LUCIA RACCONTA FATIMA (Seconda Memoria)

seconda memoria

Erano passati due anni dalla pubblicazione della “prima memoria”. S. E. il vescovo di Leiria, convinto della necessità di studiare a fondo gli avvenimenti di Fatima del 1917, ordinò a suor Lucia di scrivere la storia della sua vita e delle apparizioni, esattamente com’erano avvenute. La veggente ubbidì e redasse lo scritto tra il 7 e il 21 novembre 1937.

VOLONTA’ DI DIO, PARADISO MIO.

Eccellenza reverendissima,

sono qui con la penna in mano per fare la volontà di Dio; e siccome io non ho altri scopi, comincio con la massima che la mia santa fondatrice mi ha lasciato in eredità e che io nel corso di questo scritto ripeterò, a sua imitazione, molte volte: «Volontà di Dio, paradiso mio!».

L’Eccellenza vostra mi permetterà di compenetrarmi in tutto il senso di questa massima, affinché nei momenti in cui la ripugnanza o l’amore del mio segreto vorranno farmi tener nascosto qualche cosa, essa mi sia di norma e guida.

Avrei voglia di domandare a che cosa servirà questo scritto fatto da me, che non ho nemmeno buona calligrafia. Ma non chiedo nulla. So che la perfezione dell’ubbidienza non chiede ragioni. Mi bastano le parole dell’E.V. rev.ma, che mi dicono che è per la gloria della nostra santissima Madre del Cielo. Nella certezza dunque che sia così imploro la benedizione e la protezione del suo Cuore immacolato e, umilmente prostrata ai suoi piedi, mi servo delle sue santissime parole per parlare al mio Dio:

– Ecco qui, o mio Dio, l’ultima delle vostre serve, che in piena sottomissione alla Vostra santissima volontà, rompe il velo del suo segreto e lascia vedere la storia di Fatima tale e quale essa è. Non avrò più il piacere di godermi solo con Te i segreti del Tuo amore; ma in avvenire, altri canteranno con me le grandezze della Tua misericordia.

Eccellenza reverendissima,

«Il Signore ha rivolto lo sguardo alla bassezza della sua serva»: ecco perché i popoli canteranno le grandezze della Sua misericordia.

Mi pare, Eccellenza reverendissima, che il nostro buon Dio si è degnato di favorirmi con l’uso della ragione, fin da quand’ero una bambina molto piccina. Mi ricordo che avevo coscienza dei miei atti, da quando mia madre mi teneva in braccio; Ricordo che mi cullavano e mi addormentavo al suono di vari canti. E siccome ero la più giovane tra cinque bambine e un bambino, che nostro Signore aveva dato ai miei genitori, mi ricordo che c’erano spesso contese tra di loro, perché tutti mi volevano avere tra le braccia e stare con me. In questi casi, perché nessuno fosse vincitore, mia madre mi toglieva delle loro mani. E se lei, per il suo daffare, non poteva, mi affidava a mio padre, che a sua volta mi copriva di baci e carezze.

La prima cosa che imparai fu l’avemmaria, perché mia madre aveva l’abitudine di tenermi in braccio, mentre insegnava a mia sorella Carolina, cui venivo appresso, perché aveva cinque anni più di me.

Le prime due sorelle erano già grandi; e a mia madre piaceva che mi portassero in tutti i posti dove andavano, perché io ero un pappagallo che ripeteva tutto. Esse erano, come si dice al mio paese, a capo della gioventù. E non c’era festa o danza a cui non andassero. Carnevale, S. Giovanni, Natale, era d’obbligo: ci doveva essere il ballo. Poi c’era la vendemmia. E al tempo della raccolta delle ulive, c’era ballo quasi tutti i giorni. Nelle feste principali della parrocchia, come quella del S. Cuore di Gesù, la Madonna del rosario, S. Antonio, ecc., c’era sempre, la sera, la riffa dei dolci e il ballo non mancava. Eravamo inoltre quasi sempre invitate alle feste di nozze che si celebravano nei paesi vicini, perché mia madre, quando non era invitata come madrina, era invitata come cuoca. A queste nozze il ballo durava dalla fine del banchetto fino al mattino del giorno seguente. Le mie sorelle, siccome dovevano tenermi sempre al loro fianco, ci tenevano molto che fossi vestita come loro stesse. E siccome una di loro era sarta, non mi mancava fin d’allora il costume più elegante, usato dalle contadine del mio paese in quel tempo: la gonna pieghettata, la cintura lucida, la sciarpa con le punte che ricadevano all’indietro e il cappello con i suoi lustrini dorati e piume di svariati colori. Si sarebbe detto a volte che vestivano una bambola e non una bambina.

Nei balli mi mettevano sopra una cassapanca o sopra qualche rialzo, per non essere calpestata dai presenti e dove dovevo intonare vari canti al suono della chitarra o della fisarmonica. A questo scopo le mie sorelle mi facevano fare le prove, così come per ballare alcune danze, per il caso che mancasse qualche dama, cosa che io disimpegnavo con un’abilità singolare, attirando così le attenzioni e gli applausi dei presenti. Né mi mancavano premi e regali di qualcuno che voleva far piacere alle mie sorelle.

La domenica, nel pomeriggio, questa gioventù si riuniva nel nostro cortile: d’estate, all’ombra di tre grandi fichi; e d’inverno, sotto un porticato che avevamo nel luogo dove ora sorge la casa di mia sorella Maria. Là passavano il pomeriggio, giocando e conversando con le mie sorelle. Era là che si faceva la riffa dei regali di Pasqua e la maggior parte toccavano a me, perché alcuni io facevano di proposito per rendersi bene accetti.

Mia madre passava questi pomeriggi seduta sulla porta della cucina che dava sul cortile e di là poteva vedere quel che succedeva: a volte con un libro in mano, leggeva; a volte parlava con qualcuna delle mie zie o con le vicine che venivano a sedersi accanto a lei. Manteneva sempre la sua serietà abituale e tutte sapevamo che quello che diceva lei era come una parola della Bibbia e che era necessario ubbidirle senza indugio. Non ho mai visto nessuno che avesse il coraggio di dire in sua presenza una parola men che rispettosa o di poca considerazione. Era un detto comune tra quella gente che mia madre valeva più che tutte le figlie. Mi ricordo di aver sentito mia madre dire più volte: « Non so che gusto ci trovi questa gente a andare in giro a chiacchierare per le case degli altri. Per me non c’è niente come starmene in casa a leggere tranquillamente. I libri contengono cose tanto belle! E le Vite dei santi, che bellezza!».

Mi pare d’aver già detto V. E. come passavo i giorni della settimana, circondata di bambini del posto, che le donne, per poter andare a lavorare nei campi, chiedevano a mia madre di lasciare con me.

Mi pare inoltre che nello scritto che ho mandato all’E.V. rev.ma su mia cugina, dicevo quali erano i miei giochi e divertimenti. Per ora non sto qui a contarlo.

Circondata così d’ogni tenerezza e affetto, arrivai a sei anni. E, a dire la verità, il mondo cominciava a sorridermi; e soprattutto la passione per il ballo stava mettendo nel mio cuore profonde radici. E confesso che Se il nostro buon Dio non avesse usato nei miei confronti una speciale misericordia, con quello il demonio m’avrebbe perduta.

Se non sbaglio, ho già detto a V.E., nello stesso scritto, che mia madre aveva l’abitudine d’insegnare la dottrina cristiana ai suoi figli nell’ora della siesta, durante l’estate; d’inverno, la lezione era di sera, durante la veglia, dopo cena, intorno al focolare, mentre si arrostivano e si mangiavano castagne e ghiande dolci.

S’avvicinava dunque il giorno fissato dal parroco per la prima comunione solenne dei bambini della parrocchia. E così mia madre pensò che, siccome la sua figlioletta sapeva bene la dottrina e aveva compiuto i sei anni, poteva forse fare in quell’occasione la prima comunione. A questo scopo mi mandò, insieme a mia sorella Carolina, a assistere alle lezioni di dottrina, che il parroco faceva ai bambini in preparazione alla prima comunione. Andavo dunque tutta raggiante di gioia, con la speranza di ricevere di li a poco per la prima volta, il mio Dio. Il reverendo dava le sue spiegazioni stando seduto su una sedia che stava sopra una pedana. Mi chiamava vicino a lui e quando qualche bambino non sapeva rispondere alle sue domande, per svergognarli, mi faceva rispondere a me.

Arrivò dunque la vigilia del gran giorno e il reverendo fece andare in chiesa tutti i bambini in mattinata, per dire definitivamente il nome di quelli che erano ammessi. Quale non fu il mio dispiacere, allorché il reverendo mi chiama vicino a sé e, accarezzandomi, mi dice che avrei dovuto aspettare fino a sette anni. Cominciai subito a piangere e, siccome ero vicino a mia madre, singhiozzando piegai il capo tra le sue ginocchia.

Stavo in questa posizione, quando entra nella chiesa un sacerdote che il reverendo parroco aveva fatto venir di fuori per aiutare nelle confessioni. Quel reverendo chiese il motivo delle mie lacrime. Dopo essersi informato, mi portò in sacristia e mi esaminò sul catechismo e sull’eucaristia; dopo mi prese per mano, mi portò dal parroco e disse:

– Padre Pena, lasci che questa bambina faccia la prima comunione. La bimba sa quel che fa, meglio che molti di quelli li.

– Ma ha solo sei anni, – replicò il parroco.

– Non fa niente! Se lei vuole, mi assumo io questa responsabilità.

– E va bene, – mi disse il buon parroco – va dalla mamma e dille di si: domani farai la prima comunione.

La mia gioia non si può spiegare. Battendo le mani dalla contentezza e correndo per tutto il tragitto, andai a dare la bella notizia a mia madre, che cominciò subito a prepararmi per portarmi, nel pomeriggio, a fare la confessione.

Arrivando in chiesa, dissi a mia madre che volevo confessarmi da quel sacerdote di fuori. Quel reverendo stava confessando in sacristia, seduto su una sedia. Mia madre allora s’inginocchiò vicino alla porta, di fronte all’altare maggiore, insieme alle altre donne che stavano aspettando il turno dei loro figlioletti. Li davanti al Santissimo, mi fece le ultime raccomandazioni.

Quando toccò a me andai a inginocchiarmi ai piedi del nostro buon Dio, rappresentato in quel momento dal suo ministero, per implorare perdono dei miei peccati. Quando ebbi terminato, vidi che tutti ridevano. Mai madre mi chiama e mi dice: «Figlia mia, non sai che la confessione si fa a bassa voce, che è una cosa segreta? Tutti ti hanno sentito! Solo alla fine hai detto una cosa che nessuno ha capito che cos’era». E mentre tornavamo a casa, mia madre fece vari tentativi per vedere che scopriva quello che lei chiamava il segreto della mia confessione; ma non ottenne che un profondo silenzio.

Scoprirò dunque adesso quello che era il segreto della mia confessione.

Il buon sacerdote, dopo avermi ascoltato, mi disse questi brevi parole:

«Figlia mia, la tua anima è il tempio dello Spirito santo. Conservala sempre pura, perché Lui possa continuare in essa la sua azione divina». All’udire queste parole, mi sentii invasa di rispetto per il mio intimo e domandai al buon confessore come dovevo fare:

– Ti metti in ginocchio – mi rispose – il ai piedi della Madonna e le domandi con grande fiducia che abbia cura del tuo cuore e lo prepari per ricevere degnamente domani il suo caro Figlio e che lo conservi per Lui solo!

C’erano in chiesa parecchie immagini della Madonna. Ma siccome le mie sorelle adornavano l’altare della Madonna del rosario, perciò io ero abituata a pregare davanti a quella; e così ci andai anche questa volta a chiederLe, con tutto l’ardore di cui ero capace, che conservasse solo per Dio il mio povero cuore. Ripetei varie volte quest’umile supplica, con gli occhi fissi sull’immagine e mi parve che lei sorrideva e, con gesto di bontà, mi diceva di sì. Rimasi così inondata di gioia, che a malapena riuscivo ad articolare parola.

Le mie sorelle stettero su tutta la notte per farmi il vestito bianco e la corona di fiori. Io non potevo dormire per la contentezza e le ore non passavano mai. Così mi alzavo ogni tanto, andavo da loro a domandare se era gia giorno, se volevano provarmi il vestito, la corona di fiori ecc.

E finalmente spuntò il felice giorno, ma quanto ci volle per arrivare alle nove! Già vestita col mio vestito bianco, la mia sorella Maria mi portò in cucina per chiedere perdono ai miei genitori, per baciare loro la mano e chiedere la loro benedizione. Terminata questa cerimonia, la mamma mi fece le ultime raccomandazioni. Mi disse quel che voleva che io domandassi a nostro Signore quando lo avessi dentro al mio petto e mi lasciò andare con queste parole: «Soprattutto chiedi a nostro Signore che faccia dì te una santa», parole che mi rimasero così impresse in modo indelebile nel cuore, che furono le prime che dissi a nostro Signore subito dopo averlo ricevuto. E ancor oggi mi pare di udire l’eco della voce di mia madre che me le ripete. M’incamminai, con le sorelle, verso la chiesa. Per non insudiciarmì di polvere della strada, mio fratello mi portò in braccio.

Non appena arrivai in chiesa, corsi ai piedi dell’altare della Madonna, a rinnovare la mia domanda. Li rimasi a contemplare il sorriso della sera prima, finché le mie sorelle non vennero a prendermi per mettermi nel posto destinato a me. I bambini erano molti. Formavano quattro file, dalla porta della chiesa fino alla balaustra: due di bambini e due di bambine. Siccome io ero la più piccina, mi toccò il posto vicino agli angioletti, sul gradino della balaustra.

Cominciò la messa cantata e, a mano a mano che il momento si avvicinava, il cuore batteva sempre più forte, nell’attesa della visita di un Dio grande, che stava per scendere dal cielo per unirsi alla mia povera anima. Il rev. parroco scese tra le file a distribuire il pane degli angeli. Ebbi la fortuna di essere la prima. Mentre il sacerdote scendeva dai gradini dell’altare, il cuore pareva che volesse uscirmi dal petto. Ma appena ebbe posato sulle mie labbra l’ostia divina, sentii una serenità e una pace inalterabile; sentii che ero invasa da un’atmosfera così soprannaturale, che la presenza del nostro buon Dio mi diventava così sensibile come se Lo vedessi e lo sentissi con i sensi del corpo. Gl’indirizzai dunque le mie suppliche:

– Signore, fate di me una santa. Conservate il mio cuore sempre puro, solo per Te!

Qui mi parve che il nostro buon Dio mi abbia detto, nel fondo del mio cuore, queste parole precise:

– La grazia che oggi ti viene concessa, rimarrà viva nella tua anima e produrrà frutti di vita eterna.

La funzione terminò che era quasi il tocco, sia perché i sacerdoti di fuori avevano tardato a venire, sia a causa del sermone e della rinnovazione delle promesse battesimali. Mia madre venne a prendermi, preoccupata; pensando che non stessi più in piedi dalla debolezza. Ma io mi sentivo così trasformata in Dio, così sazia del pane degli angeli, che mi fu impossibile per allora prendere cibo. Da allora perdetti il gusto e l’attrazione per le cose del mondo, e mi sentivo a mio agio solo in qualche luogo solitario, dove potessi, tutta sola, ricordare le delizie della mia prima comunione.

Ma poche volte riuscivo a fare questo ritiro, perché oltre ad essere incaricata di badare ai bambini che le vicine ci affidavano, come ho già detto all’E.V. rev.ma, mia madre faceva anche da infermiera da quelle parti. Venivano a chiedere il suo parere, se si trattava di cose di poca importanza e le chiedevano di andare a casa loro, se il malato non poteva uscire. E lei allora passava la giornata, e a volte, la notte nelle case dei malati. E se la malattia durava a lungo e lo stato degli infermi lo esigeva, faceva passare la notte vicino a loro anche alle mie sorelle, perché i membri della famiglia potessero riposarsi. E se l’infermo era una madre di famiglia con bambini piccoli, che facevano rumore e disturbavano il malato, portava questi bambini a casa nostra e io ero incaricata di farli divertire. E li facevo divertire, insegnando loro a dipanare, facendo girare l’aspo al contrario, facendo girare i cannelli, insegnavo a fare matasse con l’arcolaio e a guidare le spole nel telaio.

C’era sempre molto lavoro dì questo genere, perché ordinariamente c’erano sempre in casa nostra varie ragazze di fuori, che venivano a imparare il mestiere di tessitrice o di sarta. Queste ragazze, per solito, davano sempre segni di grande attaccamento alla nostra famiglia e usavano dire che i giorni migliori della loro vita li avevano passati in casa nostra.

Siccome le mie sorelle, in alcuni periodi dell’anno, dovevano lavorare nei campi durante il giorno, tessevano e cucivano durante le veglie. Dopo la cena e le preghiere che seguivano, dirette da mio padre, si cominciava a lavorare. Tutti avevano qualcosa da fare. Mia sorella Maria andava al telaio; mio Padre le riempiva i rocchetti; Teresa e Gloria andavano a cucire e mia madre filava; Carolina e io, dopo aver messo in ordine la cucina, eravamo occupate a togliere imbastiture, a attaccare bottoni, ecc.; mio fratello, per tenerci svegli, suonava la fisarmonica, al cui suono noi cantavamo varie cose. I vicini venivano non poche volte a farci compagnia e usavano dire, che anche se non li lasciavamo dormire, si sentivano allegri e gli passavano i cattivi umori udendo la festa che facevamo noi.

Ho sentito parecchie donne che dicevano a mia madre: «Beata te! Che figli meravigliosi che il Signore ti ha dato».

A suo tempo, facevamo anche la spannocchiatura al chiaro di luna. Mi sedevo allora in cima a un mucchio di granturco e io ero incaricata di dare a tutti i presenti l’abbraccio-sorpresa, quando capitava una pannocchia di colore rosso scuro.

Non so se i fatti che ho appena contato sulla mia prima comunione, furono una realtà o un’illusione infantile. So però che essi hanno avuto sempre e hanno ancor oggi una grande influenza nell’unione della mia anima con Dio.

Non so nemmeno perché io sto qui a raccontare a V.E. tutte queste cose della vita di famiglia, ma è Dio che m’ispira così. Lui sa il motivo per cui lo fa. E’ forse perché V.E. rev.ma possa vedere come io dovevo essere sensibile alla sofferenza che il buon Dio stava per chiedermi, dopo essere stata tanto vezzeggiata. E siccome V.E. vuoi che io dica tutte le sofferenze che nostro Signore mi ha domandato e tutte le grazie che si è degnato, per sua misericordia, concedermi, mi pare che così mi sarà più facile dirle proprio così come sono avvenute. E poi me ne sto tranquilla, perché so che V.E. metterà nel fuoco tutto quello che vedrà che non ha utilità per la gloria di -Dio e di Maria santissima.

E così compii sette anni. Mia madre decise che dovevo cominciare a custodire le nostre pecore. Mio padre non era di questo parere e nemmeno le mie sorelle. Volevano per me, per l’affetto particolare che mi portavano, una eccezione. Ma mia madre non cedette: – come le altre – diceva, – Carolina ha ormai dodici anni. Perciò può cominciare a lavorare nei campi, o imparare a fare la sarta o la tessitrice, se ne ha voglia. E così mi fu affidata la custodia del nostro gregge.

La notizia che io cominciavo la mia vita di pastora si sparse rapidamente tra i pastori e quasi tutti vennero a propormi di essere miei compagni. Dissi a tutti di sì e mi misi d’accordo con tutti per andare ai monti. Il giorno dopo la montagna era piena di pastori e di greggi. Pareva coperta da una nuvola. Ma io non mi sentivo a mio agio in mezzo a tanto gridare. Allora ne scelti tre come compagne e, senza dir niente agli altri, ci mettemmo d’accordo per andare a pascoli completamente diversi. Le mie prescelte erano: Teresa Matias, sua sorella Maria Rosa e Maria Justino.

Il giorno dopo ce ne andiamo con le nostre greggi a un monte chiamato Cabeço. Ci dirigemmo al versante del monte che guarda a nord. Sul versante di questo monte a sud, resta Valinhos, che V.E. di nome deve già conoscere. E, sul versante rivolto a levante, c’è quella roccia, della quale pure ho parlato a V.E. nello scritto su Giacinta. Salimmo con le nostre greggi, fin quasi alla cima del monte. Ai nostri piedi c’era un grande bosco, che si stende nella piana della valle: ulivi, castagni, pini, lecci, ecc.

Sarà stato più o meno verso mezzogiorno, quando mangiammo il nostro spuntino. Dopo lo spuntino, invitai le mie compagne a recitare con me il rosario, cosa che accettarono volentieri. Avevamo appena cominciato, quando vediamo davanti ai nostri occhi, come sospesa nell’aria, sopra il bosco, una figura, come se fosse una statua di neve, che i raggi del sole facevano un po’ trasparente.

– Che roba è quella? – domandarono le mie compagne un po’ impaurite.

– Non so.

Continuammo la nostra preghiera, sempre con gli occhi fissi in quella figura, che scomparve non appena terminammo.

Io, secondo il mio solito, decisi di starmene zitta; ma le mie compagne, appena arrivate a casa, contarono alle famiglie quel che era avvenuto. Si sparse la notizia. Un giorno, arrivo in casa e mia madre mi domanda:

– Senti un po’. Dicono che hai visto giù di lì non so che. Si può sapere cos’hai visto?

– Non so. – E siccome non sapevo spiegarmi, aggiunsi – Pareva una persona avvolta in un lenzuolo. – E, volendo dire che non avevo potuto scorgerne i lineamenti, dissi: «Non si riusciva a vedergli né occhi, né mani».

Stupidaggini di bambini – disse mia madre e chiuse il caso con un gesto di disprezzo.

Passò un po’ di tempo e noi tornammo con le nostre greggi a quello stesso posto, e si ripeté la stessa cosa, nello stesso modo. Le mie compagne raccontarono di nuovo l’accaduto. E la stessa cosa si ripeté di lì a un po’ di tempo.

Era la terza volta che mia madre sentiva parlare di questi avvenimenti da gente dì fuori, senza che io avessi detto una sola parola in casa. Mi chiama allora, già poco soddisfatta e mi domanda:

– Vediamo un po’. Cos’è questa roba che voi vedete giù di li?

– Non so, mamma, non so cos’è.

Parecchi cominciarono a prenderci in giro. E siccome io, dal tempo della mia prima comunione restavo a tratti come assorta, le mie sorelle, ricordando quel che era avvenuto, mi chiedevano con una punta d’ironia: «Stai vedendo qualcuno avvolto in un lenzuolo?».

Questi gesti e parole di commiserazione mi colpivano molto, perché io ero abituata a ricevere solo carezze e attenzioni. Ma questo non era niente. È che io non sapevo quello che il buon Dio mi aveva riservato per il futuro.

È a questo punto che Francesco e Giacinta chiesero e ottennero, come ho già raccontato all’E.V. rev.ma, il permesso dei genitori di cominciare a custodire il loro gregge. Lasciai così queste buone compagne e le sostituii con i miei cugini Francesco e Giacinta.

Ci mettemmo d’accordo, dunque, di pascolare le nostre greggi nei terreni dei miei zii e dei miei genitori, per non stare insieme sui monti con gli altri pastori.

Un bel giorno andammo con le nostre pecorelle nella proprietà dei miei, situata ai piedi del monte di cui ho parlato, dalla parte rivolta verso levante. Questa proprietà si chiama Chousa Velha. Verso metà mattina, cominciò a cadere una pioggerellina fine, poco più che una rugiada. Risalimmo il pendio del monte, seguiti dalle nostre pecorelle, in cerca di una roccia che ci servisse da riparo. Fu allora che per la prima volta entrammo in quella benedetta grotta. Si trova in mezzo a un uliveto e appartiene al mio padrino Anastacio. Da lì si vede il piccolo paesetto dove sono nata, la casa dei miei genitori, i paesini di Casa Velha e Eira da Pedra. L’uliveto ha parecchi proprietari e si estende fino a confondersi con questi piccoli paesetti.

Lì passammo la giornata, anche se aveva smesso di piovere ed era apparso un sole bello e splendente. Facemmo lo spuntino e recitammo il nostro rosario e chissà forse uno di quelli, che noi usavamo dire per la fretta di poter giocare, come ho già raccontato a V.E., passando i grani e dicendo solo le parole: Ave, Maria e Padre nostro! Finito di pregare, cominciammo a giocare con i sassolini.

Si stava giocando da qualche momento ed ecco che un vento forte scuote gli alberi e ci fa alzare gli occhi per vedere cosa succedeva, perché il giorno era sereno. Vediamo allora che sopra l’uliveto viene verso di noi quella figura di cui ho già parlato. Giacinta e Francesco non l’avevano mai vista e io non gliene avevo mai parlato. A mano a mano che si avvicinava, riuscivamo a scorgerne le fattezze: un giovane di 14 o 15 anni, più bianco che se fosse stato di neve, e il sole lo rendeva trasparente come se fosse stato di cristallo e di una grande bellezza. Arrivato vicino a noi ci disse:

Non abbiate paura. Sono l’angelo della pace. Pregate con me. – E, inginocchiatosi per terra, curvò la fronte fino al suolo e ci fece ripetere tre volte queste parole: – Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo! Io vi domando perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano.

Poi, alzandosi disse:

Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria stanno attenti alla voce delle vostre suppliche.

Le sue parole s’impressero talmente nel nostro spirito, che noi non le scordammo mai più. E da allora noi trascorrevamo lunghi periodi di tempo, così prosternati, ripetendole a volte fino a cadere dalla stanchezza. Raccomandai subito che era necessario mantenere il segreto e, questa volta, grazie a Dio, fecero come volevo io.

Passò un bel po’ di tempo e un giorno d’estate, che eravamo andati a passare la siesta a casa, stavamo giocando in cima a un pozzo, che i miei avevano in fondo al giardino e che si chiamava Arneiro. (Nello scritto su Giacinta, ho già parlato anche di questo pozzo). Improvvisamente, vediamo vicino a noi la stessa figura, o angelo, come mi pare che doveva essere e dice:

Che fate? Pregate, pregate molto! I Cuori santissimi di Gesù e di Maria hanno sopra di voi disegni di misericordia. Offrite costantemente all’Altissimo orazioni e sacrifici.

– E come dobbiamo sacrificarci? – domandai.

Offrite a Dio il sacrificio di tutto quello che vi sarà possibile, in atto di riparazione dei peccati, con cui Lui viene offeso e per impetrare li conversione dei peccatori. Attirate così, sopra la nostra patria, la pace. Io sono il suo angelo custode, l’angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi manderà.

Passò parecchio tempo e andammo a pascolare il gregge in una proprietà dei miei genitori situata sul pendio del monte di cui ho parlato, un po’ sopra Valinhos. È un uliveto chiamato Pregueira. Finito lo spuntino, decidemmo di andare a pregare nella grotta che restava dall’altra parte del monte. Perciò si fece un mezzo giro sul pendio e dovemmo arrampicarci su per alcune rocce, situate proprio in cima alla Pregueira. Le pecore riuscirono a passare con molta difficoltà.

Appena arrivati ci mettemmo in ginocchio con la faccia a terra e cominciammo a ripetere l’orazione dell’angelo: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo ecc.». Non so quante volte avevamo ripetuto questa preghiera, quando vediamo che sopra di noi brilla una luce sconosciuta. Ci alziamo per vedere che cosa stava succedendo e vediamo l’angelo che aveva nella mano sinistra un calice, sopra il quale stava sospesa un’ostia, dalla quale cadevano alcune gocce di sangue dentro al calice. L’angelo lascia sospeso il calice per aria, s’inginocchia vicino a noi e ci fa ripetere tre volte:

Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito santo, io vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione di tutti gli oltraggi, sacrilegi e indifferenze, con i quali Egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo santissimo Cuore e del Cuore immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori.

Poi si alza, prende nelle mani il calice e l’ostia. Dà a me l’ostia santa e il calice lo divise tra Giacinta e Francesco, dicendo nello stesso tempo:

Prendete e bevete il corpo e il sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio.

E, prostrandosi nuovamente in terra, ripeté con noi altre tre volte la medesima orazione: «Santissima Trinità ecc.», e scomparve.

Noi rimanemmo nella stessa posizione, ripetendo sempre le stesse parole e quando ci alzammo, vedemmo che s’era fatto sera e perciò era ora che ce ne andassimo a casa.

Eccomi, Eccellenza reverendissima, arrivata alla fine dei miei tre anni di pastorella, dai sette ai dieci anni. Durante questi tre anni, la nostra casa e oserei quasi dire la nostra parrocchia aveva mutato aspetto quasi completamente. Il rev. P. Pena non era più nostro parroco e era stato sostituito dal rev. P. Boicinha. Questo zelantissimo sacerdote, venuto a conoscenza dei costumi pagani che esistevano nella parrocchia, come balli e danze, cominciò a predicare contro questo dal pulpito nelle omelie domenicali. In pubblico e in privato, approfittava di tutte le occasioni che gli capitavano per combattere queste cattive usanze.

Mia madre, quando senti il buon parroco parlate così, proibì alle mie sorelle di andare a simili divertimenti. E siccome l’esempio delle mie sorelle portò molte altre a non partecipare, quest’usanza andò a poco a poco scomparendo.

Lo stesso avvenne tra i bambini, che come ho già detto a V.E. nella esposizione su mia cugina facevano le loro danze a parte.

Ci fu chi disse a mia madre:

– Ma fin adesso non era peccato ballare! E ora, perché è cambiato il parroco, improvvisamente diventa peccato? Ma che sistemi sono questi?

– Non so – rispose mia madre – una cosa è certa però, che il signor priore non vuole che si balli e perciò le mie figliole non si rimettono con certe compagnie. Al massimo le lascerò ballare un po’ in casa, perché il signor priore dice che in famiglia non c’è niente di male.

In questo periodo le mie due sorelle più vecchie lasciarono la casa paterna, perché avevano ricevuto il sacramento del matrimonio.

Mio padre s’era lasciato trascinare da cattive compagnie e era caduto nei lacci di una triste passione, a causa della quale avevamo già perduto alcuni dei nostri terreni. Mia madre, visto che i mezzi di sussistenza scarseggiavano, decise di mandare le mie due sorelle Gloria e Carolina a servizio in altre famiglie.

Rimase dunque in casa mio fratello, per lavorare i campi che ci restavano; mia madre, che si occupava della casa e io per pascolare il gregge.

La mia povera mamma viveva immersa in una profonda amarezza e quando, la sera, stavamo tutti e tre riuniti intorno al focolare, aspettando il babbo per cenare, mia madre, a vedere vuoti i posti delle altre sue figlie, diceva. con una profonda tristezza: «Mio Dio, dov’è andata a finire la felicità di questa famiglia?». E, piegando la testa su un tavolinetto che aveva a fianco, scoppiava in amari pianti. Mio fratello e io univamo le nostre lacrime alle sue. Era una delle scene più tristi a cui io abbia assistito. Sentivo il cuore spezzarsi dal desiderio di rivedere le mie sorelle e per l’amarezza di mia madre. Anche se ero una bimbetta, capivo benissimo la situazione in. cui ci trovavamo.

Mi ricordavo allora delle parole dell’angelo: «Soprattutto accettate, sottomessi, i sacrifici, che il Signore vi manderà». Mi ritiravo allora in un luogo solitario, per non aumentare con la mia sofferenza quella di mia madre. Questo luogo era, di solito, il nostro pozzo. Là, in ginocchio, prostrata sopra i lastroni che lo coprivano, univo alle sue acque le mie lacrime e offrivo a Dio la mia sofferenza. A volte Giacinta e Francesco arrivavano e m’incontravano in questo stato, amareggiata. E siccome la mia voce era interrotta dai singhiozzi e non potevo parlare, essi soffrivano con me al punto di spargere pure loro abbondanti lacrime. Era Giacinta allora che faceva a voce alta la nostra offerta:

– Mio Dio! È in atto di riparazione e per la conversione dei peccatori che Vi offriamo tutte queste sofferenze e sacrifici.

La formula dell’offerta non era sempre esatta, ma il senso era sempre questo.

Queste sofferenze tanto grandi cominciarono a mirate la salute di mia madre. Ormai non poteva più lavorare e fece venite mia sorella Gloria, che stesse dietro ai lavori di casa. Accorsero allora i medici e chirurghi che c’erano da quelle parti. Provò un’infinità di medicine, senza ottenere nessun miglioramento. Il buon parroco si offerse di portare mia madre a Leiria, col suo baroccio tirato da mule, perché potesse consultarvi dei medici. E ci andò, accompagnata da mia sorella Teresa, ma ritornò a casa mezza morta per la stanchezza e sfinita dalle visite, senza aver ottenuto alcun risultato.

Si consultò infine con un chirurgo che lavorata a S. Mamede, il quale dichiarò che mia madre soffriva di una lesione cardiaca, lo spostamento di una vertebra e un abbassamento renale. La sottomise ad una rigorosa cura di punte infocate e varie medicazioni, con cui ottenne qualche miglioramento.

Ecco lo stato in cui ci trovavamo, quando arrivò il 13 maggio 1917. Mio fratello raggiungeva pure in quel periodo l’età di presentarsi per il servizio militare. E siccome godeva di una salute perfetta, c’era da aspettarsi che risultasse idoneo. Inoltre era tempo di guerra e era difficile farlo esentare.

Col timore di restare senza nessuno che s’occupasse dei campi, mia madre richiamò a casa anche la mia sorella Carolina. Frattanto il padrino di mio fratello prometteva di farlo esentare. Fece dei passi presso il medico Ispettore e il nostro buon Dio si degnò, per allora di dare a mia madre questa consolazione.

Non sto qui a descrivere l’apparizione del 13 maggio. V.E. la conosce bene e perciò il tempo impiegato a descriverla sarebbe tempo perso.

V.E. conosce bene anche il modo con cui mia madre si informò del fatto e gli sforzi che fece per obbligarmi a dire che ‘avevo mentito.

Le parole che la santissima Vergine mi disse in quel giorno e che decidemmo d’accordo di non rivelare, furono (dopo aver detto che saremmo andati in cielo, chiese):

Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze, che Lui vorrà inviarvi, in riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e per impetrare la conversione dei peccatori?

– Sì, noi lo vogliamo – fu la nostra risposta.

Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto.

Il 13 di giugno si celebrava nella nostra parrocchia la festa in onore dl sant’Antonio. Quel giorno era tradizione dar la via alle greggi al mattino per tempo; e alle nove si chiudevano negli stabbi per andare alla festa. Mia madre e mia sorella che sapevano quanto io amassi le feste, mi dicevano di solito: «Voglio proprio vedere se lasci la festa per andare a Cova da Iria a parlare con quella Signora». Quel giorno nessuno mi rivolse la parola, però mi guardavano con l’aria di chi pensa: «Lascia perdere; stiamo a vedere cosa fa’».

Così detti la via al gregge al mattino presto, con l’intenzione di chiuderlo nello stabbio alle nove, andate alla messa delle dieci e poi andare a Cova da Iria. Ma ecco che poco dopo il sorgere del sole, mio fratello mi viene a chiamare: che dovevo andare a casa, che c’erano varie persone che volevano parlarmi. E restò lui col gregge e io andai a vedere che cosa volevano. – Erano uomini e donne che venivano dai paesi di Minde, dalle parti di Tomar, Carrascos, Boleiros, ecc., e che volevano accompagnarmi a Cova da Iria. Io dissi loro che era ancora presto e li invitai ad andare con me alla messa delle otto. Dopo tornai a casa. Questa buona gente mi aspettò nel nostro cortile, all’ombra dei nostri fichi. Mia madre e mia sorella mantennero il loro atteggiamento di commiserazione, che in realtà mi feriva e mi costava più degli insulti.

Verso le 11, uscii di casa, passai dalla casa dei miei zii, dove Giacinta e Francesco mi aspettavano e ce ne andiamo a Cova da Iria, in attesa del momento desiderato. Tutta la gente ci seguiva, facendoci mille domande. In questo giorno, io mi sentivo molto amareggiata: vedevo mia madre afflitta, che voleva a tutti i costi farmi confessare – come mi diceva – la mia menzogna. Io avrei voluto farla contenta, ma non sapevo ormai come, senza mentire. Ella aveva infuso nei suoi figli, fin dalla culla, un grande orrore per la menzogna e castigava severamente chi ne dicesse qualcuna.

– Sono sempre riuscita – diceva – a far sì che i miei figli dicessero la verità; e ora dovrei passar sopra a una cosa del genere con la più piccola? Magari se si trattasse di una cosa meno importante…; ma una menzogna simile che ha già tratto in inganno tante persone!

Dopo questi sfoghi, si rivolgeva a me e diceva:

– Rigirala un po’ come ti pare! O tu la finisci d’imbrogliare questa gente, confessando che hai mentito, o ti rinchiudo in una stanza dove non puoi più vedere nemmeno la luce del sole. A tanti altri dispiaceri, mi mancava proprio che venisse ad aggiungersi una cosa simile.

Le mie sorelle prendevano le parti di mia madre e intorno a me si respirava un’atmosfera di disprezzo e di rifiuto. Mi ricordavo allora dei tempi

passati e domandavo a me stessa: «Dov’è la tenerezza, che fino a poco tempo fa la mia famiglia aveva per me?». Mio unico sfogo erano le lacrime, sparse davanti a Dio, mentre gli offrivo il mio sacrificio.

Quel giorno dunque la SS. Vergine, come se indovinasse quel che stava succedendo, oltre a quello che ho già narrato, mi disse:

E tu soffri molto? Non scoraggiarti! Io mai ti lascerò; Il mio Cuore immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà a Dio.

Giacinta, quando mi vedeva piangere, mi consolava dicendo:

– Non piangere! Di sicuro sono questi i sacrifici che l’angelo ha detto che Dio ci avrebbe inviato. Perciò è per riparare e per convertire i peccatori che tu soffri.

Fu in questo periodo che il parroco della mia parrocchia venne a conoscenza di quel che avveniva e mandò a dire a mia madre di portarmi a casa sua. Lei si sentì sollevata, stimando che il signor priore si sarebbe assunto la responsabilità degli avvenimenti. Per questo mi disse:

– Domattina andiamo a messa di buon’ora. Poi tu vai dal signor priore. Egli ti obbligherà a dire la verità, comunque sia: che ti castighi, che faccia dite quello che gli pare; basta che ti obblighi a confessare che hai mentito, io sono contenta».

Le sorelle presero anche loro le parti di mia madre e inventarono una infinità di minacce per impaurirmi al pensiero dell’incontro col parroco. Informai Giacinta e Francesco su quello che stava avvenendo ed essi mi risposero:

– Veniamo anche noi. Il signor priore ha mandato a dire a mia madre di portarci là, ma mia madre non ci ha detto niente di tutte queste cose. Pazienza. Se ci picchiano, soffriremo per amore di nostro Signore e per i peccatori.

Il giorno dopo me ne andai dietro a mia madre, che per la strada non mi disse nemmeno una parola. Io confesso che tremavo, al pensiero di quello che doveva succedere. Durante la messa, offersi a Dio le mie sofferenze; dopo, dietro a mia madre, attraverso il sagrato e salgo le scale della veranda del parroco. Saliti i primi gradini, mia madre si gira verso di me e mi dice:

– Non mi dar più grattacapi! Ora tu dici al signor priore che hai mentito e così lui, domenica, può avvisare in chiesa che è stata una menzogna e tutto finisce lì. Ma ti pare una cosa da farsi, tutta questa gente che corre a Cova da Iria a pregare davanti a un leccio!

Senza dire altro, bussa alla porta. Viene ad aprire la sorella del parroco, che ci fa sedere su una panca e ci dice di aspettare un poco. E infine venne il signor priore. Ci fa entrare nel suo studio, fa segno a mia madre di sedersi su una panca e mi chiama vicino alla scrivania. Quando vidi che il reverendo parroco m’interrogava con tanta serenità e perfino con amabilità, rimasi meravigliata. Però mi tenevo nell’attesa di quello che sarebbe avvenuto dopo.

L’interrogatorio fu molto minuzioso e quasi quasi oserei dite spossante. Il reverendo mi fece un leggero ammonimento dicendo:

– Non mi sembra una rivelazione del cielo. Quando succedono queste cose, nostro Signore invia ordinariamente queste anime, con cui si mette in comunicazione, a render conto di quello che avviene ai loro confessori o parroci; e questa qui, al contrario, si chiude in sé più che può. Anche questo può essere un inganno del demonio. Vedremo. Il futuro ci dirà che cosa dobbiamo pensarne.

Quanto mi abbia fatto soffrire questa osservazione, solo nostro Signore lo può sapere, perché Lui solo può penetrare nel nostro intimo.

Cominciai allora a dubitare se queste manifestazioni venissero dal demonio, che cercava in questo modo di perdermi. E siccome avevo sentito dire che il demonio porta sempre guerra e disordine, cominciai a pensare che, di fatto, da quando io vedevo queste cose, non c’erano più state né allegria né tranquillità in casa nostra. Che angoscia provavo. Manifestai il mio dubbio ai miei cugini. Giacinta rispose:

– Ma no, non è il demonio! Il demonio dicono che è molto brutto, che sta sotto terra, all’inferno; quella Signora è così bella e noi l’abbiamo vista salire al cielo!

Nostro Signore si servì di questo per far svanire un po’ il mio dubbio. Ma nel corso del mese perdetti l’entusiasmo per la pratica del sacrificio e della mortificazione. Non sapevo se avrei finito per dire che avevo mentito e così farla finita con tutto. Giacinta e Francesco mi dissero:

– Non far così! Non capisci che adesso sì che dici una bugia e dire le bugie è peccato!

Mi trovavo in questo stato, quando ebbi un sogno che aumentò le tenebre del mio spirito: vidi il demonio che mi aveva ingannata, ridacchiava e faceva sforzi per trascinarmi all’inferno. Al vedermi tra le sue sgrinfie, cominciai a gridare così forte, invocando la Madonna, che svegliai mia madre, la quale mi chiamò, preoccupata, e mi domandò cosa avevo. Non mi ricordo che cosa le risposi. Ricordo però che quella notte non potei più dormire, perché ero paralizzata dalla paura.

Questo sogno lasciò nel mio spirito una vera nube di paura e di afflizione. Mio unico sollievo era starmene tutta sola, in un canto solitario e lì piangere a volontà. Cominciò a infastidirmi perfino la compagnia dei miei cugini e perciò cominciai a nascondermi anche da loro. Poveri bambini. A volte andavano in giro a cercarmi, chiamandomi per nome, e io ero li vicino, senza rispondergli, nascosta a volte in un cantuccio, verso cui non si sognavano nemmeno di guardare.

Si avvicinava intanto il tredici luglio e io non sapevo se ci sarei andata. Pensavo: «Se è il demonio, perché dovrei vederlo? Se mi dicono perché non ci vado, dico che ho paura che sia il demonio che ci appare e che perciò non ci vado. Giacinta e Francesco facciano come gli pare. Io non ci torno più a Cova de Iria. La mia decisione era presa e io ero decisa a metterla in pratica.

Il dodici, nel pomeriggio, cominciò a radunarsi della gente, che veniva per assistere agli avvenimenti del giorno seguente. Chiamai allora Giacinta e Francesco e li informai della mia decisione. Essi risposero: «Noi ci andiamo. Quella Signora ci ha detto di andarci. Giacinta si offerse a parlare lei con la Signora, ma le dispiaceva che io non ci andassi e cominciò a piangere. Le domandai perché piangeva:

– Perché tu non vuoi venire!

– No, io non ci vado; Senti: se la Signora ti domanda di me, dille che non vengo, perché ho paura che sia il demonio. – E li piantai lì e andai a nascondermi, così non avevo da parlare con le persone che mi cercavano per interrogarmi.

Mia madre pensava che stessi giocando con i bambini del posto, durante tutti questi periodi che passavo nascosta dietro un cespuglio, che c’era nella proprietà di un vicino, che confinava col nostro Ameiro, un po’ a est del pozzo già tante volte ricordato. Quando arrivavo in casa, la sera, mi rimproverava dicendo:

– Questa sì che è una santerella di legno tarlato! Tutto il tempo che le avanza che non va colle pecore, sta a giocare in modo tale che nessuno la trova.

Il giorno dopo, mentre si avvicinava l’ora in cui dovevo partire, mi sentivo spinta ad andare da una forza misteriosa, alla quale non mi era facile resistere. Mi misi dunque in cammino e passai dalla casa dei miei zii, per vedere se c’era ancora Giacinta. La trovai in camera, col suo fratellino Francesco, in ginocchio vicino al letto, piangendo.

– Allora, voi non andate? – domandai loro.

– Senza te non abbiamo il coraggio di andare. Dai, vieni!

– Son qui che vado, – risposi.

Allora, subito rasserenati, patirono con me.

La folla ci aspettava in grossi gruppi lungo le strade e a malapena riuscimmo ad arrivare. Fu questo il giorno in cui la SS. Vergine si degnò di rivelarci il segreto. Poi, per rianimare il mio fervore intiepidito, ci disse:

Sacrificatevi per i peccatori o dite a Gesù, molte volte, ma specialmente tutte le volte che offrite un sacrificio: «O Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria».

Grazie al nostro buon Dio, con questa apparizione scomparvero le nubi dall’anima mia e ritrovai la pace.

La mia povera mamma era sempre più preoccupata a vedere il gran numero di gente che veniva lì da tutte le parti.

– Questi poveretti – diceva – arrivano qua, sicuramente perché sono tratti in inganno dai vostri imbrogli; e davvero non so che fare per disingannarli.

Un poveraccio, che si vantava di prenderci in giro, di insultarci e di arrivare

volte a metterci le mani addosso, un giorno le domandò:

– Allora, zia Maria Rosa, che cosa mi dite delle visioni di vostra figlia?

– Ma che ne so – rispose mia madre – Mi pare che non è altro che un’imbrogliona, che sta ingannando mezzo mondo.

– Non ditelo molto forte, se non qualcuno è capace di ammazzarvela. Ho l’impressione che c’è qualcuno in giro che ne ha proprio voglia.

– Ah, non m’importa. Basta che la costringano a confessare la verità. Io però dirò sempre la verità, sia contro i miei figli, sia contro chi vi pare, magari anche contro di me.

Era proprio così. Mia madre diceva sempre la verità, anche se era contro se stessa. Noi suoi figli le siamo debitori di questo buon esempio.

Così un giorno tentò di nuovo di obbligarmi a smentirmi, come lei diceva. Perciò decise di portarmi un’altra volta, il giorno seguente, alla casa del signor priore, perché io confessassi di aver mentito, per chiedergli perdono e per fare la penitenza che il reverendo credesse opportuno e volesse impormi. Questa volta l’attacco era forte e io non sapevo come fare. Lungo il cammino, passo dalla cara dei miei zii, dico a Giacinta, che era ancora a letto, quel che stava avvenendo e poi me ne vado dietro a mia madre.

Nello scritto su Giacinta, ho già detto all’E.V. rev.ma la parte che lei e il fratello ebbero in questa prova che il Signore ci inviò e come mi aspettavano vicino al pozzo ecc.

Durante il cammino, ‘mia madre mi fece la sua solita predica. A un certo punto io le dissi tremando:

– Ma, mamma, come faccio a dire che non ho visto, se ho visto?

Mia madre non rispose e, arrivata vicino alla casa del parroco, mi disse: – Ascoltami bene! Quello che io voglio è che tu dica la verità: se hai visto, di’ che hai visto; se non hai visto, confessa che hai mentito. – E senza aggiungere altro, salimmo la scalinata e il buon parroco ci ricevette nel suo studio con grande amabilità e, direi, perfino con dolcezza.

M’interrogò con grande serietà e delicatezza, servendosi di alcuni trucchi, per vedere se io mi contraddicevo o se scambiavo una cosa per l’altra. Alla fine ci licenziò stringendosi nelle spalle, come a dire: «Non so che cosa dire né che cosa fare di questa faccenda».

Passati alcuni giorni, i miei zii e i miei genitori ricevettero l’ordine delle autorità di comparire in municipio, il giorno seguente, a una certa ora stabilita, con Giacinta, Francesco, mio zio, con me e mio padre. Il municipio si trova a Vila Nova de Ourém; perciò c’era da camminare tre leghe circa, distanza assai considerevole per tre bambini della nostra età. E in quel tempo, l’unico mezzo per viaggiare in quei posti, erano le gambe e qualche somarello. Mio zio disse subito che lui andava, ma i suoi figli non li portava:

Loro, a piedi non ce la fanno; – diceva – e a cavallo non sono buoni a tenersi all’asina, perché non ci sono abituati. E poi non mi sento il dovere di presentare in tribunale due bambini così piccoli.

I miei genitori erano di parere contrario.

– La mia ci va. Che s’arrangi a rispondere. Io di queste cose non me ne intendo niente. Se sta mentendo, le sta bene se viene castigata.

Il giorno dopo, molto per tempo, mi misero in cima ad un’asina, dalla quale caddi tre volte durante il cammino e me ne andai accompagnata da mio padre e da mio zio. Mi pare che ho già raccontato a V.E. rev.ma quel che Giacinta e Francesco ebbero a soffrire quel giorno, credendo che m’avrebbero uccisa. Per me, quel che più mi faceva soffrire, era l’indifferenza dei miei genitori, che m’appariva ancor più chiaramente, quando vedevo la dolcezza con cui. i miei zii trattavano i loro figlioletti. Mi ricordo d’aver fatto durante questo viaggio questa riflessione: «Come sono differenti i miei genitori d’ai miei zii. Questi per difendere i loro figli, si fanno avanti al loro posto; i miei genitori mi abbandonano con la più grande indifferenza, perché facciano di me quello che vogliono. Ma, pazienza – dicevo nell’intimo del mio cuore – così ho la fortuna di soffrire di più per amore Tuo, o mio Dio, e per la conversione dei peccatori». A questo pensiero trovavo conforto in tutti i momenti.

In municipio fui interrogata dal sindaco in presenza di mio padre, mio zio e altri signori che non so chi erano. Il sindaco voleva per forza che gli rivelassi il segreto e che gli promettessi di non tornare mai più a Cova da Iria. Per ottenere ciò non risparmiò promesse e, infine, minacce. Vedendo che non otteneva nulla mi lasciò andare, giurando che ci sarebbe riuscito, anche se per far ciò avesse dovuto togliermi la vita. A mio zio diede una solenne ripassata, perché non aveva ubbidito ai suoi ordini e poi ci lasciarono tornare a casa nostra.

Avevamo in famiglia anche un altro dispiacere, di cui – come si diceva – io ero la causa. Cova da Iria era un terreno di proprietà dei miei genitori. In fondo c’era un campetto assai fertile, in cui si coltivava un bel po’ di mais, legumi, ortaggi, ecc. Sui poggi c’erano ulivi, lecci e qualche quercia. Ma dopo che il popolo aveva cominciato ad andarci, non potemmo più coltivarci niente. La gente calpestava tutto. Un gran numero andava a cavallo e gli animali finivano per mangiare e rovinare tutto. A mia madre dispiaceva questa perdita e diceva:

– Tu, ora, quando vuoi mangiare, va’ a chiederlo a quella Signora!

Tu, ora, dovresti mangiare solo quello che si coltiva a Cova da Iria! – aggiungevano le sorelle.

Queste cose mi costavano tanto, che io non avevo il coraggio di prendere un pezzo di pane per mangiare. Mia madre, per obbligarmi a dire la verità

– come lei diceva – arrivò non poche volte al punto di farmi sentite il peso di qualche manganello destinato al fuoco e trovato nel mucchio della legna all’angolo, o del manico della scopa. Ma siccome era anche madre, cercava poi di farmi ricuperare le forze perdute e si preoccupava a vedermi smagrire, con una faccia ingiallita e aveva paura che mi ammalassi. Povera mamma! Ora si, capisco sul serio la situazione in cui si trovava e come sento compassione per lei! Aveva proprio ragione a stimarmi indegna di un tal favore e a pensare per questo che fossi una bugiarda.

Per una speciale grazia di nostro Signore, mai ho avuto il minimo pensiero o gesto contrario al suo modo di procedere nei miei riguardi. Siccome l’angelo mi aveva annunciato che Dio mi avrebbe mandato delle sofferenze, io vidi sempre in tutto ciò Dio che voleva così. L’amore, la stima e il rispetto che le dovevo andarono sempre crescendo, come se fossi trattata con tenerezza e ora le sono più riconoscente per avermi trattata così, che se avesse continuato a farmi crescere nella bambagia.

Dev’essere stato in quel mese che venne per la prima volta il sig. dott. Don Formigao a farmi una serie di domande. M’interrogò seriamente e minuziosamente. Mi piacque molto, perché mi parlò molto della pratica della virtù, insegnandomi alcuni metodi di praticarla. Mi mostrò un’immagine di sant’Agnese, mi raccontò la storia del suo martirio e m’incoraggiò a imitarla. Il reverendo continuò a venire là tutti i mesi, per fare il suo interrogatorio, finito il quale mi dava sempre qualche buon consiglio, e con questo mi faceva un po’ di bene spirituale.

Un giorno mi disse: «Figlia mia, tu hai il dovere di amare molto nostro Signore, per le grazie così grandi e i benefici che ti sta concedendo». Questa frase s’impresse così profondamente nell’anima mia, che da allora ho preso l’abitudine di dire costantemente a nostro Signore: «Mio Dio, io Vi amo in segno di riconoscenza per le grazie che mi avete concesso!». Dissi a Giacinta e al suo fratellino questa giaculatoria che mi piaceva tanto e lei la prese tanto a cuore, che nel bel mezzo del gioco più interessante, domandava: «Vi siete ricordati di dire a nostro Signore che lo amate, per le grazie che ci ha fatto?».

Intanto siamo arrivati al tredici agosto. Fin dalla sera precedente, la gente aveva cominciato ad affluite da tutti i posti. Tutti volevano vederci, interrogarci, farci delle richieste da trasmettere alla santissima Vergine. Eravamo nelle mani di quella gente, come una palla in mano ai ragazzi. Ognuno ci tirava dalla sua parte e ci domandava quel che voleva lui, senza darci tempo di rispondere a nessuno. In mezzo a questa confusione, vengo a sapere di un ordine del sindaco di recarmi alla casa di mia zia, perché la mi attendeva. Mio padre era stato intimato e mi ci portò. Quando arrivai, lui stava in una stanza insieme ai miei cugini. C’interrogò e fece altri tentativi per obbligarci a rivelare il segreto e a promettere che non saremmo tornati a Cova da Iria. Ma non ottenne nulla, perciò diede ordine a mio padre e a mio zio di portarci alla casa del signor Priore.

Tutto il resto che avvenne in questa prigionia, non sto qui a raccontarlo ora, perché V.E. è già al corrente di tutto. Come ho già detto a V.E., la cosa che a questo punto sentii di più, quello che più mi fece soffrire, come pure i miei cugini, fu di essere completamente abbandonati dalle nostre famiglie.

Al ritorno da questo viaggio, o prigionia, dato che non saprei bene come chiamarlo, che secondo me avvenne il 15 agosto, in segno di gioia per il mio arrivo a casa, mi fecero immediatamente dar la via al gregge e portarlo al pascolo. I miei zii rimasero con i loro figlioletti in casa e perciò mandarono al loro posto Giovanni. Era tardi, ormai, e ce ne restammo vicino al paese, a Valinhos.

La V.E. rev.ma sa già come avvenne anche questo fatto e perciò non mi dilungo a descriverlo. La santissima Vergine ci raccomandò di nuovo la pratica della mortificazione, dicendo alla fine di tutto:

Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno, perché non c’è chi si sacrifica e prega per loro.

Passati alcuni giorni, stavamo andando con le nostre pecorelle per una strada in cui trovai un pezzo di corda di un carretto. La presi e la legai a un braccio, così per gioco. Non tardai ad accorgermi che la corda faceva male. Allora dissi ai miei cugini: «Sentite, questa qui, fa male. Potremmo legarla ai fianchi e offrire a Dio questo sacrificio». I poveri bambini accettarono prontamente la mia idea e subito dopo cercammo di dividerla tra noi tre. Una pietra angolosa, picchiata in cima ad un’altra, fu il nostro coltello. Sia perché era grossolana e dura, sia perché a volte la stringevano troppo, questo strumento ci faceva a volte soffrire orribilmente. Giacinta lasciava a volte cadere alcune lacrime, tanto era forte il dolore che le causava; e io le dicevo alcune volte di toglierla, ma lei rispondeva:

– No, voglio offrire questo sacrificio a nostro Signore come riparazione e per la conversione dei peccatori.

Un’altro giorno stavamo giocando e si coglieva sui muri un’erba con cui si fanno come degli schiocchi e stringerla tra le mani. Giacinta, mentre prendeva quest’erba, colse, senza volere, delle ortiche, con cui si punse. Sentendo dolore, le strinse ancor più nelle mani e ci disse: «Guardate un po’! Ecco un’altra cosa con cui ci possiamo mortificare». Da allora ci rimase l’abitudine di darci – ogni tanto – qualche orticata alle gambe, per offrire a Dio anche quel sacrificio.

Se non m’inganno, fu pure durante questo mese che prendemmo l’abitudine di dare il nostro spuntino ai nostri poverelli, come già ho raccontato aIl’E.V. rev.ma nello scritto sopra Giacinta. Mia madre cominciò pure neI corso di questo mese a stare più in pace. Usava dire: «Se ci fosse, magari solo un’altra persona in più che vedesse qualcosa, io forse ci crederei! Ma che, fra tanta gente, che siano i soli a vedere!». Inoltre, in quest’ultimo mese, parecchie persone dissero d’aver visto varie cose: alcune che avevano visto la Madonna, altre vari segni nel sole, ecc. ecc. Mia madre diceva ora:

– A me, prima, pareva che se c’era un’altra persona che avesse anche lei le visioni, io ci avrei creduto; ma ora che tanti dicono d’aver visto, io non riesco ancora a crederci.

Fu pure in quel tempo che mio padre cominciò a prendere le mie difese, mettendo sempre a tacere quelli che volevano rimproverarmi; e usava dire:

– Non sappiamo se è vero, ma non sappiamo nemmeno se è una menzogna.

Di questi tempi, i miei zii, stanchi delle noie delle persone di fuori, che continuamente chiedevano di vederci e parlarci, cominciarono a mandare coI gregge il loro figlio Giovanni, tenendosi in casa Giacinta e Francesco. Poco dopo finirono per vendere il gregge. Io allora cominciai ad andarmene sola col mio gregge, perché non mi piacevano altre compagnie. Come ho già raccontato a V.E., Giacinta e il suo fratellino, quando io andavo vicino, venivano da me; se il pascolo era lontano, venivano ad aspettarmi sul sentiero. Posso dire che furono veramente felici . per me questi giorni, in cui sola, in mezzo alle mie pecorelle, d’alla cima di un monte o dalla profondità di una valle, io contemplavo gl’incanti del cielo e ringraziavo il nostro buon Dio per le grazie che di là mi aveva inviato.

Quando la voce di qualcuna delle mie sorelle interrompeva la mia solitudine, chiamandomi per farmi andare a casa a parlare con tale o tal altra persona, che mi cercava, io provavo un profondo dispiacere e mi consolavo soltanto, perché potevo offrite al nostro buon Dio anche questo sacrificio.

Vennero un giorno a parlarci tre signori. Dopo il loro interrogatorio poco piacevole, se ne andarono dicendo: «Vedete un po’ di decidervi a dire questo segreto; se no, il signor sindaco è deciso a farla finita con voi». Giacinta, lasciando trasparite la gioia sul viso, dice:

– Che bellezza! Nostro Signore e la Madonna io li amo tanto e così tra poco li andiamo a vedere.

Si sparse la voce che il sindaco voleva ammazzarci sul serio e allora una mia zia, sposata a Casais, venne a casa nostra, con l’intenzione di portarci a casa sua, perché diceva: «Io vivo in un altro comune e perciò il sindaco non può venire là a prendervi». Ma non riuscì nel suo intento, perché noi non si volle andare e rispondemmo:

– Se ci ammazzeranno, per noi è lo stesso! Andiamo in cielo!

Così si avvicinò il 13 settembre. In questo giorno, la santissima Vergine, dopo quello che ho già raccontato, ci disse:

– Dio è contento dei vostri sacrifici, ma non vuole che dormiate con la corda. Portatela solo durante il giorno.

Inutile dire che ubbidimmo prontamente ai suoi ordini.

Siccome nel mese precedente nostro Signore aveva voluto, a quanto pare, manifestare qualcosa di straordinario, mia madre nutriva la speranza che in questo giorno gli stessi fatti sarebbero stati più chiari e lampanti. Ma siccome il nostro buon Dio, forse per darci occasione di offrirgli qualche altro sacrificio, permise che in questo giorno non trasparisse nessun raggio della sua gloria, mia madre si scoraggiò di nuovo e la persecuzione in casa ricominciò di nuovo. Erano tanti i motivi per cui era preoccupata. Alla perdita totale dì Cova da Iria, che era un bel pascolo per il nostro gregge e dei prodotti che vi si poteva raccogliere, si aggiungeva la convinzione quasi sicura – come lei diceva – che gli avvenimenti altro non erano che semplici chimere e fantasie dell’immaginazione di bambini.

Una delle mie sorelle non faceva quasi nient’altro che venirmi a chiamare e restare al mio posto, pascolando il gregge, mentre io andavo a parlare alle persone che volevano vedermi e parlare con me. Questa perdita di tempo, per una famiglia ricca, non sarebbe stato niente; ma per noi che dovevamo vivere del nostro lavoro, significava molto. E mia madre si trovò costretta, per questo motivo, a vendere il nostro gregge e ne sentimmo non poco la mancanza nell’ alimentazione familiare.

La colpa di tutto ciò era mia e nei momenti critici mi rinfacciavano tutto questo. Spero che il nostro buon Dio, mi avrà accettato tutto, perché io gliel’ho offerto, sempre contenta di potermi sacrificare per Lui e per i peccatori.

E mia madre, a sua volta, tutto soffriva con una pazienza e una rassegnazione eroica; e se mi riprendeva e castigava, è perché mi giudicava bugiarda. A volte, completamente conformata ai dispiaceri che Dio le mandava, diceva:

– Chissà che tutto questo non sia castigo che Dio mi manda in sconto dei miei peccati? Se così è, Dio sia benedetto!

Un giorno, a una vicina saltò in testa di dire, non so perché, che dei signori mi avevano dato una certa quantità che non ricordo di denaro. Immediatamente mia madre mi chiamò e mi domandò dov’era. Siccome io le dissi che non ne avevo ricevuto, voleva farmelo consegnare per forza; e, a questo scopo si servi del manico della scopa. Mi aveva ormai scosso abbastanza la polvere dai vestiti, quando intervenne una delle mie sorelle, Carolina, con un’altra ragazza di nome Virginia, nostra vicina, e dissero che avevano assistito alla conversazione di quei signori e avevano visto che loro non mi avevano dato nulla. Così difesa, potei ritirarmi al mio prediletto pozzo e lì offrite al nostro buon Dio anche questo sacrificio.

Se non m’inganno, fu sempre nel corso di questo mese, che venne a farci visita un giovane, che per la sua alta statura, ci fece tremare di paura. Quando vidi entrare in casa in cerca di me un signore, che dovette chinarsi per passare dalla porta, pensai di trovarmi davanti a un tedesco. E poiché in quel tempo eravamo in guerra e le famiglie usavano far paura ai bambini, dicendo: «Aspetta lì, che viene un tedesco che ti ammazza! », io perciò mi credetti arrivata all’ultimo momento. E la mia paura non sfuggi al detto giovane, che cercò di rincuorarmi facendomi sedere sulle sue ginocchia, e interrogandomi con estrema gentilezza. Finite le domande, chiese a mia madre se mi lasciava andare a fargli vedere il luogo delle apparizioni e a pregare in quel posto insieme con lui. Ottenni il permesso che lui voleva e ce ne andammo. Ma io tremavo di spavento a vedermi sola, per quei sentieri, in compagnia di uno sconosciuto. Ma mi tranquillizzai all’idea che, se mi ammazzava, andavo a vedere nostro Signore e la Madonna.

Arrivati sul posto, si mise in ginocchio e mi chiese di dire un rosario con lui e di chiedere alla santissima Vergine una grazia che lui desiderava molto:

che una certa ragazza accettasse di ricevete insieme con lui il sacramento del matrimonio. La richiesta mi sembrò stramba e pensai: «Se quella ha una paura così grande come me, non ti dirà mai dì sì». Finita la recita del nostro rosario, il buon giovane mi accompagnò fin vicino al mio paese, e si congedò amabilmente, raccomandandomi la sua domanda. Mi slanciai allora in una corsa sfrenata finché non arrivai alla casa dei miei zii, temendo che quello ritornasse sui suoi passi.

Quale non fu il mio spavento, quando il 13 ottobre, mi trovai improvvisamente, dopo le apparizioni, in braccio al suddetto personaggio, nuotando sopra le teste dei presenti. Era proprio quello che ci voleva, perché tutti potessero soddisfare la loro curiosità di vedermi. Poco dopo, quella brava persona, che non vedeva dove metteva i piedi, inciampò su dei ciottoli e cadde! Io non caddi, perché rimasi stretta tra la folla che mi si assiepava intorno. Altri mi presero e il suddetto personaggio scomparve, finché, passato un po’ di tempo, sì fece rivedere con la ragazza in questione, che ormai l’aveva sposato. Veniva a ringraziare la Vergine santissima per la grazia ricevuta e a chiederLe un’abbondante benedizione. Questo giovane è oggi il sig. dott Carlo Mendes, di Torres Novas.

Siamo dunque, Eccellenza reverendissima, al 13 ottobre. V.E. rev.ma sa già tutto quello che avvenne in questo giorno. Di questa apparizione le parole che più s’impressero nel mio cuore, fu la richiesta della nostra santissima Madre del cielo: «Non offendete più Dio, nostro Signore, che è già molto offeso». Che amoroso lamento e che accorata domanda! Come vorrei che esso risonasse in tutto il mondo e che tutti i figli della Madre celeste udissero la sua voce!

Si era sparsa la voce che le autorità avevano deciso di far scoppiare una bomba vicino a noi al momento delle apparizioni. Questo non mi fece nessuna paura; e parlandone ai miei cugini, dicemmo: «Ma che bellezza! Se ci fosse concessa la grazia di salire da lì verso il cielo insieme con la Madonna».

I miei genitori però ebbero paura e, per la prima volta, vollero accompagnarmi dicendo: «Se mia figlia muore, voglio morire al suo fianco». Mio padre mi portò dunque per mano al luogo delle apparizioni, non lo rividi più fin quando non mi ritrovai la sera in seno alla famiglia.

Il pomeriggio di quel giorno lo passai con i miei cugini, come se fossimo animali strani, che le moltitudini volevano vedere e osservare. Arrivai alla sera veramente stanca di tante domande e interrogatori. E questi non terminarono nemmeno al cadere della sera. Varie persone, pèr non avere potuto interrogarmi, rimasero per il giorno seguente, in attesa del turno. Ci fu anche chi voleva parlarmi quella notte, ma io, vinta dalla stanchezza, mi lasciai cadere addormentata sul pavimento. Grazie a Dio, allora io non sapevo ancora che cosa fossero il rispetto umano e l’amor proprio e perciò io mi sentivo bene davanti a qualsiasi persona, come se mi trovassi davanti ai miei genitori.

Il giorno dopo continuò l’interrogatorio. Forse sarebbe meglio dire «nei giorni seguenti», perché da allora, quasi tutti i giorni, varie persone andavano a Cova da Iria a implorare la protezione della Madre del cielo e tutti volevano vedere i veggenti, far loro domande e dire con loro il rosario. A volte mi sentivo tanto stanca a forza di ripetere le stesse cose e di pregare, che trovavo un pretesto per sottrarmi e svignarmela. Ma quella povera gente insisteva tanto che io dovevo fare uno sforzo non piccolo a volte, per soddisfarle. Ripetevo allora la mia orazione abituale, in fondo al mio cuore:

per vostro amore, mio Dio, in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, per la conversione dei peccatori e per il santo Padre!».

Ho già detto all’E.V. rev.ma, nello scritto sulla mia cugina, che furono due venerabili sacerdoti che ci parlarono di sua Santità e del suo bisogno di preghiere. Da allora non abbiamo più offerto a Dio preghiere o sacrifici, senza fare anche una supplica per sua Santità. E cominciammo ad alimentare un amore talmente grande per il santo Padre, che quando un giorno il signor priore disse a mia madre che probabilmente mi sarebbe toccato di andare a Roma, per essere interrogata da sua Santità, battevo le mani dalla gioia e dicevo ai miei cugini: «Che bellezza, se vado a vedere il santo Padre!» e a loro venivano le lacrime e dicevano: «Noi non andiamo, ma offriamo questo sacrificio per lui».

Il signor priore mi fece pure il suo interrogatorio finale. Il tempo fissato per gli avvenimenti era terminato, e il reverendo non sapeva che dire di tutto questo. Cominciò pure a mostrare la sua poca soddisfazione:

– Perché tutta questa gente va a prostrarsi in orazione in mezzo a campi incolti, mentre il Dio vivo, il Dio dei nostri altari, sacramentato, rimane solo e abbandonato nel tabernacolo? A che servono tutti quei soldi, che lasciano. senza alcuna finalità, sotto un elce, mentre la chiesa in costruzione non può essere terminata per mancanza di fondi?

Io comprendevo perfettamente la ragione delle sue riflessioni. Ma che cosa ci potevo fare? Se io fossi stata padrona del cuore di quella gente, li avrei indirizzati di sicuro verso la Chiesa. Ma io non io ero, quindi offrivo a Dio anche questo sacrificio.

Poiché Giacinta aveva l’abitudine, durante gl’interrogatori, di abbassare la testa, fissare lo sguardo per terra e non dire quasi parola, per soddisfare la curiosità dei pellegrini chiamavano quasi sempre me. Perciò mi chiamavano in casa del signor priore, per essere interrogata da uno o dall’altro, da questo o da quel sacerdote.

In una certa occasione, venne a interrogarmi un sacerdote di Torres Novas. Mi fece un interrogatorio così minuzioso, così pieno di raggiri, che mi vennero degli scrupoli, perché gli avevo taciuto alcune cose. Consultai i cugini in proposito.

– Non saprei – dissi – se stiamo facendo male a non dire tutto, quando ci domandano se la Madonna ci ha detto qualche altra cosa. Non so se, dicendo che ci ha detto il segreto, non mentiamo poi tacendo il resto.

– Io non lo so – rispose Giacinta – vedi un po’ tu. Sei tu che non vuoi che si dica.

– Chiaro che non voglio, eh, no! le risposi – Poi cominciano a domandarci che mortificazioni facciamo! Ci mancherebbe anche questo!. Ascoltami bene: se tu stavi zitta e non dicevi nulla, adesso nessuno sapeva che abbiamo visto la Signora, parlato con Lei, con l’angelo, e nessuno avrebbe voluto sapere niente.

La povera bambina, sentendo le mie ‘ragioni, cominciò a piangere e, come in maggio, come ho già scritto nella sua storia, mi chiese perdono. E a me rimase il mio scrupolo, senza sapere come risolvere il mio dubbio.

Poco dopo, arrivò un altro sacerdote, di Santarém. Sembrava fratello di quello di prima o, almeno, che avessero fatto le prove Insieme: le stesse domande e raggiri, gli stessi modi di ridere e di burlare, perfino la statura e le fattezze parevano quasi identiche.

Dopo questo interrogatorio, il mio dubbio aumentò e non sapevo proprio che fare. Chiedevo incessantemente al Signore e alla Madonna che mi dicessero come dovevo fare:

– O mio Dio e mammina mia del Cielo! Voi sapete che non vi voglio offendere con bugie; ma Voi vedete bene che non è conveniente dire tutto quello che mi avete detto.

Proprio quando mi trovavo così perplessa ebbi la gioia di parlare con il Sig. parroco di Olival. Non so perché il reverendo m’ispirò fiducia e esposi al reverendo il mio dubbio. Ho già detto, nello scritto su Giaanta, che il reverendo c’insegnò a conservare il segreto. Ci diede inoltre alcune istruzioni sulla vita spirituale. Soprattutto c’insegnò la maniera di far piacere al Signore in tutto e il modo di offrirgli una serie di piccoli sacrifici:

– Se vi vien voglia di mangiare una cosa, lasciatela e, invece di quella, mangiatene un’altra; e offrirete a Dio un sacrificio; se vi viene voglia di giocare, non giocate: e offrirete a Dio un altro sacrificio; se v’interrogano e non potere rifiutarvi, e’ Dio che lo vuole: offritegli anche questo sacrificio.

Compresi davvero il linguaggio del venerabile sacerdote e come presi a stimarlo! Il reverendo non perse mai di vista l’anima mia e ogni tanto si degnava o di passar di là personalmente o mi mandava a chiamare per mezzo di una pia vedova che viveva in un paesello vicino a OlivaI. Si chiamava signora Emilia. Questa pia donna andava varie volte a Cova da Iria a pregare. Dopo, passava da casa mia, chiedeva che mi lasciassero passare qualche giorno con lei e mi portava alla casa del signor parroco. Il reverendo aveva la bontà di farmi stare due o tre giorni a casa sua, dicendo che era per far compagnia a una sua sorella. Aveva allora la pazienza di passare lunghe ore a tu per tu con me, e m’insegnava la pratica della virtù e mi guidava con i suoi saggi consigli. Anche se io non capivo ancora nulla di direzione spirituale, posso dire che lui è stato il mio primo direttore. Conservo dunque di questo venerabile sacerdote graditi e santi ricordi.

Ma guarda un po’! Son qui che scrivo, senza capo né coda, come si dice

e stavo dimenticando di dire alcune cose. Ma sto facendo come l’E.V. rev.ma mi ha detto: di scrivere così come mi ricordo, con tutta semplicità. E così voglio continuare, senza preoccuparmi né di ordine né di stile. M? pare che così la mia obbedienza è più perfetta e perciò più gradita a nostro Signore e al Cuore immacolato di Maria.

Torniamo dunque alla casa paterna. Già ho detto a V.E. che mia madre aveva dovuto vendere il nostro gregge, tenendo solo tre pecore, che venivano con noi nei campi; e quando non si andava, gli davamo qualcosa da mangiare nello stabbio.

Mia madre mi mandò allora a scuola; nel tempo che mi restava libero dalla scuola voleva che imparassi a tessere e a cucire. Così mi aveva fissa in casa e non doveva perdere tempo a cercarmi. Un bel giorno, le mie sorelle furono invitate ad andare con altre ragazze nella vigna di un ricco, un certo Pé de Cao. Mia madre decise che loro sarebbero andate, ma che anch’io andavo con loro. Ho già detto anche all’inizio che mia madre aveva per abitudine, di non lasciarle andare in nessun posto, se non portavano anche me.

In quell’occasione, il signor priore cominciò pure a preparare i bambini a una comunione solenne. Fin dall’età di sei anni, io ripetevo la comunione solenne, ma mia madre decise che quell’anno non l’avrei fatta: per questo motivo non andai alla spiegazione della dottrina. Uscendo da scuola, mentre i bambini s’avviavano alla veranda del signor priore, io andavo a casa a continuare il lavoro di cucito o di tessitura. Il buon parroco se n’ebbe a male che io non andavo alla dottrina, e la sua sorella, un giorno, mentre uscivamo da scuola, mi fece chiamare da un’altra bambina. Questa mi incontrò già sul sentiero di Aljustrel, vicino alla baracca di un poveraccio, che chiamavano Caracol. Pensai che si trattasse di qualche interrogatorio, mi scusai dicendo che mia madre mi aveva ordinato di andare dritta a casa; e, senza aggiungere altro, mi misi a correre come una matta giù per i campi, in cerca di un nascondiglio dove non mi potessero trovare. Ma questa volta lo scherzo mi costò caro. Passati pochi giorni, ci fu una festa in parrocchia e vennero a cantare – la messa vari sacerdoti di fuori. Finita la festa, il signor priore mi fece chiamare e, davanti a tutti quei sacerdoti, mi rimproverò severamente perché non ero andata alla dottrina e di non aver dato retta alla chiamata di sua sorella. Insomma, quella volta vennero a galla tutte le mie -miserie e il sermone durò a lungo. Alla fine, non so come, si fece avanti un venerabile sacerdote, che cercò di difendere la mia causa. Cercò di scusarmi, dicendo che forse era mia madre che non mi lasciava. Ma il buon parroco rispose:

«La madre? Sua madre è una santa! Questa qui invece dobbiamo ancora vedere che cosa ne viene fuori!». Il buon sacerdote, che poi era il signor parroco di Torres Novas, mi domandò allora, con dolcezza, il motivo per cui non ero andata – alla dottrina. Esposi allora la decisione che mia madre aveva preso. Il signor priore non sapeva se doveva crederci e mandò a chiamare la mia sorella Gloria, che stava lì nel sagrato, per informarsi se era vero. Dopo aver saputo che le cose erano come io avevo appena detto, concluse:

– Benissimo! Allora, o la bimba viene questi giorni, che mancano, alla dottrina e dopo essersi confessata da me farà la comunione solenne con gli altri bambini, oppure in parrocchia non riceverà più la comunione!

A sentite questa proposta, mia sorella fece presente che cinque giorni prima della comunione, io dovevo partire con loro e che ci avrebbe scombussolato tutto: che se il reverendo permetteva, io avrei fatto confessione e comunione il giorno prima di partire. Il buon parroco non volle sentire ragioni e mantenne incrollabile la proposta da lui fatta.

Arrivate in casa, informammo la mamma e anche lei ritornò a chiedere al reverendo di confessarmi e di darmi la santa comunione un altro giorno. Ma tutto fu inutile. Mia madre allora decise che, nonostante la grande distanza e le difficoltà di fare il viaggio, perché oltre ad essere lunghissimo, bisognava andare per pessimi sentieri, attraversare catene di monti, mio fratello avrebbe fatto il viaggio per portarmi là il giorno dopo la comunione solenne.

Io credo che sudavo freddo solo all’idea di dovermi confessare dal signor priore. Che paura che mi faceva! Piangevo di angoscia. Arrivò la vigilia e il

reverendo volle che tutti i bambini, nel pomeriggio, andassero in chiesa per confessarsi. Andai dunque col cuore oppresso più che se stesse in un torchio. Entrai in chiesa e vidi che c’erano parecchi sacerdoti che stavano confessando. In un confessionale c’era P. Cruz, di Lisbona. Io avevo già parlato con quel reverendo e mi era piaciuto molto. Senz’accorgermi che in un confessionale aperto, a metà chiesa, c’era il signor priore che notava tutto, pensai:

«Prima vado a confessarmi da P. Cruz e gli domando come devo fare; e dopo allora vado dal signor priore». Il rev. P. Cruz mi accolse con molta dolcezza e, dopo avermi ascoltata, mi diede dei consigli, dicendo che se non volevo andare dal signor priore, che non ci andassi; e che per questo il parroco non poteva negarmi la comunione. Raggiante a sentire quei consigli, feci la penitenza e scappai di chiesa per timore che qualcuno mi chiamasse.

Il giorno dopo, eccomi là col mio vestito bianco, temendo ancora che la comunione mi fosse negata. Ma il reverendo si contentò, per allora, di farmi sapere, alla fine della festa, che non gli era passata inosservata la mia mancanza di obbedienza, per essere andata a confessarmi da un altro sacerdote.

Il buon parroco continuò a mostrarsi sempre più scontento e perplesso riguardo ai fatti e, un bel giorno, lasciò la parrocchia. Si sparse allora la notizia che il reverendo se n’era andato via per causa mia, perché lui non voleva assumersi la responsabilità dei fatti. Era un parroco zelante e ben voluto dal popolo. Per questo ebbi non poco da soffrire. Alcune pie donne, quando m’incontravano, sfogavano i loro malumori, insultandomi; e a volte mi spedivano con quattro schiaffi o a calci.

A Giacinta e a Francesco poche volte toccarono queste «delicatezze», che il cielo ci mandava, perché i loro genitori non permettevano a nessuno di toccarli. Ma soffrivano a veder soffrire me, e non poche volte le lacrime gli inondavano il viso a vedermi afflitta o mortificata.

Un giorno Giacinta mi dice:

– Oh, se i miei genitori fossero come i tuoi, perché questa gente mi potesse picchiare, così io avrei più sacrifici da offrire a nostro Signore. – Ma lei sapeva bene approfittare delle occasioni per mortificarsi.

Avevamo anche l’abitudine di offrire a Dio, ogni tanto, il sacrificio di passare una novena o un mese senza bere. Si fece una volta questo sacrificio in pieno mese d’agosto, quando il calore era soffocante. Si stava un giorno tornando dalla recita del rosario a Cova da Iria e arrivati presso uno stagno, che si trovava vicino alla strada, mi dice Giacinta:

– Senti, ho una sete così forte, che mi fa molto male la testa! Io mi bevo un pochino di quest’acqua. – Di questa, no – le risposi – mia madre non vuole che beviamo quest’acqua qui, perché fa male. Andiamo a chiederne una pochina a zia Maria dos Anjos. (Era una nostra vicina, che si era sposata da poco e viveva lì vicino, in una casetta).

– No, acqua buona non ne voglio. Io volevo bere, perché invece di offrire a nostro Signore la sete, gli offrivo il sacrificio di bere quest’acqua sporca.

E davvero l’acqua di quello stagno era molto sudicia. Varie persone ci lavavano i panni e gli animali andavano a bere e a rinfrescarsi. Perciò mia madre aveva cura di raccomandate ai suoi figli di non bere quell’acqua.

Altre volte diceva:

– Nostro Signore dev’essere contento dei nostri sacrifici, perché io ho tanta, ma tanta sete! Però non voglio bere, voglio soffrire per amor suo

Un giorno eravamo seduti sulla soglia della casa dei miei zii, quando notammo che sì avvicinavano varie persone. Francesco e io, senza perder tempo, corremmo ognuno nella sua stanza, e ci nascondemmo sotto il letto. Giacinta dice: «Io non mi nascondo. Voglio offrire a nostro Signore questo sacrificio!». Quelle persone si avvicinarono, parlarono con lei, aspettarono un bel pezzo, mentre mi cercavano e infine se ne andarono. Uscii allora dal mio nascondiglio e le domandai:

– Che cosa hai detto, quando ti hanno chiesto se sapevi dove eravamo?

– Non ho risposto niente. Ho abbassato la testa, guardavo fisso in terra e non ho detto niente. Faccio sempre così, quando non voglio dire la verità. E dire le bugie non voglio, perché è peccato dir bugie.

In verità lei faceva così molto di frequente, e era inutile che le facessero domande fino a stancarsi, perché non ottenevano la minima risposta. Sacrifici dl questo tipo, di solito, se appena potevamo evitarli, non eravamo disposti a offrirli.

Un altro giorno, stavamo seduti ad alcuni passi dalla loro casa, all’ombra di due fichi, che ricadevano sulla strada. Francesco si allontanò un poco, giocando. Notando che si avvicinavano varie persone, corre a darci la notizia. Siccome a quel tempo si usavano cappelli con tese grandi quasi come setacci, noi pensammo che sotto un simile arnese non potevano vederci; senz’altro, montammo sui fichi. Non appena le signore furono passate, scendemmo in fretta e con una fuga precipitosa, andammo a nasconderci in un campo di granoturco…

Questo nostro sistema di fuggire non appena possibile era anche una delle lamentele del signor priore; e, in particolare, il reverendo si lamentava che noi sfuggivamo soprattutto ai sacerdoti. Era esatto, il reverendo aveva ragione. Anche perché erano soprattutto i sacerdoti quelli che c’interrogavano, reinterrogavano e ricominciavano a interrogare. Quando ci vedevamo alla presenza di un sacerdote, ci preparavamo per offrire a Dio uno dei nostri maggiori sacrifici.

Frattanto il governo non vedeva di buon occhio lo svolgersi degli avvenimenti. Avevano piantato sul posto delle apparizioni dei pali, fatti ad arco, con delle lanterne, che alcune persone avevano cura di tenere accese. Una notte dunque inviarono alcuni uomini in automobile, per buttar giù quei pali, tagliare il leccio dov’era avvenuta l’apparizione, e portarlo via trainandolo con l’automobile. Al mattino si sparse rapidamente la notizia dell’avvenimento. Mi recai là correndo, per vedere se era vero. Ma quale non fu la mia gioia, quando notai che quei poveracci si erano sbagliati, e che invece del leccio avevano portato via uno degli elci vicini. Chiesi allora perdono alla Madonna per quei poveretti e pregai per la loro conversione.

Passò qualche tempo e un tredici maggio, non ricordo se del 1918 o 1919, sul far del giorno, corse la notizia che a Fatima c’era un distaccamento. di cavalleria, per impedire al popolo di andare a Cova da Iria. Tutti, mezzo impauriti, venivano a darmi la notizia e dicevano che di sicuro quello era l’ultimo giorno della mia vita. Non m’impressionai per quello che mi dicevano e m incamminai per andare in chiesa. Arrivata a Fatima, passai in mezzo ai cavalli che occupavano interamente il sagrato. Entrai in chiesa, ascoltai la messa, che venne celebrata da un sacerdote sconosciuto, feci la santa comunione e, dopo il ringraziamento, me ne tornai a casa in pace, senza che nessuno mi dicesse una parola. Non saprei dire se non mi videro oppure se non mi dettero importanza.

Nel pomeriggio, nonostante le notizie che arrivavano continuamente che la truppa si sforzava di allontanare il popolo senza riuscirvi, anch’io andai per recitare là il nostro rosario. Durante il cammino si unì a me un gruppo di donne venute di fuori. Quando ero ormai vicina al posto, vengono verso il nostro gruppo due militari, incitando nervosamente i cavalli per raggiungerci. Arrivati vicino a noi, ci domandarono dove andavamo. A sentire la risposta ardita delle donne che «non erano affari loro», frustarono i cavalli, come se volessero investirci. Le donne si misero a fuggire, chi da una parte, chi dall’altra, e, in un istante, mi ritrovai sola, alla presenza dei due cavalieri. Mi domandarono allora il mio nome, cosa che io dissi senza esitare. Mi domandarono se ero allora la famosa veggente. Risposi di si. Mi dettero allora l’ordine di spostarmi in mezzo alla strada e di camminare in mezzo ai due cavalli, mostrandomi la direzione di Fatima.

Avvicinandomi allo stagno di cui ho parlato prima, una povera donna, che viveva il vicino, di cui ho. pure parlato poco fa, non appena mi vide da lontano, così in mezzo ai cavalli, si mette in mezzo alla strada e, come se fosse una seconda Veronica, cerca d’infondermi coraggio. I soldati l’obbligano a togliersi di mezzo senza indugio e la povera donna scoppia a piangere disperatamente, deplorando la mia sventura. Qualche passo più avanti mi fanno fermare e mi domandano se quella donna è mia madre. Risposi di no. Loro non ci credettero e mi domandarono se quella casa non fosse la mia. Di nuovo dissi loro di no. Pareva che non credessero ancora e mi ordinarono di andare ancora un po’ più avanti, fino alla casa dei miei genitori.

Arrivati a un podere che si trova un po’ prima di entrare in Aljustrel, vicino a una piccola fonte, vedendo che c’erano delle fosse preparate per metterci delle piante, mi fecero fermare, forse per spaventarmi, si dissero l’un l’altro:

– Ecco qua delle buche bell’e fatte. Con una delle nostre spade, le tagliamo la testa e la lasciamo qui, bell’e sotterrata. E così la finiamo una volta per tutte con questa storia.

All’udire questo discorso, pensai sul serio d’essere arrivata al mio ultimo momento; ma rimasi così in pace, come se non c’entrasse niente con me.

Passò un momento in cui parvero restare pensierosi, poi l’altro rispose:

– No, non abbiamo autorizzazione per fare questo. – E mi fecero continuare il cammino.

Attraversai così il nostro piccolo paese, finché arrivai alla casa dei miei genitori. Tutti stavano sulla porta o alla finestra per vedere che cosa stava succedendo. Alcuni ridevano con tono canzonatorio, altri, dispiaciuti, lamentavano il mio destino. Arrivati a casa mia, fecero chiamare i miei genitori. Non c’erano. Uno allora scese da cavallo, per vedere se stavano nascosti. Perlustrò la casa e, dopo, non trovandoli, ordinò di non muovermi di lì quel giorno e montando sul suo cavallo, se ne andarono.

Sul finire del pomeriggio, corse voce che i soldati si erano ritirati, perché vinti dal popolo e al tramonto io stavo recitando il mio rosario a Cova da Iria, insieme a centinaia di persone.

Come mi raccontarono in seguito, mentre io camminavo prigioniera in mezzo ai due soldati, alcune persone andarono ad avvisare mia madre di quello che stava avvenendo.

– Se è vero – rispose lei – che ha visto la Madonna, la Madonna la difenderà. Se mentisce, le sta bene che sia punita. – E se ne rimase in pace.

Qualcuno ora mi domanderà:

– Mentre succedeva tutto questo, dov’erano i tuoi compagni?

– Non lo so, non mi ricordo affatto di loro in questo momento. Può darsi che i genitori, a causa delle notizie che circolavano, non li abbiano fatti uscire quel giorno.

Il Signore doveva essere compiaciuto di vedermi soffrire, perché mi preparava ora un calice ben più amaro che da lì a poco mi avrebbe dato a bere.

Mia madre cadde gravemente ammalata, a t’al punto che un giorno pensammo che fosse in agonia. Tutti i figli dunque andarono vicino al suo letto, per ricevere la sua benedizione e baciarle la mano moribonda. Io ero la più giovane, quindi restai per ultima. La mia povera mamma, quando mi vide, si riprese un poco, mi buttò le braccia al collo e sospirando esclamò:

– Povera. figlia mia! Cosa sarà di te, senza mamma? Muoio, ma tu mi resti come una spina nel cuore! – E scoppiò a singhiozzare amaramente, abbracciandomi sempre più forte. La mia sorella più vecchia, mi strappò a viva forza dalle sue braccia, mi portò in cucina, mi proibì di tornare ancora nella camera della malata, e concluse dicendo:

– La mamma muore amareggiata dai dispiaceri che tu le hai dato!

M’inginocchiai, piegai la testa sopra uno sgabello e con un’amarezza che non avevo mai provato prima, offersi ai nostro buon Dio il mio sacrificio.

Pochi istanti dopo, le mie sorelle più vecchie, vedendo il caso disperato, ritornano da me e mi dicono:

– Lucia, se è vero che hai visto la Madonna, va subito a Cova da Iria e chiediLe che guarisca la mamma; promettiLe quello che ti pare, noi lo faremo e allora ci crederemo.

Immediatamente mi misi in cammino. Perché nessuno mi vedesse, presi alcune scorciatoie che c’erano tra i campi, dicendo per strada il rosario. Domandai la grazia alla Madonna, sfogai il mio dolore, versando lacrime abbondanti e tornai a casa tranquilla, con la speranza che la mia cara mamma del cielo mi avrebbe dato la salute di quella della terra. Quando entrai in casa, mia madre già stava un po’ meglio. Tre giorni dopo, già poteva sbrigare i lavori di casa.

Io avevo promesso alla santissima Vergine, se Lei mi concedeva quello che io chiedevo, che sarei andata là, per nove giorni a fila, con le mie sorelle a dire il rosario e che avremmo fatto in ginocchio l’ultimo pezzo della strada fin vicino al leccio e l’ultimo giorno avremmo portato nove bambini poveri e alla fine avremmo offerto loro una cena.

Così andammo a sciogliere il voto insieme con la mamma, che diceva:

– Ma guarda un po’! La Madonna mi ha guarita e io ho l’impressione che non ci credo ancora. Chissà mai perché!

Il nostro buon Dio mi dette questa consolazione, ma venne nuovamente a bussare alla porta, con un altro sacrificio, niente affatto più piccolo.

Mio padre era un uomo sano, robusto, che diceva di non sapere cosa fosse un mai di testa e, in meno di 24 ore, quasi improvvisamente una polmonite doppia lo portava all’altro mondo.

Il mio dolore fu così grande, che credevo di morire anch’io. Lui era l’unico che si mostrava continuamente mio amico e nelle discussioni che sorgevano contro di me in famiglia era l’unico che mi difendeva.

– Dio mio, Dio mio! – supplicavo, chiusa nella mia stanza – mai avrei pensato che mi avresti riservato tanta sofferenza! Ma soffro per amore tuo, in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, per il Santo Padre e per la conversione dei peccatori.

Di questi tempi, anche Francesco e Giacinta cominciarono a stare peggio. Giacinta mi diceva a volte:

– Sento un dolore così grande al petto! Ma non dico nulla a mia madre. Voglio soffrire per nostro Signore, in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria; per il santo Padre e per la conversione dei peccatori.

Un giorno, di mattina presto, andai da lei e mi domandò:

– Quanti sacrifici hai offerto stanotte a nostro Signore?

– Tre: mi sono alzata tre volte a dire la preghiera dell’angelo.

– Io invece ne ho fatti tanti, ma tanti, non saprei quanti sono stati, perché mi sono sentita tanto male, ma non mi sono lamentata.

Francesco parlava meno. Di solito faceva tutto quello che ci vedeva fare a noi, e rare volte suggeriva qualche cosa. Durante la sua malattia, sopportò tutto con una pazienza eroica, senza mai lasciarsi sfuggire un gemito né il più leggero lamento.

Gli domandai un giorno, poco prima che morisse:

– Francesco, soffri molto?

Si, ma soffro tutto per amore di nostro Signore e della Madonna. Un giorno mi diede la corda di cui ho già parlato, e mi disse:

– Prendi, portala via prima che mia madre la veda. Ora non mi riesce più a tenerla sui fianchi.

Prendeva tutto quello che sua madre gli dava, e non sono mai riuscita a sapere se qualche cosa gli ripugnava.

Così arrivò il giorno di andare in cielo. La sera prima, disse a me e alla sua sorellina:

– Vado in cielo, ma pregherò molto nostro Signore e la Madonna che vengano in fretta a prendere anche voi.

Mi pare di aver già detto, nello scritto su Giacinta, quanto ci è costata questa separazione. Perciò non lo ripeto qui ora.

E Giacinta, che era già ammalata, andò aggravandosi sempre più. Non parlerò nemmeno della sua malattia, perché l’ho già fatto. Racconterò soltanto qualche atto di virtù che le ho visto fare e che mi pare di non aver ancora raccontato.

Sua madre sapeva quanta ripugnanza avesse per il latte. Un giorno le portò, insieme con una tazza di latte, un bel grappolo d’uva.

– Giacinta – le disse – bevi questo. E se non puoi bere il latte, lascialo stare e mangia ]’uva.

– No, mamma; l’uva non la voglio, portala via. Dammi piuttosto il latte, che lo bevo. – E senza mostrare il minimo segno di ripugnanza, lo bevve. Mia zia si ritirò soddisfatta, pensando che l’inappetenza della figlioletta stava diminuendo. Allora Giacinta si voltò verso di me e mi disse:

– Avevo tanta voglia di mangiare quell’uva e mi è costato tanto bere il latte. Ma ho voluto offrire un sacrificio a nostro Signore.

Un mattino la trovai molto alterata e le domandai se stava peggio.

– Questa notte – mi rispose – sono stata molto male e ho voluto offrire a nostro Signore il sacrificio di non girarmi nel letto. Così non ho dormito niente.

Un’altra volta mi disse:

– Quando sono sola, scendo dal letto e dico la preghiera dell’angelo. Ma ormai non ci riesco più a piegare la testa fino a terra, perché casco. Prego solo in ginocchio.

Un giorno che ebbi l’occasione di parlare col parroco, il reverendo mi domandò di Giacinta e come stava. Dissi il mio parere sul suo stato di salute e poi gli raccontai quel che lei mi aveva detto che ormai non era più capace di piegarsi fino a terra per pregare. Il reverendo mi ordinò allora di dirle che non voleva che scendesse più dal letto per pregare, che, stando distesa dicesse le preghiere che poteva senza stancarsi. Alla prima occasione, le feci l’imbasciata e lei mi domandò:

– E nostro Signore sarà contento?

– Certo, – le risposi – nostro Signore vuole che noi facciamo quello che il parroco comanda.

– Allora, va bene. Non mi alzerò più.

Mi piaceva, tutte le volte che mi era possibile, andare a Cabeço, nella nostra grotta preferita a pregare. Siccome a Giacinta piacevano molto i fiori, mentre tornavo, prendevo sui poggi un mazzo di gigli e peonie, se c’erano e glieli portavo dicendo:

– Prendi, vengono da Cabeço. – E lei li prendeva e a volte diceva con le lacrime che le bagnavano il volto:

– Io non ci tornerò più. E nemmeno a Valinhos e a Cova da Iria. E ne ho tanta nostalgia.

– Ma che t’importa se tu vai in cielo con nostro Signore e la Madonna?

– Già, è vero – rispondeva, e sfogliava il suo mazzo di fiori, contando i petali di ognuno.

Poco dopo che s’era ammalata, mi diede la corda che usava, dicendo:

– Mettila da parte, perché ho paura che mia madre la veda. Se guarisco, la rivoglio.

La corda aveva tre nodi e era un po’ macchiata di sangue. La tenni nascosta fino a quando uscii dalla casa di mia madre. Dopo, non sapendo che farne, la bruciai insieme con quella del suo fratellino.

Parecchie persone che venivano di fuori, a vedere la mia faccia giallognola  e un po’ anemica, chiedevano a mia madre che mi lasciasse andare a casa  loro per qualche giorno, dicendo che il cambiamento di aria mi faceva bene. A questo patto, mia madre dava il suo consenso e mi portavano ora da una  parte, ora dall’altra.

In questi viaggi, non sempre trovavo comprensione e affetto. Insieme a persone che mi ammiravano e mi credevano santa, ce n’era sempre delle altre che mi ingiuriavano e mi chiamavano ipocrita, visionaria e fattucchiera. Era il nostro buon Dio che buttava il sale nell’acqua, perché questa non si corrompesse.

Così, grazie a questa divina Provvidenza, passai sul fuoco senza bruciarmi e non arrivai nemmeno a conoscere il tarlo della vanità, che di solito corrode tutto.

In quelle occasioni io ero solita pensare: «Tutti sbagliano; non sono una santa come alcuni dicono e nemmeno una bugiarda, come dicono altri; solo Dio sa che cosa sono!

Al ritorno, correvo da Giacinta, che mi diceva:

– Senti! Non andar più via! Avevo tanta nostalgia di tè. Da quando sei andata via, non ho parlato più con nessuno. Con gli altri non so parlare.

Arrivò infine il giorno che lei doveva andare a Lisbona. Ho già descritto il nostro addio; perciò non lo ripeto qui.

Che tristezza a vedermi sola! In così poco tempo, il nostro buon Dio m’i portava in cielo il mio caro papa, poi Francesco, e ora Giacinta, che non avrei rivisto in questo mondo.

Non appena mi fu possibile, me ne andai a Cabeço, entrai nella caverna della roccia per sfogarvi a tu per tu con Dio il mio dolore e spargere con abbondanza le lacrime del mio pianto. Scendendo il pendio, tutto mi ricordava i miei cari compagni: le pietre su cui ci eravamo tante volte seduti; i fiori, che ormai non coglievo più, perché non avevo nessuno a cui portarli; Valinhos, dove avevamo gustato le delizie del paradiso.

Un giorno, quasi che dubitassi della realtà e un po’ soprappensiero, entrai casa di mia zia, andai verso la stanza di Giacinta e la chiamavo. La sua sorellina Teresa, vedendomi così, mi sbarrò il passo, dicendo che Giacinta non c’era più in casa.

Passò poco tempo e arrivò la notizia che era volata in cielo. Portarono allora il suo cadavere a Vila Nova de Ourém. Mia zia mi portò un giorno vicino ai resti mortali della sua figlioletta, pensando in questo modo di distrarmi. Ma per molto tempo la mia tristezza parve aumentare sempre di più. Quando trovavo il cimitero aperto, mi sedevo presso la tomba di Francesco o di mio padre e là passavo lunghe ore.

Passò un po’ di tempo e, grazie a Dio, mia madre decise di andare a Lisbona e di portarmi con sé. Con la raccomandazione del sig. dott. Don Formigao, una pia signora ci ricevette in casa e, se io volevo rimanere, disse che era pronta a pagare le spese per la mia educazione in un collegio. Mia madre e io accettammo riconoscenti la generosa proposta della caritatevole signora, che sì chiamava D. Asunçao Avelar. Mia madre, dopo aver consultato dei medici e saputo che era necessaria un’operazione ai reni e alla spina dorsale, ma che essi non si assumevano responsabilità per la sua vita, perché aveva anche una lesione cardiaca, tornò a casa, lasciandomi affidata alle cure di quella signora.

Quando tutto era ormai pronto e era fissato il giorno della mia entrata in collegio, si disse che il governo aveva saputo che io ero a Lisbona e che mi cercava. Mi portarono dunque a Santarém, in casa del dott. Formigao, dove rimasi qualche giorno nascosta, senza che mi lasciassero andare nemmeno alla messa. E alla fine la sorella del sacerdote mi accompagnò a casa di mia madre promettendo di trovarmi un posto in un collegio, che in quel tempo le religiose Dorotee avevano in Spagna; e che non appena tutto fosse pronto, sarebbero venuti a prendermi. Tutte queste cose servirono a distrarmi e, un po’ alla volta, mi passò quella tristezza opprimente.

In questo periodo, V.E. rev.ma entrava a Leiria e il nostro buon Dio affidava alle sue cure un povero gregge da molti anni senza pastore. Non mancò chi pensava di spaventarmi con la notizia dell’arrivo di V.E. rev.ma, come un’altra volta avevano già fatto per l’arrivo di un venerabile sacerdote, dicendo che V.E. sapeva tutto, che indovinava e penetrava l’intimo delle coscienze e che ora avrebbe scoperto tutti i miei imbrogli. Invece che essere preoccupata, non vedevo l’ora di parlarle e pensavo: «Se davvero sa tutto, sa che dico la verità». Così non appena una signora di Leiria si offerse per portarmi da V.E., accettai tutta contenta la proposta. Mi recai là in attesa del momento felice. Quel giorno finalmente arrivò. Arrivata in episcopio, mi fecero entrare con quella signora in una sala e aspettare un po’.

Passati alcuni momenti venne il suo segretario che parlò gentilmente con la signora Gilda che mi accompagnava, facendomi ogni tanto delle domande. Siccome io mi ero già confessata due volte da quel sacerdote già lo conoscevo e la sua conversazione mi fu gradita. Poco dopo, venne il rev. Dott. Marques dos Santos, con le sue fibbie alle scarpe e avvolto in un’ampia cappa. Era la prima volta che io vedevo un sacerdote vestito così e perciò attirò di più la mia attenzione. Cominciò allora a dispiegare il suo repertorio di domande, che pareva non avesse fine. Ogni tanto se la rideva con l’aria di beffa delle mie risposte e non c’era verso che arrivasse il momento di parlare con sua Eccellenza. Finalmente venne di nuovo il suo segretario e disse alla signora, che stava con me, che quando arrivasse il vescovo, che si scusasse, dicendo che doveva fare una commissione e quindi si ritirasse, perché – diceva il reverendo – può darsi che sua Eccellenza le voglia parlare in privato. A sentire questa proposta, esultai di gioia e pensai: “Il signor vescovo sa tutto, così non mi farà tante domande e starà solo con me. Che bellezza!”

La buona signora fece benissimo la sua parte, quando V. E. arrivò e così ebbi la gioia di parlare da sola con V. E.

Non sto qui ora a descrivere quello che venne fuori in questo colloquio, perché V. E. rev.ma sicuramente lo ricorda meglio di me. In verità, quando la vidi, ecc.mo e rev.mo signore, ricevermi con una bontà così grande, senza farmi nessuna domanda strana o inutile, interessandosi solo del bene della anima mia, dichiarandosi pronto a prendersi cura della povera pecorella che il Signore le aveva affidato da poco, rimasi più che mai convinta che V. E. rev.ma sapeva tutto, e non esitai un solo istante ad abbandonarmi nelle vostre mani. Le condizioni imposte dall’E.V. rev.ma per ottenere ciò, erano facili per il mio naturale: mantenere assoluto segreto su tutto quello che l’E.V rev.ma mi aveva detto e essere buona. E mi tenni il mio segreto per me, fino al giorno in cui l’E.V rev.ma fece chiedere il consenso di mia madre.

Venne infine fissato il giorno della partenza. La sera prima dunque, col cuore oppresso dai ricordi, andai a salutare tutti i nostri terreni, perfettamente sicura che era l’ultima volta che ci camminavo sopra: il Cabeço, la Roccia, i Valinhos, la chiesa parrocchiale dove il buon Dio aveva cominciato l’opera della Sua misericordia, il cimitero, dove lasciavo i resti mortali del mio caro papà e di Francesco, che ancora non avevo potuto dimenticare. Dal nostro pozzo mi congedai già illuminata dal chiarore della luna, e dalla vecchia aia, dove tante volte avevo passato lunghe ore, contemplando il bel cielo stellato e le meraviglie del sorgere e del tramontare del sole, che a volte m’incantava, facendo brillare i suoi raggi nelle gocce di rugiada, che al mattino coprivano i monti, come se fossero perle e nel pomeriggio i fiocchi di neve quando nevicava durante il giorno; i fiocchi di neve pendevano dai rami dei pini e facevano ricordare le bellezze del paradiso.

Il giorno dopo, alle due del mattino, senza salutare nessuno, in compagnia di mia madre e di un povero lavoratore, chiamato Manuel Correia, che si recava a Leiria, mi misi in cammino, portando con me inviolabile il mio segreto.

Passammo da Cova da Iria, per dare a quel posto gli ultimi saluti. Là recitai per l’ultima volta il mio rosario; e fino a tanto che riuscii a vedere il posto; mi rigiravo indietro come a dirgli il mio ultimo addio.

Arrivammo a Leiria pressappoco verso le nove del mattino. Là trovai la signora D. Filomena Miranda, più tardi mia madrina di cresima, incaricata da V.E. di accompagnarmi.

Il treno partiva alle due del pomeriggio e io stavo lì in stazione a dare alla via povera mamma il mio abbraccio di addio, lasciandola immersa in abbondanti lacrime di nostalgia.

Il treno partì e con lui il mio povero cuore, immerso in un mare di nostalgia e di ricordi, che mi era impossibile dimenticare.

Io credo, eccellenza reverendissima, d’avere così colto il fiore più bello e il frutto più delicato del mio piccolo giardino, per andare ora a deporli nelle mani misericordiose del nostro buon Dio, rappresentato dall’E.V. rev.ma, pregandolo che lo faccia fruttificare in un abbondante raccolto di anime per la vita eterna. E già che il nostro buon Dio si compiace dell’umile ubbidienza dell’ultima delle sue creature, finisco con le parole di Colei che Egli, nella Sua infinita misericordia, mi ha dato per madre, protettrice e modello, parole con cui ho anche cominciato: «Ecco qui la serva del Signore; ch’Egli continui a servirsi di lei come gli piacerà».

P.S.

Mi sono dimenticata di dire che Giacinta, andando negli ospedali di Vila Nova de Ourém e Lisbona, sapeva che non sarebbe guarita, ma che andava per soffrire. Molto prima che qualcuno parlasse di farla entrare nell’ospedale di Vila Nova de Ourém, lei disse un giorno: «La Madonna vuole che io vada in due ospedali, non per guarire ma per soffrire di più, per amore di nostro Signore e dei peccatori».

Le parole esatte della Madonna, in queste apparizioni fatte a lei soltanto, non le so, perché non gliel’ho mai domandate. Mi limitavo appena ad ascoltare queste frasi staccate che lei mi diceva.

In questo scritto ho cercato di non ripetere quello che avevo già scritto nel precedente, per non allungano troppo.

Da questo scritto qualcuno potrebbe farsi l’idea che al mio paese non avevo amicizia o affetto da nessuno. Non è così. C’era una piccola porzione scelta del gregge del Signore, che aveva per me una simpatia unica. Erano i bambini. Correvano da me pazzi di gioia e quando sapevano che io pascolavo il mio gregge nei pressi del nostro piccolo villaggio, i gruppi si riunivano là e passavano la giornata con me. Mia madre usava dire: «Non so che cosa tu abbia per attirarli; i bambini corrono da te, come se andassero a una festa»:

Il fatto è che molte volte io non mi sentivo a mio agio in mezzo a tanto gridare e per questo cercavo di nascondermi.

Lo stesso mi accadde tra le mie compagne in Vilar. E oserei quasi dire che la stessa cosa mi succede con le mie consorelle in convento. Alcuni anni fa, mi diceva la madre maestra, che ora è madre provinciale: «Voi, sorella, avete una tale influenza sopra le altre sorelle, che, se volete, potere far loro molto bene». E poco tempo fa mi diceva la rev.ma madre superiora a Pontevedra: « In parte, sorella, voi siete responsabile davanti a nostro Signore, dello stato di fervore o di tiepidezza delle sorelle, nell’osservanza,. perché il fervore si accresce o diminuisce durante il periodo di sollievo, e le sorelle fanno durante la ricreazione quello che voi fate. A seguito di tale o tal altra conversazione che voi avete suscitato durante la ricreazione, la sorella tal dei tali ha avuto una conoscenza più esatta della regola e ha deciso di osservarla con più esattezza».

Che cos’è tutto questo? Non lo so. Forse un talento in più che il Signore ha voluto affidarmi e di cui mi chiederà conto. Voglia il cielo che io possa trafficano e restituirglielo moltiplicato per mille.

Qualcuno forse avrà voglia di domandarmi: «Come mai la sorella si ricorda di tutto?». Come sia, non lo so. Il nostro buon Dio che ripartisce i doni come gli piace, ha dato a me questo po’ di memoria; e perciò solo Lui sa com’è. Inoltre, tra le cose naturali e soprannaturali, mi pare di trovare una differenza, ossia: quando parliamo con una creatura pura e semplice, noi ci comportiamo come se stessimo dimenticando quello che si sta dicendo; queste altre cose invece, mentre le vediamo e sentiamo, si imprimono così intimamente nello spirito, che non è facile dimenticarle».

LUCIA RACCONTA FATIMA (terza memoria)

LUCIA RACCONTA FATIMA (Seconda Memoria)ultima modifica: 2012-11-28T07:14:00+01:00da giuliusvinco56