VERSO LA PIENEZZA

VERSO LA PIENEZZA

Tempo pasquale: l’Angelo della Comunione

Il mercoledì di Pasqua, 25 aprile, Maximina Gonzalez scriveva una lettera alla famiglia Pifarré di Barcellona, in cui è annotato un particolare interessante: «Era molto tempo che le bambine non vedevano più l’Angelo. Ieri sera hanno parlato a lungo con la Madonna. Noi non le capivamo, ma le vedevamo molto felici: la Madonna stava dicendo loro che l’Angelo sarebbe ritornato per dar loro la Comunione nei giorni in cui non ci fosse stata la Santa Messa… Così, adesso, avrebbero visto più spesso l’Angelo. Infatti qui a Garabandal non abbiamo messe all’infuori della domenica. Oggi l’Angelo ha dato loro la comunione alle 5 del mattino. Le abbiamo viste inghiottire l’ostia dopo aver porto la lingua; quindi in continuazione hanno recitato una estacién , e tutto questo sempre in estasi… » Mi pare che dall’ultima estate, l’Angelo non era più tornato a dar loro la comunione. Qui, conviene porsi due domande: Perché questo intervento soprannaturale per delle bambine, non sante ma creature di buona volontà, affinché potessero ricevere il Signore tutti i giorni o quasi? Perché il Cielo si cura che questo accada specialmente in tempo pasquale? A Garabandal si realizzò, prima di tutto e con una profusione senza precedenti, una splendida Epifania mariana. In essa Maria volle mostrarsi pienamente Madre nostra; volle che questa maternità fosse sentita e vissuta fin quasi alla sazietà (se si può parlare di sazietà in simili realtà). Ma Maria non è per noi un «fine», e tanto meno nessuno la ricerca per se stessa. Gli incontri con Lei e il nostro accedere – come le bambine – alla sua scuola di formazione dovrebbero farci incontrare veramente Gesù… Nessuno potrà comprendere lo strano e complesso «mistero» di Garabandal senza valutare la sua dimensione essenziale così sintetizzabile: «A Gesù attraverso Maria». Ora Gesù è per noi, qui e ora, Presenza Eucaristica nel Santissimo Sacramento, sull’altare. E’ per questo che a Garabandal, sin dal 18 giugno 1961, data di inizio degli eventi, non ci fu apparizione o estasi che non avesse connessione o riferimento a questa ineffabile presenza del Signore nell’Eucarestia. L’avvocato di Palencia, Luis Navas Carrillo, che molto spesso si recò a Garabandal osservando i fatti con viva attenzione, scrisse: «Chiesero alle bambine perché nelle loro estasi andassero così spesso verso la chiesa, sapendo che l’avrebbero trovata chiusa (secondo le disposizioni dell’ autorità diocesana stabilita nell’agosto del 1961). Risposero candidamente: “Perché alla Madonna piace stare vicino a suo Figlio Gesù”». Ritroviamo qui, a illuminare questo aspetto delle apparizioni, una delle fondamentali esortazioni del primo messaggio: «E necessario visitare spesso il Santo Sacramento». Ma l’Eucarestia non è soltanto la presenza reale e continua di Gesù fra noi; essa è anche e principalmente il «pane di vita» (Gv 6,51) di cui devono nutrirsi le anime. E’ per questo motivo che a Garabandal l’attenzione delle veggenti e degli spettatori è stata subito attratta verso la comunione: in essa si realizza il grande incontro personale con il Cristo Salvatore. Scrive Conchita nel suo diario: «L’Angelo San Michele all’inizio delle apparizioni ci dava delle ostie non consacrate, perché avevamo già mangiato… era venuto per insegnarci a fare la comunione. Poi, un giorno, ci chiese di andare ai Pini l’indomani, a digiuno. Obbedendo ai suoi ordini, giungemmo ai Pini, dove l’Angelo ci apparve con un ciborio d’oro e ci disse: “Vi daò la comunione, ma stavolta le ostie sono consacrate. Recitate il Confesso a Dio onnipotente…” Noi lo recitammo e in seguito ci diede la comunione. Poi ci chiese di fare il ringraziamento e di recitare con lui la preghiera Anima di Cristo. Infine terminò dicendo: “Tornerò domani”. E scomparve». Questa prima comunione, ricevuta dalle mani dell’Angelo, pare avvenne agli inizi di luglio del 1961. E sicuramente questo episodio che Conchita raccontò nel novembre 1967, alla pittrice Isabel De Daganzo di Burgos: «Ricevemmo la prima comunione dalle mani dell’Angelo, MariCruz ed io, ai Pini, alle 5 del mattino. Alle 6 fu la volta di Loli e Jacinta che la ricevettero un po’ più giù, in un luogo chiamato la “Campuca”, vicino all’attuale cappella di San Michele e alla pietra che la gente ormai chiama ” la Pietra dell’Angelo”». Questo fatto si rinnovò per parecchie settimane (anche se non sempre allo stesso modo) come Conchita stessa scrive nel suo diario: «L’Angelo venne a portarci la comunione per molti giorni». Ma questi fenomeni dovettero interrompersi probabilmente all’inizio dell’autunno, al più tardi a partire dal 18 ottobre 1961. Maximina dice infatti nella sua lettera ai Pifarré di Barcellona: «Mi sembra che dall’estate scorsa l’Angelo non sia più tornato per dare la comunione». Perché, dunque quel ritorno al fervore eucaristico durante il tempo pasquale del 1962? Due caratteristiche distinguono il tempo liturgico pasquale: da un lato la celebrazione prolungata del trionfo di Gesù sulla morte; dall’altro, l’ardente desiderio della Chiesa di stimolare i fedeli ad una migliore comprensione di quel mistero attraverso la partecipazione all’Eucarestia. E nell’Eucarestia infatti che il Cristo «nostra Pasqua» realizza e perpetua il suo sacrificio per noi come «Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo». Questo precetto della Chiesa esorta a «comunicarsi almeno una volta all’anno durante il tempo pasquale». La promessa fatta dalla Madonna alle bambine, nel corso delle estasi del Martedì di Pasqua, era dunque significativa: «L’Angelo verrà ora a darvi la comunione tutti i giorni quando non ci sarà la Santa Messa al paese». La promessa si realizzò, come conferma un’altra lettera del 4 maggio 1962 di Maximina, tranne che per Mari-Cruz (non se ne conosce il perché). «E’ stupefacente vederle arrivare (Loli e Jacinta alle 6 del mattino e Conchita alle 8) alla porta della chiesa dove hanno luogo le estasi; cadono in ginocchio per terra e, in estasi, recitano il Confesso a Dio onnipotente… terminando con una preghiera a Gesù Sacramento. E’ una grossa emozione per me vederle!… » Le annotazioni scritte di Don Valentin sul fenomeno delle visioni ripresero il 12 maggio 1962, dopo una lunga interruzione. Questi appunti parlano, molto spesso, di queste comunioni misteriose per le mani dell’Angelo. Potremmo definire gli eventi di Garabandal, nella primavera del 1962, come un continuo passaggio dal Mariano all’Eucaristico e dall’Eucaristico al Mariano. Questa annotazione del sacerdote, datata 12 maggio, è assai «sintomatica»: «Alle 8 del mattino, come al solito, Conchita andò con sua madre e molta gente alla “Calleja” a recitare il rosario. Lo recitò in stato normale. Andò poi alla porta della chiesa dove cadde in estasi e recitò il Confesso a Dio onnipotente… Dopo la preghiera, uscì dall’estasi e disse che l’Angelo le aveva dato la comunione. Il tutto era durato una quindicina di minuti». Il giorno dopo, 13 maggio, era anche il 45° anniversario della prima apparizione di Fatima. E possibile che a Garabandal nessuno se ne ricordasse. Ma vuoi il caso, vuoi la Provvidenza , questa data non passò inosservata. Dagli appunti di Don Valentin sappiamo che il tempo era pessimo: «pioveva e grandinava». Al calar della sera Jacinta e Loli entrarono in estasi: sotto la pioggia e la grandine percorsero il paese, cantando cantici e recitando preghiere. Giunsero alla casa di un certo Jeronimo, morto il giorno prima, lì pregarono con i presenti per i vivi e per i defunti. Salirono in seguito ai Pini, dove recitarono con calma il rosario e scesero poi a ritroso verso il paese… Quella veglia notturna si protrasse a lungo; verso mezzanotte, Conchita uscì nuovamente di casa in estasi e percorse di nuovo le vie, recitando il rosario e dando da baciare il crocifisso. Raramente si è risposto in modo tanto esemplare alla richiesta fondamentale di Fatima: «Fate penitenza, pregate, chiedete perdono per i peccatori… » Le diverse annotazioni di questo periodo confermano abbondantemente i fatti. Il 15, festa di Sant’Isidoro, patrono dei contadini in Spagna, «verso le 8 del mattino, Conchita andò come al solito alla “Calleja” per recitare il primo rosario; poi da lì si recò fino al portico della chiesa; cadde in estasi e l’Angelo le diede la comunione. . . » Il 16: «Oggi Conchita è andata ai Pini alle 9 del mattino. Dice che l’Angelo le ha dato la santa comunione…» A proposito di questi fenomeni così tipici di Garabandal, conviene fare qualche osservazione, poiché fin dall’inizio suscitarono disaccordi. Conchita stessa scrive nel suo diario: «Quando lo dicevamo alla gente, alcuni non ci credevano, soprattutto alcuni sacerdoti, perché – dicevano – gli angeli non possono consacrare. Quando rivedemmo l’Angelo, glielo riferimmo e lui ci precisò allora che prendeva le ostie nei tabernacoli, che le prendeva sulla terra (non le portava dal Cielo) già consacrate. Lo dicemmo alla gente, ma qualcuno dubitava ancora». Questa obiezione che gli angeli non hanno poteri sacerdotali si dissipò molto presto per alcuni. Ma per altri continuò a sembrare un fenomeno fuori luogo: dal momento che c’erano dei sacerdoti, che senso aveva l’intervento degli angeli? Non era una specie di inutile spreco di azioni soprannaturali o miracolose? Era evidente che l’Angelo agiva sempre a titolo suppletivo, come «ministro straordinario» per rimediare all’assenza del sacerdote, ministro ordinario della comunione. Ora, questa assenza era frequente a Garabandal, poiché il parroco risiedeva a Cossio, dove celebrava abitualmente la Messa. Nei pochi giorni feriali in cui la Messa veniva celebrata nel paese di San Sebastian, le bambine difficilmente potevano assistervi, per via del loro orario scolastico e delle faccende domestiche. Un testimone eccezionale di tutto questo, Don José Ramon Garcia de la Riva , ex parroco di Barro e ora di Lugas (Asturie), afferma nelle sue memorie: «Ho potuto constatare che l’Angelo non dà la comunione alle bambine quando il parroco o un altro sacerdote autorizzato per esercitare il ministero a Garabandal è presente e officia il rito. Lo annoto qui come risultato di uno studio che ho intrapreso e che ho potuto verificare a più riprese». Più di una volta, queste comunioni furono occasione di grandi lezioni per le bambine. Jacinta non dimenticherà mai una lezione che ricevette fin dall’inizio. Un giorno, mentre si trovava inginocchiata fra due delle sue amiche, pronta a ricevere l’ostia, vide l’Angelo passare oltre. Gli chiese il perché con le lacrime agli occhi e le fu risposto che le veniva rifiutata la comunione a causa di una risposta villana data a sua madre. «L’Angelo tornò a darmi la comunione solo quando mi fui confessata». Termineremo questo capitolo con qualche dettaglio sulle circostanze di queste stupefacenti comunioni estatiche. I luoghi dove furono più spesso somministrate furono: la pietra della «Campuca», i Pini e le porte della chiesa… Quanto all’ora, come se volesse dar prova di osservare scrupolosamente la disciplina della Chiesa, l’Angelo non dava mai appuntamento oltre le ore della mattina. Per ciò che riguarda il «rito», si seguiva quello in vigore per la comunione al di fuori della Messa: l’Angelo le invitava dapprima a un po’ di riflessione, a pensare «a Colui che stavano per ricevere»… Seguiva poi la recita penitenziale dei Confesso a Dio onnipotente, per la purificazione dell’anima… la comunione e infine, per evitare una partenza affrettata, l’Angelo esigeva l’azione di grazie che si coronava con la recita dell’orazione Anima di Cristo. La durata era abitualmente di una quindicina di minuti. Garabandal, su questo e su altri punti, veniva a portare a tempo debito i richiami del Cielo a certe deviazioni nefaste che già si stavano diffondendo nella Chiesa.

Le notti delle grida

Alle soglie della grande festa eucaristica del 1962, quella del Corpus Domini che cadeva giovedì 21 giugno, ci furono a Garabandal due notti che non saranno dimenticate facilmente. Tre giorni prima della festa, si produsse un evento che, a mio avviso, non fu sufficientemente compreso: la ripresa del ruolo attivo dell’Arcangelo San Michele nello svolgersi degli eventi. Non si trattava più per lui di venire soltanto a dare la comunione alle bambine, secondo un modo divenuto ormai abitudinario; veniva a prendere attivamente parte a una specie di rilancio di tutti gli eventi. Il 18 giugno, Don Valentin annota: «Al calar della sera, Mari-Cruz si recò al “Cuadro”, dove cadde in estasi… Poi camminò per il paese. Poco dopo Jacinta e Loli uscirono a loro volta di casa, andarono pure al “Cuadro” dove caddero in estasi. Dissero di trovarsi in presenza dell’Angelo». Don Valentin si rendeva conto della novità del fatto? Per molti mesi San Michele era come sparito, o si presentava solo per compiere, silenziosamente, un ministero occasionale. Oggi tornava per giocare un ruolo nuovo Don Valentin si rendeva conto della data in cui l’Angelo riappariva? Il 18 giugno! Un anno prima, in quello stesso luogo, l’Arcangelo e le bambine si erano incontrati per la prima volta. Quanti avvenimenti si erano susseguiti da allora, e quanti altri ancora sarebbero accaduti! Il giorno seguente, martedì 19 giugno, il sacerdote annotò un’altra volta: «alle 10 e 30 della sera, Jacinta, Mari-Loli e Mari-Cruz ebbero un’apparizione al “Cuadro”… Già prima Loli e Jacinta vi erano andate di corsa e, arrivate, erano cadute in ginocchio in estasi; videro l’Angelo che disse loro di tornare più tardi alle 10 e 30. Tornarono al paese e all’ora indicata risalirono con Mari-Cruz». Questo secondo colloquio con l’Angelo dovette essere impressionante e terribile, a giudicare da alcune parole delle bambine e dalle lacrime che versavano: «Non dirci così!… Portaci via!… Che si confessino… Che si preparino!… » La breve nota, poco dettagliata, di Don Valentin, che talvolta annota soltanto in modo sintetico parole riferite da altri, non dà un’idea precisa di quello che dovette essere quell’incontro al «Cuadro». Eloisa de la Roza , cognata del dottor Ortiz, si trovava in quella stessa ora in casa di Conchita, la’ quale non era andata con le sue amiche: sua madre non aveva acconsentito a lasciarla uscire perché le faceva male un ginocchio. Era già notte avanzata, quando arrivò il signor Ruiloba, in preda a una viva emozione, che disse loro senza preamboli: – Ma non avete sentito le grida che lanciavano le altre tre bambine nella «Calleja»? – No. – Era spaventoso. Don Valentin dice nelle sue annotazioni che «questo episodio durò 50 minuti» e che, alla fine, spinte dalle angoscianti domande degli astanti, le ragazze dissero che avrebbero messo per iscritto il racconto della loro estasi. Io possiedo una fotocopia del breve testo firmato da due delle quattro bambine, datato 19 giugno 1962. Non è molto quello che dice, ma è importante quello che lascia intravedere: « La Madonna ci ha detto (o piuttosto ci ha fatto dire dall’Angelo) che a torto non ci preoccupiamo del Castigo, poiché verrà senza che ce lo aspettiamo. Perché il mondo non è cambiato, e Lei ci ha già avvertito due volte. Non lo ascoltiamo, e il mondo va peggio. Bisogna cambiare molto, e niente finora è cambiato. Preparatevi, confessatevi: che il castigo presto e molto grande verrà se il mondo non cambierà… Che tristezza che il mondo non cambi! Se non cambia, un castigo grandissimo verrà presto». Firmato: Mari-Dolores Mazon, Jacinta Gonzalez. Le bambine cercavano con queste righe scritte in forma ripetitiva, malgrado la loro povera capacità di espressione, di inculcare in maniera pressante le due o tre esortazioni udite e vissute (e con quale intensità!) nel corso della loro angosciante estasi. Garabandal, quella notte, dopo le urla impressionanti della «Calleja», non dovette riposare tranquillamente. Ma erano in arrivo ore peggiori. Mercoledì 20 giugno il giorno cominciò luminoso. Il mattino Conchita… Ma sentiamo il racconto di Eloisa de la Roza , cognata del dottor Ortiz: «Accompagnavo Conchita su ai Pini dove lei sperava che l’Angelo le avrebbe dato la comunione. Pregavamo e aspettavamo… ma la cosa andava per le lunghe. La madre della ragazza, Aniceta, si voltò impaziente verso il paese e vide davanti a casa sua una persona che le sembrava essere un frate o un sacerdote: “Sembra che porti dei cordoni bianchi”, disse. Allora Conchita si alzò e si affrettò a scendere: noi la seguimmo… » Il nuovo arrivato era Padre Félix Larrazabal, francescano, superiore della casa-collegio che l’Ordine aveva allora nel piccolo paese di San Pantaleon de Aras (nella provincia di Santander). Don Valentin lo conosceva molto bene. Veniva a Garabandal per occuparsi spiritualmente della parrocchia in occasione della festa del Corpus Domini. La signora Eloisa prosegue: «Il Padre celebrò la Messa in chiesa e ci diede la comunione. All’uscita, Aniceta commentò: “Che ragione c’era di farci aspettare tanto lassù? Ogni volta che viene un sacerdote al paese per dare la comunione, l’Angelo non viene ». Passò la giornata. «Nelle prime ore della notte – continua la nostra testimone – mi stavo recando a casa di Mari-Cruz per riprendere un rosario che le avevo lasciato, quando per strada appresi che le ragazze si trovavano già nella “Calleja” e allora mi avviai in quella direzione in tutta fretta… Ma non potei arrivare fin là. Le bambine, all’uscita dall’estasi nella quale avevano appena visto l’Angelo, fecero sapere da parte sua che nessuno doveva oltrepassare l’ultima casa del paese; le veggenti avrebbero dovuto rimanere sole nella “Calleja” al riparo da ogni curiosità; si sarebbero potute sentire ma non vedere». Eloisa si aggregò al gruppo di persone che, tremanti e silenziose, seguivano da lontano lo svolgimento di una nuova estasi delle piccole. «Lanciavano delle grida spaventose -. scrive – che l’oscurità e il silenzio della notte rendevano ancor più impressionanti… Si colsero delle esclamazioni come: “Aspetta! Aspetta! No, no! Si confessino tutti! Ahimé! Ahimé!”. Venne il momento in cui la gente cominciò a chiedere perdono a confessarsi pubblicamente. Padre Félix Larrazabal, molto emozionato, pregava ad alta voce e noi tutti lo seguivamo… Osservai che quando per un motivo qualunque lui interrompeva la preghiera, le bambine ricominciavano a piangere e a urlare in modo ancor più angoscioso… Si placavano solo quando la preghiera ricominciava». Quanto durò tutto questo? Nelle annotazioni di Don Valentin si dice che l’apparizione si concluse verso le 2 del mattino. Secondo il racconto di Eloisa, «le bambine, tornando allo stato normale, dissero alla gente che sarebbero rimaste sul posto tutta la notte per pregare. – E noi, cosa facciamo? – Quello che volete! Nessuno di noi si mosse; rimanemmo lì a pregare con loro fino alle sei del mattino. A quell’ora mattutina il Padre si recò in chiesa seguito da tutto il paese e cominciò la sfilata delle confessioni… Credo che si confessò tutto il paese. E, secondo l’opinione di tutti, furono confessioni di una sincerità e di un pentimento veramente straordinari». Alcuni mesi più tardi, la madre di Jacinta diceva a Maria Herrero de Gallardo: «Sentivamo piangere le bambine in mezzo a tali e tante grida e tale e tanto orrore che istintivamente mi alzai per correre verso mia figlia per vedere cosa le stesse succedendo: fui con forza respinta indietro. Finita la visione, le piccole vennero verso di noi con il volto tutto bagnato di lacrime. Chiesero a tutti di confessarsi e comunicarsi, lasciando intendere che rischiavamo di imbatterci in qualcosa di terribile… » Un uomo scettico del paese, poco incline a lasciarsi dominare dalla paura e dall’emozione, il muratore Pepe Diez, affermava ancora anni dopo in mia presenza: «Non potete immaginare cosa fu; non ho mai vissuto nulla di simile». Cosa possono aver visto allora le bambine? Il 7 ottobre dello stesso anno 1962, Maria Herrero si arrischiò a porre la domanda a Mari-Loli. Questa, malgrado la sua ripulsione a parlarne, poté solo dire balbettando: «Oh! Era orribile a vedersi! Eravamo spaventatissime… Non trovo parole per descrivere ciò che vedemmo. Vedemmo, per esempio, fiumi che diventavano sangue… fuoco che cadeva dal Cielo… e qualcosa di ben più spaventoso che non posso ancora svelare. Il messaggio che ricevemmo allora ribadì che noi non ci preoccupavamo del castigo, mentre esso verrà quando meno ce lo aspettiamo. La Madonna chiese che tutti si confessassero e si comunicassero». Quello che la bambina rivelò non è molto. Quelle poche parole, tuttavia, devono bastarci per sapere cosa ci aspetta e quindi comportarci di conseguenza. Di fronte all’orribile spettacolo che avevano contemplato, le ragazze pregarono la Madonna di portare con Lei i bambini (Loli e Jacinta avevano allora dei fratellini più piccoli) e risparmiare loro tali sofferenze. Ma la Madonna disse loro che quando queste cose sarebbero successe i bambini sarebbero stati adulti.

Miracolo eucaristico o frode sacrilega?

Dopo due veglie come quelle delle «notti delle grida», possiamo immaginare quale fervore avrebbe regnato a Garabandal per il Corpus Domini del 1962… L’indomani di quella festa avvenne un evento che ha suscitato, forse più di ogni altro, discussioni e perplessità: sto parlando del cosiddetto «Miracolo dell’Ostia». Conchita scrisse nel suo diario: «Siccome insistevamo tanto presso la Vergine e l’Angelo affinché operassero un miracolo, il 22 giugno, mentre stavo per ricevere la santa comunione dalle mani dell’Angelo, egli mi disse: – Sto per fare un miracolo, non io, ma Dio, per mio tramite e il tuo. Io gli dissi: – In cosa consisterà? E lui replicò: – Mentre ti darò la comunione, l’ostia santa sarà visibile sulla tua lingua. – Ma quando mi dai la comunione, l’ostia è visibile sulla mia lingua – dissi pensosamente. Mi ribadì allora che la gente non vedeva l’ostia, ma che il giorno del miracolo l’avrebbero vista». Conchita rimase probabilmente un po’ delusa per un miracolo in cui non trovava nulla di spettacolare. Si arrischiò a dire: «Ma questo miracolo sarà poca cosa (“es muy chicu “)». L’Angelo si limitò a sorridere. Per alcuni giorni la bambina restò con la curiosità di conoscere la data di questo «piccolo miracolo» («milagrucu»). Alla fine, il 29, festa degli Apostoli Pietro e Paolo, mentre si trovava ai Pini (forse attraverso una locuzione interiore) udì una voce che le diceva: «Il 18 luglio si realizzerà il miracolo, il piccolo miracolo, “el milagrucu” come lo chiami tu». Il 29 giugno era ancora considerato giorno festivo in Spagna. Cadendo quell’anno di venerdì, apriva un periodo di tre giorni festivi: venerdì, sabato e domenica; molte persone provenienti da diverse località ne approfittarono per recarsi a Garabandal. Tra loro c’era anche un certo Luis Navas Carrillo, avvocato di Palencia. Voglio tuttavia evidenziare due punti significativi che meritano di essere menzionati. Il primo è la speciale attenzione della Vergine verso i ministri di Dio (il clero stava infatti per attraversare la peggiore crisi che abbia conosciuto la Chiesa nel corso della storia); il secondo è l’opera di misericordia particolare nei confronti di una giovane uruguaiana, Concepcion Zorrilla, membro della compagnia del famoso teatro parigino delle «Folies Bergère». La notizia che un miracolo stesse per accadere si propagò progressivamente. Conchita lo disse dapprima alle sue tre compagne; poi, d’accordo con loro, al sacerdote asturiano José Ramon de la Riva. Quest’ultima comunicazione venne fatta ai Pini, nel pomeriggio del 2 luglio. Ma il sacerdote asturiano se ne andò senza sapere la data in cui il miracolo sarebbe avvenuto, poiché Conchita non era ancora stata autorizzata a rivelarla. Dovette attendere qualche giorno, per svelare il segreto: «Io lo dissi al paese – scrive nel suo diario – ho anche scritto delle lettere… » Ho avuto occasione di leggere alcune di queste lettere: sono redatte in stile telegrafico: «L’Angelo mi ha detto che il 18 di questo mese si vedrà l’ostia nell’atto della comunione». Un destinatario di queste lettere fu il dottor Ortiz, di Santander. Questi, allarmato di fronte a tale annuncio, salì a Garabandal per mettere al corrente la piccola di alcune considerazioni. Nel corso della loro conversazione, Conchita espresse questa riflessione: «Ma questo miracolo mi sembra veramente molto piccolo! Più tardi verrà quello della Vergine, quello si, sarà un miracolo! Allora non si dubiterà più». Il dottor Ortiz ricevette da Conchita l’incarico di invitare Don Francisco Odriozola, sacerdote di Santander: un invito speciale perché si recasse a Garabandal il 18 luglio. Don Odriozola non tenne assolutamente conto di questo invito. Era il membro più influente della Commissione d’inchiesta e si impegnava, ogni giorno di più, nella sua ostile opposizione ai fenomeni che accadevano nel paese… Il paese stesso, a cominciare dal suo parroco, Don Valentin, sentiva crescere il timore e la diffidenza verso l’evento annunciato. Leggiamo nel diario di Conchita: «Don Valentin, che aveva dei dubbi sulla realizzazione del miracolo, mi disse di non scrivere più altre lettere. Così pure un abitante del paese, Eustaquio Cuenca… La gente di Garabandal non credeva». Il 18 luglio era un mercoledì. E già fin dalla domenica precedente arrivarono visitatori che desideravano essere testimoni del miracolo. Tra loro c’era di nuovo Luis Navas Carrillo che ricominciò a prendere regolarmente appunti. Conclude con questa osservazione: «Trassi la conclusione che se spesso la semplice curiosità costituisce, all’inizio, il solo motivo della visita a Garabandal, questa curiosità deve ben presto cedere il posto a quello che si prova qui e che spinge, a poco a poco, alla preghiera e al sacrificio, fino a gustare la pace e la serenità di un Piccolo Tabor». Ma le veggenti non vivevano sempre la calma del Tabor. Il signor Navas Carrillo si stupì del fatto che non ci fosse per loro nessuna eccezione né dispensa dai lavori quotidiani: «Mi ricordo che un giorno eravamo andati a letto dopo l’alba, verso le 6 del mattino; alle 10 Maria-Dolores si trovava già in chiesa per la Messa. Poco dopo la vidi al lavoro. Faceva la spola tra la casa e il prato con le spalle che sparivano sotto una enorme gerla di foraggio». Una breve nota dello stesso Navas Carrillo ci descrive l’ambiente del paese verso la fine della serata del 17, vigilia del grande e atteso avvenimento. «Durante il giorno arrivarono molte auto. Le case si riempivano, diventava difficile trovare un letto per la notte. Ancora una volta i fienili del paese furono messi a disposizione perché tutti potessero trovare riposo». Il 18 luglio fu doppiamente un giorno di festa: per i visitatori, perché speravano di assistere a un fenomeno meraviglioso, secondo quanto Conchita aveva annunciato; per la gente del paese, perché era per loro «il gran giorno dell’anno», la loro festa patronale. In tarda mattinata, ci fu in chiesa la Messa solenne cantata e celebrata, con diacono e suddiacono, come si faceva prima dei numerosi mutamenti conciliari. «Era bello – disse il signor Navas – vedere tante comunioni, specialmente di molti forestieri giunti al paese. Fu necessario spezzare a più riprese le ostie, perché tutti potessero comunicarsi». Le ore della giornata scorrevano lentamente: dapprima cariche di speranza, poi, nel pomeriggio, di crescente tensione. «E man mano che il tempo passava – ci dice questo testimone – la nostra inquietudine cresceva, al punto da tramutarsi, alla fine, in vera angoscia». «Imputavamo quel ritardo – forse anche l’annullamento del prodigio annunciato – al ballo che si stava svolgendo in paese (non dimentichiamo che era la festa patronale). E il tempo passava. Facevamo mille congetture. Quanto a me, non potevo dimenticare cosa era successo il 18 ottobre precedente… Mi faceva soffrire l’idea che la fede e le buone disposizioni di molte persone, soprattutto di quelle che venivano a Garabandal per la prima volta, potessero essere così calpestate». Calata la notte, molti curiosi cominciarono ad abbandonare il paese. Era soprattutto all’interno e attorno alla casa di Conchita che si aspettava, in attesa del miracolo. La bambina si mostrava fiduciosa, senza apprensione, ma, intorno a lei, l’atmosfera si caricava di inquietudine e di nervosismo. Alla fine, a notte inoltrata, «l’Angelo mi apparve, restò un po’ con me e come gli altri giorni mi disse: “Recita il Confesso a Dio onnipotente e pensa a Colui che stai per ricevere…” Poi mi diede la comunione e mi disse di recitare l’Anima di Cristo, di fare il ringraziamento e di tenere fuori la lingua con la Santa Ostia , fino a quando se ne fosse andato e fosse venuta la Madonna… » (diario di Conchita). La bambina ebbe dunque l’impressione che tutto si svolgesse all’interno di casa sua, senza che lei si fosse spostata. In realtà, alcuni poterono assistere alla scena all’esterno della casa… «La vidi scendere le scale – testimonia la signora Ortiz – con le mani giunte sul petto, la testa rivolta all’indietro, la bocca socchiusa, con un’espressione di felicità veramente meravigliosa». Accanto alla donna, un gesuita, professore all’Università di Comillas e specialista in materia di spiritualità, il Padre Bravo, poté contemplare la bambina e non sapeva cosa dire, riusciva solo a ripetere: «Che meraviglia! Che meraviglia! » In estasi, Conchita usci in strada. E attorno a lei, la gente faceva ressa. Suo fratello Miguel, piuttosto robusto, e il solito Pepe Diez si misero da ciascun lato per proteggerla. Dopo aver svoltato l’angolo del gruppo di case, la bambina cadde in ginocchio in mezzo alla strada, aprì la bocca e tirò fuori la lingua come se stesse per comunicarsi. E… Il fatto è indubitabile, attestato e confermato da numerosi testimoni: sulla lingua della piccola, tirata fuori con grazia sul labbro inferiore, si vide per qualche istante un’Ostia bianca. Benché fosse buio, la scena era sufficientemente illuminata da una moltitudine di lampade elettriche; fu quindi possibile scattare alcune fotografie. Per alcuni il miracolo fu indiscutibile fin dal primo istante. Altri, specialmente quelli che non erano in prima fila tra gli osservatori, sollevarono subito dei dubbi, oggi non ancora dissipati. Dopo la comunione, la ragazza intraprese una marcia estatica. La prima fermata fu la «Calleja», dove un gruppo di persone aspettavano il miracolo. Tra loro si trovava anche il nostro amico, Luis Navas. Da lì, Conchita scese a ritroso verso il villaggio… Per due volte andò fino alla porta della chiesa, recitò il rosario percorrendo le vie, visitò il cimitero e infine cantò la Salve Regina , dopo aver fatto baciare alla Visione molti oggetti che le erano stati affidati. Poi tornò a casa sua in stato normale. La signora Ortiz le disse: «Come devi essere contenta, Conchita! Finalmente il miracolo è arrivato! » «Sì, ma la Madonna mi ha detto che molti, nonostante abbiano visto, non crederanno». La Commissione d’inchiesta del Vescovo di Santander (nessun suo membro si degnò di salire a Garabandal per osservare e constatare direttamente quel che poteva succedere) si irrigidì nella sua posizione, sostenendo che nessun fenomeno miracoloso poteva essere provato e attribuendo alla suggestione, all’allucinazione e al-l’isteria collettiva ciò che gli astanti dicevano di aver visto… Persino davanti a prove evidenti, come i negativi delle fotografie che erano state scattate, nego i fatti e si rifugiò nell’ipotesi di una frode. «Conchita, aiutata da qualcuno, aveva montato tutto questo con grande abilità, ed ella stessa aveva preparato ciò che in seguito avrebbe mostrato sulla sua lingua» Ma le testimonianze di quelli che erano stati più vicini alla ragazza, nel momento decisivo, erano schiaccianti. Come quella del muratore Pepe Diez, quella del giovane Miguel Gonzàlez e del saggio agricoltore di Pesués, Benjamfi Gomez: «quando Conchita aprì la bocca per comunicarsi, sulla sua lingua, esaminata con una potente lampada, non c’era niente di niente, e all’improvviso apparve un’ostia di un biancore immacolato»… Avrebbero rilasciato certamente questa dichiarazione nel modo più categorico e sotto giuramento davanti a un tribunale ecclesiastico. Ma né questo tribunale fu mai costituito, né essi furono invitati a deporre. Due uomini venuti da lontano vissero quella notte durante il fatto dell’Ostia due esperienze personali particolarmente intense: si tratta di Alejandro Damians di Barcellona e di un medico francese di Parigi, il dottor Caux. Della lunga testimonianza del signor Damians voglio riprendere solo qualche punto: «Devo segnalare che, poco prima della mezzanotte, le nubi che in precedenza oscuravano il cielo si dissiparono: una moltitudine di stelle, molto luminose tra quei monti, cominciò a brillare intorno alla luna. Grazie a quella luce e a quella delle pile tascabili che rischiaravano la strada, potevo vedere chiaramente Conchita con la bocca aperta e la lingua fuori, nel classico atteggiamento di chi sta per ricevere l’ostia. Era più bella che mai! La sua espressione e i suoi gesti, lungi dal provocare il riso e dal sembrare ridicoli, erano di un misticismo impressionante e commovente. All’improvviso, senza ch’io possa descrivere come, senza che Conchita avesse modificato nulla del suo atteggiamento o della sua espressione, la santa Ostia apparve sulla sua lingua. E impossibile rendere l’emozione che provai in quel momento! E che provo tuttora ricordando quell’istante… E’ qualcosa che mi prende il cuore, lo riempie di tenerezza, rendendomi incapace di trattenere le lacrime che mi inondano gli occhi. Non mi resi conto del tempo che era passato. Ricordo solo, come in un sogno, le voci che mi gridavano di abbassarmi, e di aver sentito un colpo violento in testa… » E cosa successe al dottor Caux? Il giorno dell’Assunta dell’anno seguente, 15 agosto 1963, i due si incontrarono di nuovo a Garabandal ed ebbero un dialogo che fu poi con cura messo per iscritto. Eccone i passaggi essenziali, più interessanti: Damians: «Quello che provai interiormente non lo potrò mai descrivere». Caux: «Mi dica, ha guardato per tutto il tempo?» Damians: «Si, da quando mi sono trovato vicino alla bambina non ho mai smesso di guardarla e posso giurare che non ho perso di vista la sua lingua nemmeno un istante. Vidi formarsi l’Ostia sulla sua lingua con una rapidità che l’occhio umano non può cogliere. Rimasi stupefatto e ammutolito con una commozione profondissima. Senza rendermene conto, presi la mia cinepresa e filmai rapidamente gli ultimi secondi del miracolo. La felicità che provai in quel momento, non la cambierei certamente per un miliardo di pesetas, né per nessuna cosa al mondo. Era una gioia così immensa, così profonda che né posso spiegarla né condividerla con altri. Qualcosa di incredibile. Qualcosa per la quale darei la mia vita e che non mi permise, poi, né di seguire le estasi della bambina, né di andare con mia moglie, né di stare con nessuno. Potei solamente rifugiarmi in un angolo e piangere in silenzio». Caux: «Sono contento di sentirlo. Veramente. Ci sono ancora due cose che mi piacerebbe sapere: questa sua gioia così grande era imputabile al suo stato di Grazia? Perdoni la mia indiscrezione». Damians: «Le rispondo con molto piacere: sì, mi trovavo in grazia di Dio; e la mia enorme emozione la produsse non il miracolo in se stesso, non la vista della bambina con una cosa bianca sulla lingua, ma… – le sto dicendo qualcosa di grande – quello che vissi, ciò che provocò quella fortissima impressione, fu lo stare ALLA PRESENZA DEL DIO VIVO E VERO. Credo che nessuno al mondo potrà procurarmi un emozione pari a quella che ebbi al VEDERE LUI, nel momento più grande e più solenne della mia vita». Caux: «Lei non sa a che punto mi rende felice da un lato e infelice da un altro. Io ho provato la stessa sensazione, ma in senso inverso. Io avevo preparato tutto per filmare la scena, era tutto a punto… quando tutto mi andò storto, per cui non potei filmare proprio nulla. Soltanto all’ultimo istante, all’ultima frazione di secondo sono riuscito a vedere l’Ostia che stava già sparendo inghiottita dalla piccola. Nello stesso istante fui preso da un dolore spaventoso, orribile, che mi affogava… IL DOLORE DI UN DIO PERDUTO: DI UN DIO CHE ERO RIUSCITO AD INTRAVEDERE, PER VEDERLO SPARIRE. Fu solo in quel momento che capii di essere in peccato mortale. Piangevo come lei, ma di dolore. Compresi davvero che cosa fossero il peccato e l’inferno. Mia moglie cercava inutilmente di consolarmi. Io non avrei saputo spiegarle niente e lei non mi avrebbe potuto capire. Era qualcosa di troppo doloroso per essere condiviso e per riceverne consolazione. Ebbi persino l’impressione, quella notte a Garabandal, che la gente, il paese mi evitassero, come se avessero visto il mio peccato. Ora so cos’è Dio e che cos’è l’inferno: non vedere Dio. Quella sensazione dell’inferno, mi spinge a cercare di smuovere il mondo ed annunciare io stesso che cosa sia successo e che cosa occorra perché le anime si salvino. La mia famiglia fu la prima a credermi folle, benché ora non siano più dello stesso avviso. Ma le assicuro che l’opinione degli altri mi importa ben poco: solo Dio mi importa». In una lettera dell’aprile 1970, la Baronessa Marie-Thérèse le Pellettier di Glatigny mi diceva: «L’altra sera a Parigi, il dottor Caux ci faceva delle confidenze su ciò che aveva provato quella notte a Garabandal… Ci ha assicurato che, nel momento preciso del miracolo, visse un’esperienza che le parole umane non saprebbero tradurre: e cioè cosa voglia dire perdere Dio; Caux percepì la realtà terribile dell’inferno nel preciso istante in cui fu colto dall’orrore per il suo stato di peccato mortale. – Preghi per me, signora, mi disse infine, perché io non ricada mai in peccato grave, ora che ho fatto l’esperienza della sua terribile dimensione». Credo che questa pagina di Garabandal sia di grandissimo valore, da qualunque punto di vista la si esamini. Tuttavia, per un insieme di circostanze e di processi sommari che non si riescono a spiegare, la più spessa cortina di dubbi e sospetti si è mantenuta ostinatamente sul fenomeno che la genero. Testimoni come il signor Damians e il dottor Caux non sono mai stati chiamati a deporre. La Commissione d’inchiesta si trincerò senza aspettare oltre, nella convinzione che tutto era stato abilmente montato da Conchita e dai suoi complici. Una domanda sorge allora spontanea: perché non ci furono altre frodi analoghe, dal momento che esperienze come quelle che vissero i due uomini ne sarebbero valse la pena?

Una seconda estate a Garabandal

La giornata del 18 luglio scatenò a Garabandal una vera effervescenza di commenti e di atteggiamenti fra i più disparati. Durante gli ultimi giorni del mese di luglio, e ancor più durante i primi giorni di agosto, l’afflusso dei visitatori continuò ad aumentare. Arrivarono anche alcuni specialisti e persone qualificate, che avrebbero cercato di spiegare e giudicare l’insieme dei fatti: compito ingrato, in verità, poiché a Garabandal si è toccato con mano, come raramente altrove, quanto siano insondabili i disegni del Signore (Rm 11, 33). I «saggi e i sapienti di questo mondo» (Lc 10-21) ne restavano sconcertati, ed era già tanto se sapevano rifugiarsi in un silenzio discreto. Quella che abbiamo denominato «dimensione eucaristica» di Garabandal acquisì durante l’estate del ’62 un’importanza speciale. Gli appunti di Don Valentin riportano più volte questa annotazione: «Oggi le bambine dicono di aver ricevuto la comunione dalle mani dell’Angelo». In data 2 agosto, festa di Nostra Signora degli Angeli: «Conchita dice che dal 18 luglio, ogni volta che non viene celebrata la Messa , l’Angelo viene a portarle la comunione, anche a Loli…» Se queste comunioni passarono più di una volta inosservate, fu a causa dell’ora e del luogo in cui si svolgevano. Merita una menzione speciale quello che successe il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore. Nel corso della mattina, dopo varie peripezie, giunsero tre frati di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli), che avevano sentito parlare degli eventi di Garabandal. Si informarono con più precisione al paese. Non era ancora mezzogiorno inoltrato quando salirono ai Pini per mangiare alcuni panini. Appena avevano cominciato, arrivò una ragazza con tre bambini; venendo a sapere che si trattava di Conchita, la maggiore delle veggenti, cominciarono a porgerle delle domande e le offrirono uno dei loro panini. «No, grazie, non possiamo prendere niente, perché sono venuta qui per fare la comunione » Questa insolita risposta lasciò a bocca aperta i tre frati che non erano al corrente di quel genere di comunione. Qualche istante dopo, la ragazza si allontanò silenziosamente e lentamente dai frati, poi cadde improvvisamente in ginocchio. «Due di noi si inginocchiarono anch’essi, uno accanto a Conchita, l’altro a tre passi di fronte a lei per osservarla meglio; il terzo, che aveva con sé la macchina fotografica, si preparò a scattare qualche fotografia». Videro, colti dall’emozione, la scena che tanti altri testimoni avevano già visto, quella delle «comunioni mistiche» delle bambine. Ma accadde un fatto nuovo: la comunicanda, dopo la sua azione di grazie, e sempre in estasi, con atteggiamenti e movimenti pieni di grazia, presentò lo scapolare di ciascun frate al bacio dell’Angelo. Tornata poi allo stato normale, disse loro che l’Angelo l’aveva condotta a fare la comunione ai Pini a motivo della loro presenza e che, inoltre, l’Angelo le aveva consegnato un messaggio per ciascuno di loro. Possiamo immaginare la loro impaziente curiosità; ma dovettero tuttavia contenersi e accettare di aspettare, dal momento che Conchita non era autorizzata a svelare immediatamente questi messaggi. Il mese di agosto si concluse con un fatto che non è stato sufficientemente messo in rilievo. Don Valentin lo riporta brevemente nelle sue annotazioni con poche, succinte parole: «Loli ha un’apparizione a casa sua alle 5 e 30; dà alcuni oggetti da baciare alla Visione. Una signora inglese di fede anglicana, con molta emozione, chiede il battesimo». Era mercoledì 29. La conversione di questa signora inglese mi sembra molto significativa, se la avviciniamo ad altri episodi simili: – la conversione di una giovane israelita; – la conversione di un protestante; – la recita dell’Ave Maria nella lingua liturgica dei cristiani orientali scismatici. Sembra che nel «mistero» di Garabandal un’attenzione tutta speciale sia riservata ai nostri «fratelli separati», affinché questa separazione sia felicemente superata per l’intervento della materna bontà di Maria.

Principali eventi di settembre

Il 1 settembre cadeva di sabato, il primo sabato del mese, un giorno importante per il significato che gli conferisce il Messaggio di Fatima… Dopo il rosario della sera, in chiesa, Conchita cadde in estasi davanti alla porta dell’edificio sacro. Due minuti più tardi, fu la volta di Loli e Jacinta e, altri due minuti dopo, quella di Mari-Cruz. Era insolito che le ragazze avessero, tutte e quattro contemporaneamente, un’apparizione nello stesso giorno e nello stesso istante. Un pubblico numeroso le accompagnò nella loro marcia estatica. Salirono dapprima ai Pini dove recitarono un altro rosario. A ritroso, intrapresero la discesa verso il paese, si recarono al cimitero e fecero più volte il giro della chiesa… Tre giorni più tardi si verificò un fatto inconsueto e di importanza capitale. Nella notte del 4 settembre, Conchita ebbe un’estasi prolungata, percorse le vie del paese fino al cimitero, dove cantò e pregò da una parte all’altra. Sempre in estasi rientrò a casa, dove cadde in ginocchio e cominciò a parlare. Uno degli astanti avvicinò alle sue labbra un microfono per tentare di registrare le sue parole, appena percettibili… Dopo riascoltò la registrazione: l’emozione fu grande. Si trattava del chiaro annuncio di un miracolo. Annuncio che rapidamente diventò il principale oggetto dei commenti e delle attese della gente. È attestato dunque che, in quei giorni di settembre 1962, per la prima volta venne annunciato, in modo chiaro, preciso e incontestabile, un miracolo: un miracolo che non sarebbe stato affatto un «piccolo miracolo». Dalle prime indicazioni, risultava che il miracolo: – sarebbe stato molto grande; – sarebbe stato visto da tutti i presenti a Garabandal e nei dintorni; – sarebbe stato visto dal Papa, in qualunque luogo si trovasse in quel momento, e così anche da Padre Pio; – sarebbe stato annunciato solo da Conchita. Un grande miracolo, a coronamento di tutti questi eventi, è confermato in queste poche righe del diario di Conchita (secondo mie informazioni, la bambina cominciò a scriverle nel settembre 1962 e smise nella primavera dell’ anno seguente): « La Vergine Santissima mi ha annunciato un grande miracolo, che Dio Nostro Signore farà per Sua intercessione. Poiché il castigo sarà grande, perché ce lo meritiamo, così anche il miracolo sarà altrettanto grande, perché il mondo ne ha bisogno». L’annuncio del miracolo fu sicuramente la grande novità di settembre; ma questo periodo non manca d’interesse per altri motivi. Sarei quasi tentato di dire che questo mese fu uno dei più ricchi di avvenimenti, così come testimoniano le precise note di Don Valentin. A più riprese si parla in esse di: 1) Comunioni mistiche delle bambine: «Abitualmente l’estasi non dura molto, ma è assai emozionante. La bambina cade in ginocchio (sembra che il Cielo non sia assolutamente incline a favorire la comunione in piedi). A voce molto bassa recita il Confesso a Dio onnipotente, si fa il segno di croce, congiunge le mani sul petto, tira fuori la lingua, inghiottisce qualcosa di invisibile, si rifà il segno di croce, e infine recita a voce molto bassa l’Anima di Cristo. Poi nuovamente si fa il segno della croce e torna allo stato normale. Sembra che le preghiere dopo la comunione siano recitate dall’Angelo stesso… Le piccole mantengono sempre il digiuno fino all’ora della comunione, secondo il vecchio stile (vale a dire senza bere né mangiare niente dopo la mezzanotte precedente)». 2) Estasi accompagnate da sacrifici: «Le bambine sogliono aspettare a coricarsi sino alle 22 e 30; se a quell’ora non hanno ricevuto nessuna chiamata, vanno a letto. Se ne hanno avuta una, aspettano l’Apparizione tutto il tempo necessario, nonostante caschino dal sonno: la Madonna ha detto loro che devono aspettare e fare dei sacrifici… Esse non mancano di farne, poiché, durante la giornata, conducono una vita normale in casa loro, aiutando le madri… La madre di Conchita mi ha detto che sua figlia dorme quasi meglio su una sedia che nel suo letto; passa le notti seduta aspettando l’Apparizione; dorme appoggiando la testa al muro. E il giorno seguente, immancabilmente, riprende il suo lavoro. Le quattro bambine lavorano, lavano i piatti, puliscono, vanno a fare il bucato al ruscello. Fanno tutto come le altre coetanee. La mancanza di sonno e di riposo non compromette né la loro resistenza né il loro aspetto». 3) Conversioni: «Nel corso di un’estasi notturna, nella notte fra il 5 e il 6 settembre, Loli ha pregato per una inglese non cattolica. Barbara era pallida ed emozionatissima. Terminata l’estasi ha parlato con Loli; era convinta che tutto avesse origine dalla Vergine e era ben decisa a farsi cattolica». Quel mese di settembre fu un mese carico di speranze per tutta la Chiesa per l’attesa dell’apertura del Concilio ecumenico Vaticano Il convocato da Papa Giovanni XXIII. In quel Concilio, il Papa e tutta la Chiesa riponevano enormi speranze… Già molti padri conciliari, con il loro seguito, si erano messi in viaggio verso Roma. Alcuni di loro, provenienti dall’America Latina, facevano sosta in Spagna: molti ne approfittavano per passare da Garabandal. Cosa succedeva veramente lassù? Fu così che, per esempio, domenica 16 settembre, due sacerdoti argentini giunsero al paese, osservarono con grande attenzione quanto accadeva e rimasero colpiti spiritualmente da quei luoghi. Quei due sacerdoti accompagnavano l’allora arcivescovo di Rosario, il cardinale Caggiano. In quegli stessi giorni, il dottor Puncernau, neuropsichiatra di Barcellona, che già prima aveva esaminato le veggenti, aveva ripreso le proprie osservazioni sulle bambine… Il dottor Ortiz di Santander, che si trovava sul luogo, lo avvicinò e gli chiese: «Ebbene, caro amico, quali sono le sue conclusioni?» «Le bambine sono perfettamente normali, non ne ho il minimo dubbio. E’ chiaro che i fatti non possono essere attribuiti ad alcuna malattia psichica. È la terza volta che vengo qui per studiare il comportamento delle veggenti; se avessi scoperto qualcosa di sospetto in loro, lo avrei detto». Durante le estasi, alle bambine si permetteva di rivolgere ogni tipo di domanda alla Vergine (dopo tutto, non si trattava di un incontro con la loro Madre?), ma il dialogo verteva sempre su questioni molto importanti. «Com’è il Cielo?… In Purgatorio, c’è il fuoco?… In Paradiso non si può entrare neanche con un piccolo peccato?… Costa molto per un peccatore convertirsi?… Pregherò molto perché vengano qui in molti e si convertano… E anche perché i buoni diventino migliori… Sai, mio fratello ha molto mal di stomaco, non Ti chiedo di guarirlo, ma soltanto di alleviare un po’ il suo dolore» (Conchita, 25 settembre). «Vergine Santissima, fa’ che non Ti abbandoni mai! Che Ti ami per tutta la vita. Oh! che mai, mai ti lasci… Che Ti ami sempre, sempre fino alla morte. Oh! Vergine Santissima, non abbandonarci» (Loli, la notte fra il 12 e il 13). Per Mari-Cruz le visioni e i dialoghi terminarono in quel mese di settembre. Il 18 sarebbe stato il giorno della sua ultima «comunicazione» con il Cielo attraverso il fenomeno straordinario dell’estasi. Erano già alcuni mesi che aveva poche apparizioni; ma a partire da quel giorno cessarono completamente. Perché? Soltanto il Cielo può dare una risposta. Si può solo ipotizzare una spiegazione Il mistero di Garabandal, nonostante una delle protagoniste fosse stata messa da parte e un’altra, Jacinta, avesse conosciuto lunghi periodi senza estasi, non era ancora al suo termine. Quanto ancora sarebbe durato il mistero? Quale ne sarebbe stato l’epilogo? «Estacion»: preghiera costituita da un certo numero di Padre Nostro e di Ave Maria recitati davanti al Santissimo Sacramento.

 VERSO UNO STRANO EPILOGO

VERSO LA PIENEZZAultima modifica: 2012-11-28T13:25:00+01:00da giuliusvinco56