nella mia memoria e credo che non si cancellerà mai. Penso che sarà la stessa cosa per quanti ne furono testimoni». Loli non poté trasmettere integralmente alla signora Mercedes il messaggio celeste a causa del suo pianto e della sua commozione. Lo fece più tardi quando si ritrovarono in casa, dopo l’indimenticabile rosario. « La Vergine mi ha anche detto che suo figlio è molto, molto felice e che è tutti i giorni con lei. Io sapevo già che suo figlio era in Cielo; lo sapevo già da ieri perché la Madonna me lo aveva rivelato, ma dovevo tacere perché Ella me lo aveva ordinato: “Dighelo solo domani dopo la Messa di Pasqua” ». Certamente una strategia così sottile non poteva essere frutto della mente della bambina. Durante il Venerdì e il Sabato Santo, giorni in cui si rivive il mistero della Passione, la Vergine aveva fatto passare quella donna attraverso lunghe ore di umiliazione, di sofferenza e di oscurità. Sarà solo con gli «Alleluja» della messa pasquale che le accorderà questo insperato e celeste regalo. Ecco come Mercedes Salisachs conclude il suo racconto: «Quando tutto si concluse in quel bel mattino, mi pareva di camminare sulle nuvole… » Se nel caso precedente possiamo dire che vi fu una sorta di incontro con la grande gioia della Pasqua, nell’episodio che segue assisteremo ad un incontro tutto personale con il mistero. Nei luoghi e all’ora in cui quella signora catalana faceva le esperienze che abbiamo appena riassunto, un altro distinto visitatore del paese viveva le sue con non meno forte emozione. Si trattava di un noto medico di Vitoria: il dottor José de la Ve ga. Uomo pio ma poco incline all’entusiasmo religioso, salì a Garabandal come molti altri per semplice curiosità, per vedere cosa accadeva lassù. E quello che succedeva produsse su di lui un effetto tale che si ritenne obbligato, in coscienza, a farlo conoscere. In un giornale della sua città, El pensamiento Alavés, apparve un articolo con la sua firma, il 27 aprile 1962, venerdì di Pasqua. Tutto l’articolo è improntato a una serena e intima convinzione personale: è un articolo che non si basa sul «sentito dire», né tantomeno su una visione superficiale della realtà. «Dal 18 giugno scorso, possiamo dire che la Madonna percorre quotidianamente le vie tortuose di un piccolo villaggio perso in mezzo alle cime dei Picchi d’Europa (per essere esatti, le cime di Garabandal non sono proprio i Picchi d’Europa, ma sono molto vicine ad essi). Un intero paese, di appena 70 famiglie, vive da mesi in pieno sconvolgimento. Quattro bambine, quasi ogni giorno una o più volte, a ore fissate in precedenza, pregano, parlano, baciano la Vergi ne immerse in estasi. Le loro famiglie ne sono vivamente turbate. Ho trascorso con loro la Settimana Santa. Ho ascoltato gli abitanti e i visitatori. Ho conversato con le bambine prima e dopo le loro visioni. E siccome professionalmente non trovo spiegazione a ciò che io stesso ho visto, mi sento spinto a credere al miracolo. – Ma lei, ha visto la Madonna ? – mi chiederanno alcuni – No, io non ho visto la Madonna , ma ho sentito la Sua presenza con l’anima e con il cuore. Un padre gesuita che mi accompagnava mi diceva all’inizio. “La vedo scettico, dottore”. “No, padre, sono solo completamente sconcertato. Il mio desiderio più grande sarebbe quello di sperimentare la stessa cosa che provano le bambine e quelli che le accompagnano, ma lei sa meglio di me che la fede è un dono che Dio non concede a tutti nella stessa misura. Qualche ora dopo questo dialogo, per la seconda volta, potei seguire da vicino un’apparizione. Era l’alba del Sabato Santo. Pioveva senza sosta e l’intero paese era un miscuglio di fango e pietre. Con le lampade in mano, seguivamo con passo lento le veggenti che, in estasi, percorrevano le strade. Le mani giunte sul petto, stringevano un crocifisso, con la testa completamente rivolta all’indietro e gli occhi fissi al Cielo… Talvolta si inginocchiavano, pregavano, baciavano la croce… La metà degli abitanti e tutti i forestieri le seguivano affascinati». Racconta poi le diverse tappe di quella marcia estatica, già a noi nota per via di altri racconti simili di tanti visitatori di Garabandal, e vi aggiunge la propria esperienza e quella di sua moglie. Termina così: «Tornerò a Garabandal come vi tornano tutti quelli che ci sono andati. Porterò con me amici e medici e chiederò loro di cercare una spiegazione al mistero di queste quattro piccole montanare. Ma più ancora, chiederò a Dio che mai nessuno possa privarmi dell’emozione che ho provato quel mattino di Sabato Santo: è così bello credere al miracolo! ».

VERSO LA PIENEZZA

RIFIORISCE LA SPERANZAultima modifica: 2012-11-28T13:20:00+01:00da giuliusvinco56