LUCIA RACCONTA FATIMA (quarta memoria)

quarta memoria

Il 7 ottobre 1941, sua ecc. mons. José Alves Correia de Silva ordinò a Lucia di scrivere qualsiasi altra cosa che ricordasse sugli avvenimenti di Fatima. L’8 dicembre la veggente consegnò il manoscritto.

JMJ Eccellenza reverendissima,

dopo un’umile preghiera ai piedi del tabernacolo e del Cuore immacolato di Maria, nostra tanto cara Madre del cielo, dove ho chiesto la grazia che non permettano che scriva nemmeno una semplice lettera che non sia per la Sua gloria, mi accingo (all’opera), nella pace e felicità di coloro che hanno la coscienza sicura che fanno in tutto la divina volontà.

Così, completamente abbandonata nelle braccia del Padre celeste e sotto la protezione dell’immacolato Cuore di Maria, vengo a deporre ancora una volta nelle mani dell’E.V. rev.ma, i frutti dell’unica mia pianta: l’ubbidienza.

Prima di cominciare, ho voluto aprire il Nuovo Testamento, l’unico libro che voglio avere qui davanti a me, in un angolo ritirato della soffitta, alla luce di una povera tegola di vetro, luogo dove io mi ritiro, per sfuggire per quanto mi è possibile, agli sguardi umani. Le ginocchia mi fanno da scrivania e una vecchia valigia serve da sedia. «Perché – mi domanderà qualcuno – non scrive nella sua cella?». Il buon Dio ha pensato bene di privarmi anche della cella, anche se qui in casa, ce n’è parecchie e vuote. In verità, per la realizzazione dei suoi disegni, torna meglio la sala di ricreazione e di lavoro, tanto più scomoda per scrivere qualche cosa durante il giorno, quanto troppo buona per riposare durante la notte. Ma sono contenta e ringrazio Dio per la grazia di essere nata povera e di vivere ancora più povera per amore suo.

Ah, mio Dio! Ma non era affatto questo che io volevo dire.

Torno a quello che Dio mi ha messo davanti, quando ho aperto il Nuovo Testamento. Nella lettera di san Paolo ai Filippesi, 11,5-8, ho letto questo:

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che erano in Cristo Gesù. Egli, pur possedendo la natura divina..,, annientò se stesso, prendendo la natura di schiavo… Umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte». Dopo aver meditato un poco, ho letto ancora nello stesso capitolo i versetti 12 e 13: «Lavorate per la vostra salvezza, con timore e tremore. Perché è Dio che produce in voi, a Suo piacimento, il volere e l’operare».

Benissimo. Non ho bisogno di nient’altro: ubbidienza e abbandono in Dio, che è Colui che opera in me. In realtà, altro – non sono che il povero e miserabile strumento di chi vuole servirsi e che tra poco, come il pittore butta nel fuoco il pennello che non usa più, perché si riduca in cenere, così il divino pittore ridurrà alle ceneri della tomba il suo strumento che ormai non serve più, fino al grande giorno degli alleluia eterni. io desidero ardentemente quel giorno, perché la tomba non annienta tutto, e la felicità dell’amore eterno e infinito comincia lì.

Eccellenza reverendissima, il 7 ottobre 1941, a Valenza, il rev. P. Galamba mi domandò: «Lei, sorella, quando ha detto che la penitenza era stata fatta solo in parte, lo ha detto da se stessa o le è stato rivelato?». Mi pare, E. rev.ma che io non dico e – non scrivo -in tali casi – nessuna cosa che provenga soltanto da me. Devo ringraziare Dio per l’assistenza del divino Spirito Santo, che io sento – mentre mi suggerisce quello che devo scrivere o dire. Se, a volte, la mia stessa immaginazione o la mia mente mi suggeriscono qualche cosa, mi accorgo subito che gli manca l’unzione divina e sospendo fino a conoscere, – nell’intimo della mia – anima, quello che Dio vuole dire al suo posto. Ma perché sto dicendo tutto questo? Non lo so; lo sa Dio, che ha ispirato a V.E,. rev.ma di ordinarmi di dire tutto; che avvertitamente non nasconda niente.

Comincerò dunque, eccellenza reverendissima, a scrivere quello che il buon Dio vorrà farmi ricordare di Francesco. Spero che nostro Signore gli faccia conoscere in Cielo quello che a suo riguardo io scrivo in terra, affinché, insieme a’ Gesù e a Maria, interceda per me, specialmente in questi giorni.

L’amicizia che mi legava a Francesco era soltanto quella che derivava dalla parentela e dalle grazie che il cielo si degnava concederci.

Francesco non pareva fratello di Giacinta, se non nei tratti del volto e nella pratica della virtù. Non era come lei capriccioso e vivace. Era, al contrario, di natura pacifica e arrendevole.

Quando, durante i nostri giochi, qualcuno s’impuntava a negargli i suoi diritti, dopo che aveva vinto, cedeva senza resistenza, limitandosi a dire soltanto: «Credi di aver vinto tu? E va bene! a me, questo non m’importa» Non manifestava, come Giacinta, la passione per la danza. Gli piaceva di più sonare il piffero, mentre gli altri danzavano. Nei giochi era abbastanza animato, ma a pochi piaceva giocare con lui, perché perdeva quasi sempre. Io stessa confesso che avevo poca simpatia per lui, perché la sua natura pacifica eccitava a volte i nervi dalla mia eccessiva vivacità. A volte, lo prendevo per un braccio e lo facevo sedere per terra o su qualche masso, e gli dicevo di stare quieto, e lui ubbidiva come se io avessi una grande autorità. Dopo sentivo rimorso e andavo a prenderlo per mano e veniva con lo stesso buon umore come se non fosse successo niente..

Se qualche bambino insisteva a prendergli qualche cosa che era sua, diceva: «Lascia perdere! A me, che m’importa!».

Mi ricordo che arrivò una volta a casa mia con un fazzoletto da tasca col disegno della Madonna di Nazareth, che gli avevano portato poco prima dalla spiaggia. Me lo mostrò con grande gioia e tutti i ragazzi lì intorno vennero a vederlo. Di mano in mano, in pochi istanti, il fazzoletto sparì. Si cercò, ma non si riusciva a trovano. Poco dopo io lo scopersi nella tasca di un altro piccolo. Glielo volevo prendere, ma lui insisteva che era suo, che anche a lui lo avevano portato dalla spiaggia. Allora, Francesco, per finirla con la questione, si avvicinò e disse: «Lascia perdere! A me che m’importa del fazzoletto!». Mi pare che se fosse cresciuto, il suo difetto principale sarebbe stato quello di «non te la prendere».

Quando, verso i sette anni, cominciai a pascolare il mio gregge, lui parve restare indifferente. Veniva la sera ad aspettarmi con la sua sorellina, ma sembrava che venisse più per far piacere a lei che per amicizia. Venivano ad aspettarmi nel cortile dei miei genitori. E mentre Giacinta correva verso di me, non appena sentiva i campani del gregge, lui mi aspettava seduto su alcuni gradini di pietra che c’erano davanti alla porta di casa. Dopo, veniva là con noi nella vecchia aia a giocare, mentre aspettavamo che la Madonna e gli angeli accendessero i loro lumini. Si entusiasmava anche a contarli, ma nulla lo affascinava tanto come una bella aurora o un bel tramonto. E fino a quando se ne intravedeva qualche raggio, non scrutava se c’erano già dei lumini accesi. «Nessun lume è così bello come quello di nostro Signore», diceva a Giacinta a cui piaceva di più quello della Madonna, perché – diceva Lei – «non fa male agli occhi». E, entusiasmato, seguiva con lo sguardo tutti i raggi che, dardeggiando sui vetri delle case dei villaggi vicini, o nelle gocce di acqua sparse sugli alberi e sulle macchie dei monti, li facevano brillare come altrettante stelle, a suo parere mille volte più belle che quelle degli angeli.

Quando, con tanta insistenza, chiese alla madre che lo lasciasse andare col suo gregge per poter venire con me, era più per far piacere a Giacinta, che voleva più bene a lui che al suo fratello Giovanni.

Un giorno che la madre, già poco soddisfatta, non gli diede questo permesso, rispose, con la sua naturale tranquillità: «A me, mamma, m’importa poco; è Giacinta che vuole che io ci vada».
In un’altra occasione, confermò questo stesso fatto. Venne a casa mia una elle mie vecchie compagne e m’invitò ad andare con lei, perché aveva per quel giorno un buon pascolo. Il tempo era nuvoloso. Allora arrivai fino alla casa di mia zia a chiedere se andava Francesco con Giacinta, oppure se andava il loro fratello Giovanni, perché, nel caso che andasse quest’ultimo, io preferivo la compagnia dell’altra vecchia compagna. Mia zia aveva già deciso che quel giorno, siccome minacciava di piovere, andava Giovanni. Ma Francesco volle ancora insistere un’ultima volta presso la madre. Al ricevere un no secco e tondo, rispose: «Per me, fa lo stesso! ~ Giacinta che ci patisce di più».

Ciò che lo divertiva di più, quando andavamo per i monti, era star seduto sulla roccia più alta e sonare il suo piffero o cantare. Se la sua sorellina scendeva con me a fare alcune corse, lui restava tutto preso con le sue musiche e canti. Quello che cantava più spesso era:

Amo Dio su in cielo;

Lo amo anche in terra.

Amo nel campo i fiori;

amo le pecore sui monti.

Sono una povera pastora; prego sempre Maria; in mezzo al mio gregge, sono il sole di mezzodì.

Con i miei agnellini, ho imparato a saltare;

sono l’allegria dei monti, sono il giglio della valle.

Ai giochi prendeva parte tutte le volte che lo invitavamo a farlo; ma a volte manifestava poco entusiasmo dicendo: «Vengo, ma so che perdo».

I giochi che sapevamo e con cui ci divertivamo erano: quello dei sassetti, dei pegni, passare l’anello, quello del bottone, il paletto, le piastrelle, le carte (giocare a briscola, scoprire i re, i fanti e le regine ecc.). Avevamo due mazzi: uno, mio; un altro, loro. Il gioco preferito da Francesco era quello delle carte: a briscola.

Durante l’apparizione dell’angelo, si prostrò come sua sorella e come me, portato da una forza soprannaturale, che a ciò ci spingeva; ma l’orazione imparò sentendola ripetere da noi, perché dall’angelo non aveva sentito dire niente.

Quando in seguito, ci prostravamo per recitare questa orazione, lui era il primo che si stancava della posizione; ma testava in ginocchio o seduto, pregando anche lui, finché noi non avessimo finito. Dopo diceva: «Io non sono capace di stare così tanto tempo, come voi. Mi fa tanto male la schiena, che non ci riesco».

Durante la seconda apparizione dell’angelo vicino al pozzo, passati i primi istanti, mi domandò:

– Tu hai parlato con l’angelo: che cos’è che ti ha detto?

– Non hai sentito?

– No. Ho visto che parlava con te; ho sentito quello che tu gli hai detto; ma quello che lui ha detto a te, non so.

L’atmosfera soprannaturale in cui ci lasciava non era ancora passata e così io gli dissi che me lo chiedesse il giorno dopo, oppure che lo chiedesse a Giacinta.

– Giacinta, raccontami tu quello che ti ha detto l’angelo.

È – Te lo dico domani. Oggi non posso parlare.

Il giorno dopo, non appena mi fu vicino, mi domandò: «Hai dormito stanotte? Io ho pensato sempre all’angelo e a che cosa mai ti avrà detto». Gli raccontai allora tutto quello che l’angelo ci aveva detto nella prima e nella seconda apparizione. Ma lui pareva non aver avuto la comprensione di quello che le parole significavano e domandava: «Chi è l’Altissimo? Che cosa vuoI dire: i Cuori di Gesù e di Maria sono attenti alla voce delle vostre suppliche?» ecc. E, ottenuta la risposta, stava a pensare e subito dopo interrompeva con un’altra domanda. Ma il mio spirito non era ancora libero del tutto e io gli dissi di aspettare fino al giorno seguente; che in quel giorno io non potevo ancora parlare. Aspettò contento, ma non si lasciò sfuggite le prime occasioni per fare subito altre domande, cosa che indusse Giacinta a dirgli: «Senti! Di queste cose, parla poco!».

Quando parlavamo dall’angelo, non so che cosa si provava. Giacinta diceva:

– Non so che cosa sento! Ormai non posso più parlare, né cantare, né giocare e non ho forza per fare niente.

– Nemmeno io – rispose Francesco – ma che cosa importa, l’angelo è più bello che tutte queste cose. Pensiamo a lui.

Durante la terza apparizione la presenza del soprannaturale fu di gran lunga ancora più intensa. Per vari giorni, nemmeno lo stesso Francesco aveva il coraggio di parlare. E dopo diceva: «Mi piace molto vedere l’angelo, ma il brutto è che dopo non siamo buoni a niente! Io non ero buono neanche a camminare. Non so che cosa avevo! » Nonostante tutto ciò, fu lui che si rese conto, dopo la terza apparizione dell’Angelo, che la notte era vicina. Fu lui che ce lo fece notare e che pensò a riportare il gregge verso casa.

Passati i primi giorni e ritornati allo stato normale, Francesco domandò:

– L’angelo a te ha dato la santa comunione; ma a me e a Giacinta che cos’è che ci ha dato?

– Anche a noi ha dato la santa comunione – rispose Giacinta in una felicità indicibile – Non capisci che era il sangue che cadeva dall’ostia?

– Io sentivo che Dio stava dentro di me, ma non sapevo come! – E, prostrandosi per terra, rimase a lungo con la sorella, a ripetere l’orazione dell’angelo: « Santissima Trinità… ecc.».

A poco a poco, quell’atmosfera scomparve e il giorno 13 maggio ormai potevamo giocare con lo stesso piacere di prima e con la stessa libertà di spirito.

L’apparizione della Madonna tornò a farci concentrare nel soprannaturale, ma con più soavità. Invece di quell’annientamento in presenza del divino, che ci prostrava anche fisicamente, ci lasciò una pace e un’allegria espansiva, che non c’impediva di parlare in seguito di quello che era avvenuto. Invece, riguardo al riflesso che la Madonna ci aveva comunicato con le mani e di tutto ciò che ad esso si rapportava, sentivamo un non so che interiore, che c’induceva a tacere. Raccontammo, in seguito, a Francesco tutto quello che la Madonna aveva detto. E lui, felice, manifestando la contentezza che provava per la promessa di andare in cielo, incrociando le mani sul petto, diceva: «O Madonna mia! Di rosari ne dico quanti vi pare!». E da allora, prese l’abitudine di allontanarsi da noi come se stesse passeggiando… E se lo chiamavo e gli domandavo che cosa andava a fare, alzava il braccio e mi mostrava la corona. Se gli dicevo che venisse a giocare che dopo avrebbe pregato con noi, rispondeva: «Pregherò anche dopo. Non ti ricordi che la Madonna ha detto che dovevo recitare molti rosari?».

Un giorno mi disse: «Mi è piaciuto molto vedere l’angelo; ma mi è piaciuto ancora di più vedere la Madonna. Ma la cosa che mi è piaciuta di più è stata di vedere nostro Signore in quella luce che la Madonna ci ha messo nel petto. Io voglio tanto bene a Dio! Ma Lui è così triste a causa di tanti peccati. Noi non dobbiamo farne mai neanche uno».

Ho già detto, nel secondo scritto su Giacinta, che fu lui a darmi la notizia che lei era venuta meno al nostro patto di non dire niente. E siccome il mio parere era che si doveva mantenere il segreto, aggiunse, con aria triste: «Io, siccome la mamma mi ha domandato se era vero, ho dovuto dire di si, per non mentire».

A volte diceva: «La Madonna ha detto che avremmo dovuto soffrite molto! Non m’importa; soffro tutto quello che Le pare! A me mi basta andare in cielo».

Un giorno che mi mostravo contrariata per la persecuzione che dentro e fuori della famiglia cominciava a manifestarsi, lui cercò d’incoraggiarmi dicendo: «Lascia perdere! Non ha detto la Madonna che avremmo dovuto soffrire molto in riparazione a nostro Signore e al suo Cuore immacolato di tanti peccati con cui sono offesi? Loro sono così tristi! Se con queste sofferenze potremo consolarli, dobbiamo accontentarci così».

Pochi giorni dopo la prima apparizione della Madonna, arrivati sul luogo del pascolo, sali su una roccia elevata e ci disse:

– Voi non venite quassù. Lasciatemi solo.

– Va bene. – E mi misi con Giacinta a correre dietro alle farfalle, che prendevamo, per subito fare il sacrificio di lasciarle andare, e non ci ricordammo nemmeno di Francesco. Arrivata l’ora della merenda, ci accorgemmo che non c’era e andai a chiamarlo.

– Francesco, non vuoi venire a far merenda?

– No, mangiate voi.

– E a dire il rosario?

– A pregare, dopo, vengo. Chiamami di nuovo.

Quando lo chiamai di nuovo, mi disse:

– Venite voi quassù a pregare vicino a me. – Salimmo sulla cima della roccia dove a malapena potevamo stare tutti e tre in ginocchio e io gli domandai:

– Ma che cosa stai a fate qui tutto questo tempo?

– Penso a Dio che è così triste a causa di tanti peccati! Se io fossi capace di dargli un po’ di gioia!

Un giorno ci mettemmo a cantare in coro le gioie della montagna:

Coro: Ah, tra lalà, là là tra lalà là là là là là!

In questa vita tutto canta

con me, si fa a chi canta meglio:

canta la pastora sui monti, canta la lavandaia al fiume.

È la voce del cardellino che mi viene a risvegliare! Non appena sorge il sole nelle selve a cantare!

Di notte canta la civetta che mi vuole spaventare, mentre spannocchia canta la ragazza al chiar di luna!

L’usignolo per il piano passa il giorno a cantare! Canta la tortora nel bosco e stridendo canta il carro.

La montagna è un giardino, che sorride tutto il giorno! Son le gocce di rugiada che luccicano sulle montagne!

Finito di cantare la prima volta, stavamo per fare il bis, ma Francesco c’interruppe: «Non cantiamo più. Da quando abbiamo visto l’angelo e la Madonna, io non ho più voglia di cantare».

Nella seconda apparizione, il 13 giugno 1917, Francesco s’impressionò molto per la comunicazione del riflesso che, come ho già detto nel secondo scritto, avvenne proprio quando la Madonna diceva: «Il mio immacolato Cuore sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà a Dio». Pareva non avere al momento la comprensione dei fatti, forse perché non gli era dato dì udite le parole che li accompagnavano. Perciò dopo domandava:

– Come mai la Madonna stava con un Cuore in mano, diffondendo sul mondo quella luce così grande che è Dio? Tu stavi con la Madonna nella luce che scendeva verso terra, e Giacinta con me in quella che saliva verso il cielo!

– Il fatto è – gli risposi – che tu con Giacinta tra poco andrai in cielo; e io rimango col Cuore immacolato di Maria ancora un po’ qui in terra.

– Quanti anni rimani qui? – domandava.

Non so; parecchi.

– È stata la Madonna a dirtelo?

– Si, è stata Lei. E io l’ho visto in quella luce che ci ha messo nel petto. E Giacinta confermava la stessa cosa, dicendo: «E’ proprio così! Anch’io l’ho visto!». A volte diceva: «Questa gente è così contenta solo perché noi gli diciamo che la Madonna ci ha detto di dite il rosario e che tu imparassi a leggere! Che cosa succederebbe se sapessero quello che Lei ci ha mostrato in Dio, nel suo Cuore immacolato, in quella luce così grande! Ma questo è segreto; non gli si dice. E’ meglio che nessuno lo sappia».

Da questa apparizione, cominciammo a dire, quando ci domandavano se la Madonna non ci avesse detto nient’altro: «Si, ha detto altre cose, ma è segreto. Se ci domandavano il motivo per cui era segreto, alzavamo le spalle e, abbassando la testa, stavamo in silenzio. Ma, passato il 13 luglio, dicevamo: «La Madonna ci ha detto di non dirlo a nessuno», riferendoci allora al segreto voluto dalla Madonna.

Durante questo mese aumentò in modo considerevole l’affluenza di popolo e, con essa, i continui interrogatori e le opposizioni. Francesco soffriva abbastanza per questo e se ne lamentava dicendo alla sorella: «Come mi dispiace! Se tu fossi stata zitta, nessuno io saprebbe! Se non fosse perché è una bugia, basterebbe dire a tutti che non abbiamo visto niente e tutto finirebbe li. Ma ciò non è possibile!».

Quando mi vide perplessa per il dubbio, piangeva e diceva: «Ma come fai a pensare che è il demonio? Non hai visto la Madonna e Dio in quella luce così grande? Come facciamo noi a andarci senza di te, se sei tu che devi parlare?». Dopo cena – era ormai buio – ritorno a casa mia, mi chiamò nella vecchia aia e mi disse:

– Senti: tu vieni domani?

– No, non ci vado. Ho già detto che non ci torno più.

– Come mi dispiace! Ma come mai tu adesso pensi così? Non vedi che non può essere il demonio? Dio è già così triste per tanti peccati e ora, se tu non vieni, sarà ancora più triste! Dai, vieni!

– Ti ho già detto che non ci vengo. Puoi risparmiarti di domandarmelo. – E bruscamente entrai in casa.

Passati alcuni giorni, mi diceva: «Ricordi quella sera? Io non ho dormito niente. Ho passato tutta la notte a piangere e a pregare, perché la Madonna ti facesse venire».

Durante la terza apparizione, Francesco sembrò quello che meno s’impressionò alla vista dell’inferno, nonostante che provocasse anche in lui una sensazione abbastanza forte. Ciò che più lo impressionava o attirava era Dio, la santissima Trinità, in quella luce immensa che ci penetrava nel più intimo dell’anima. Dopo, diceva: «Noi stavamo ardendo in quella luce che è Dio e non ci bruciavamo! Com’è Dio? …Non si può dire! Questo si, noi non possiamo mai dirlo! Ma che pena che lui sia così triste! Se io potessi consolarlo! . . .

Un giorno, mi domandarono se la Madonna ci aveva ordinato di pregare per i peccatori. Io risposi di no. Non appena poté, mentre interrogavano Giacinta, mi chiamò e mi disse:

– Tu, adesso, hai detto una bugia! Come mai hai detto che la Madonna non ci ha ordinato di pregare per i peccatori? Come no, non ci ha ordinato di pregare per i peccatori?

– Per i peccatori, no! Ci ha ordinato di pregare per la pace, perché finisca la guerra. Per i peccatori ci ha ordinato di fare sacrifici.

– Ah, è vero! E io credevo proprio che avevi detto una bugia.

Ho già detto, che lui passò la giornata a piangere e a pregare, in un tormento forse più grande del mio, quando intimarono a mio padre di portarmi a Vila Nove de Ourém. In prigione, si mostrò abbastanza animato e cercava di animare Giacinta nelle ore di maggior nostalgia. Quando recitammo il rosario in prigione, lui s’accorse che uno dei carcerati stava in ginocchio col basco in testa. Gli andò vicino e gli disse: «Lei, se vuol pregare, deve togliersi il basco». E il poveretto senz’altro glielo consegna e lui lo mette sul suo berretto in cima a una panca.

Mentre interrogavano Giacinta, lui mi diceva con immensa tranquillità e allegria: Se ci ammazzano, come dicono, tra poco siamo in cielo! Che bellezza! A me non importa niente!». E, dopo un momento di silenzio: «Dio voglia che Giacinta non abbia paura! Io dico un’avemmaria per lei». E, senz’altro, si toglie il berretto e prega. L’agente di custodia, a vederlo in atteggiamento di pregare, gli dice:

– Cosa stai dicendo?

– Sto dicendo un’Ave Maria perché Giacinta non abbia paura.

L’agente fece un gesto di disprezzo e lasciò fare.

Quando, dopo il ritorno da Vila Nova de Ourém, cominciammo a sentire che la presenza del soprannaturale ci avvolgeva, presentendo che una comunicazione celeste si avvicinava, Francesco si mostrò preoccupato perché Giacinta non c’era:

– Mi dispiace – diceva – se Giacinta non arriva a tempo. – E chiese al fratello di andare in fretta:

– Dille che venga correndo. – Partito il fratello, diceva a me: «Giacinta, se non arriva a tempo, ci resterà molto male».

Dopo l’apparizione, disse alla sorella che voleva rimanere lì il resto del pomeriggio: «No! Tu devi andar via, perché la mamma non ti ha lasciato venire con le pecore». E, per incoraggiarla, l’accompagnò fino a casa.

Quando, in prigione, vedemmo che stava passando mezzogiorno e che non ci lasciavano andare a Cova da Iria, Francesco disse: «Può darsi che la Madonna venga ad apparirci qui». Ma, il giorno dopo, manifestava grande pena e diceva, quasi piangendo: «Può darsi che la Madonna sia rimasta triste, perché non siamo andati a Cova da Iria. E è possibile che non ci riappaia più. A me piacerebbe tanto vederla!».

Quando Giacinta, in prigione, piangeva al ricordo della mamma e della famiglia, lui cercava d’incoraggiarla e diceva: «La mamma, se non la rivediamo, pazienza! Offriamo per la conversione dei peccatori. Il peggio è se la Madonna non torna più. Questo è quello che mi dispiace di più! Ma offro anche questo per i peccatori». Poi mi domandava:

– Senti: la Madonna non ci riapparirà mai più?

– Non so. Credo di si.

– Ho tanta voglia di rivederla.

L’apparizione a Valinhos fu dunque per lui motivo di doppia allegria. Si sentiva torturato dal timore che Lei non tornasse. Inoltre diceva: «Di sicuro non ci è apparsa il giorno tredici, per non aver da andare in casa del signor sindaco, forse perché lui è così cattivo».

Quando, dopo il 13 settembre, gli dissi che in ottobre sarebbe venuto anche nostro Signore, lui mostrò una grande gioia: «Ah, che bellezza! L’abbiamo visto solo altre due volte e io gli voglio tanto bene». Ogni tanto domandava: «Mancheranno ancora molti giorni al 13? Non vedo l’ora che venga, per vedere un’altra volta nostro Signore. Poi pensava un po’ e diceva:

«Ascoltami! Lui sarà ancora tanto triste? Mi dispiace tanto che sia così triste! Io offro tutti i sacrifici che riesco a fare. A volte ormai non fuggo più da questa gente, per fare sacrifici».

Dopo il giorno 13 ottobre, diceva: «Mi è piaciuto molto vedere nostro Signore. Ma più ancora mi è piaciuto vederlo in quella luce in cui eravamo anche noi. Tra poco ormai Nostro Signore mi porta lassù vicino a Lui, e così Lo vedo sempre».

Un giorno gli domandai:

– Come mai tu, quando ti domandano qualcosa, abbassi la testa e non vuoi rispondere?

– Perché prima voglio che risponda tu o Giacinta. Io non ho sentito niente. Io solo posso dire si, che ho visto. E poi se dico qualcuna di quelle cose che tu non vuoi?

Ogni tanto, si allontanava da noi di nascosto. Quando ci accorgevamo che non c’era più, ci mettevamo a cercarlo, chiamandolo. Ed ecco che ci rispondeva da dietro un muretto o un arbusto o una macchia, dove stava in ginocchio a pregare.

– Perché non ci avvisi e anche noi preghiamo con te? – gli chiedevo, a volte.

– Perché preferisco pregare da solo.

Ho già raccontate nelle note al libro «Giacinta», quello che avvenne in una proprietà chiamata Varzea. Mi pare che non è necessario ripeterlo qui.

Un giorno, per andare a casa mia, stavamo passando davanti alla casa della mia madrina di battesimo. Aveva appena fatto dell’idromele, e ci chiamò per darcene un bicchiere. Entrammo e Francesco fu il primo a cui lei diede il bicchiere, perché bevesse. Lo prende e, senza bere, lo passa a Giacinta, perché beva per prima insieme con me; e intanto si girò e scomparve.

– Dov’è Francesco? – domandò la mia madrina.

– Non so! Non so! Proprio ora stava qui.

Non si fece rivedere e Giacinta insieme con me, ringraziando per il dono, andammo a trovarlo nel posto dove non dubitammo nemmeno un istante che doveva essere, seduto vicino al pozzo già tante volte ricordato.

– Francesco, tu non hai bevuto l’idromele! La madrina ti ha chiamato tante volte, ma tu non sei venuto fuori.

– Quando ho preso il bicchiere, improvvisamente mi sono ricordato di fare quel sacrificio per consolare nostro Signore e mentre voi altre bevevate sono fuggito qua.

Tra la mia casa e quella di Francesco, viveva il mio padrino Anastasio, sposato con una donna abbastanza anziana, cui il Signore non aveva dato discendenza. Contadini abbastanza ricchi, non avevano bisogno di lavorare. Mio padre si occupava dei loro campi e dirigeva il lavoro delle opre. Riconoscenti per questo avevano, una speciale predilezione per me, specialmente la padrona di casa, che io chiamavo «la madrina Teresa». Se non andavo a casa sua durante il giorno, dovevo andarci la notte, perché lei diceva che non poteva stare senza il suo «pezzettino di donna». Così mi chiamava.

Nei giorni di festa, mi piaceva adornarmi con la sua collana d’oro e coi grandi pendenti, che mi cadevano alquanto sotto le spalle, e con un bel cappello in testa, coperto da palline d’oro, che trattenevano lunghissime penne di vari colori. Nelle feste non ce n’era un’altra più adorna di me; e le mie sorelle con la madrina Teresa erano orgogliose di questo. Gli altri bambini mi venivano intorno in folti gruppi, ammirando il brillare di tanti ornamenti. A dire la verità anche a me piacevano abbastanza le feste e la vanità era il mio peggior ornamento.

Tutti mostravano simpatia e stima per me, meno un’orfanella, di cui la mia madrina Teresa s’era presa la responsabilità alla morte della mamma. Lei pareva temere che io le avrei preso parte dell’eredità che lei aspettava e sicuramente non si sarebbe sbagliata, se il buon Dio non mi avesse destinata ad un’altra eredità ben più preziosa.

Non appena cominciò a spargersi la notizia delle apparizioni, il padrino si mostrò indifferente, e la madrina completamente contraria. Si mostrava scontenta per tali invenzioni, come lei le chiamava. Cominciai perciò a evitare ha sua casa, quando potevo; e con me cominciarono a sparire quei gruppi di fanciulli che lì si riunivano con frequenza e che alla madrina piaceva tanto veder danzare e cantare e dava loro fichi secchi, noci, mandorle, castagne, frutta ecc.

Una domenica pomeriggio, passando con Francesco e Giacinta vicino alla sua casa, ci chiamò: «Venite qua, piccoli imbroglioni! Venite qua! È tanto tempo che non venite». E via a darci le sue ghiottonerie. Come se avessero indovinato il nostro arrivo, gli altri bambini cominciarono a riunirsi. La buona mamma, contenta per vedere di nuovo in casa sua quel gruppo che da tanto tempo si era sciolto, dopo averci invogliato con tante cose, volle vederci danzare e cantare.

– Vediamo un po’. Che si canta, che si canta?

– Gli auguri delusi. – Scelse lei – Una gara. I bambini da una parte, le bambine dall’altra.

Coro: Tu se i il sol di questa sfera:

non negarle i raggi tuoi;

sorrisi di primavera, ah!!!

in sospir non li cambiare.

Auguri alla fanciulla

fragrante al nuovo sole;

perché, radiosa, divina

le carezze d’un’altra aurora.

È un anno ricco di fiori,

ricco di frutti e di bene!

E il nuovo nei suoi albori

ricco di speranze viene.

Sono il tuo mighore dono,

i tuoi migliori auguri!

Cingi con essi la fronte

è k tua migliore corona!

Se hai avuto un bel passato, un futuro più bello t’aspetta

auguri per l’anno che muore, per quello che nasce, auguri!

In questa vita; fior d’Atlantico, in questo amichevole festino, che si celebri in lieto cantico il giardiniere ed il giardino.

Ti fanno tenerezza i fiori della tua terra natale!

La tua casa di casti amori:

i lacci del tuo cuore.

Coro: Ti pare un gesto nobile

che allo spuntare del pennone

la Berlenga e il Carvoeiro, ah!!!

spengano i loro fari?

Ma il mare in spuma scoppia:

è un vortice, eterno fulcro! Ogni notte è una tormenta, ogni tormenta un sepolcro.

Tristi colli di Papoa,

Estelas e Fanlhoes!

Qual tragedia non rimbomba

in ciascun dei suoi marosi!

Ogni scoglio in queste acque

è di morte un presagio! ogni onda canta i suoi dispiaceri ogni croce ricorda un naufragio.

E tu vuoi essere più duro, vuoi nasconderti e sei luce, che dalla vita in mare scuro sì piccola barca conduce.

Coro: Resto ad occhi asciutti

a parlare di addio.

L’esitar fu di minuti, ah!!!

Il mio sacrificio dura tutta la vita.

Parti, ma dì al cielo che tagli il torrente di sue grazie; e faccia seccare ‘i fiori di morte, perché non sei il suo canale.

Va’, ch’io resto nel dolore ed in lutto il santuario! le campane rintoccheranno a morto sulla cima del campanile.

Ma non appena mi lasci della triste chiesa nel sagrato, lascerò lamenti eterni scrivendo su una lavagna.

Fu giardin ridente e bello questo suolo or senza fiore, non gli mancarono le cure; mancò lui al suo cultore.

Spero dalla Provvidenza promettenti amori!

e li sperino di preferenza quelle che lasciano il patrio nido.

Al suono dell’animato discanto, si riunirono a poco a poco le vicine; e verso la fine ci chiesero il bis. Ma Francesco si avvicinò a me e mi disse:

«Non cantiamo più questa roba. A nostro Signore di sicuro adesso non piace che cantiamo queste cose». E ce la svignammo come potemmo, passando in mezzo al gruppo di bambini e andammo al nostro pozzo prediletto.

Veramente, io, adesso che per obbedienza finisco di scriverlo, mi copro il viso per la vergogna. Ma V.E., su richiesta del P. Galamba, ha pensato opportuno di farmi scrivere i canti profani che sapevamo. Eccoli lì! Non so a quale scopo, ma mi basta sapere che è per compiere la volontà di Dio.

Frattanto si avvicinò il carnevale del 1918. I ragazzi e le ragazze si riunirono nuovamente quell’anno per la tradizionale tavolata e per i giochi propri di quei giorni. Ognuno portava da casa sua una cosa: alcuni, olio; altri, farina; altri, carne; ecc. e, insieme, in una casa destinata a questo scopo, le ragazze cucinavano un magnifico banchetto. E, in quei giorni, era tutto un mangiare e ballare fino alle ore della notte, specialmente l’ultimo giorno.

I ragazzi sotto i 14 anni, facevano la loro festa in un’altra casa, a parte. Vennero dunque in parecchi a invitarmi, perché organizzassi con loro la festa. Sul principio, mi rifiutai. Ma, portata da una vile condiscendenza, cedetti alle insistenze di molte, specialmente di una figlia e di due figli di un uomo di Vasa Velba, José Carreira, che metteva a nostra disposizione la sua casa. Lui stesso e sua moglie insistettero perché ci andassi. Cedetti, dunque, e ci andai con un bel gruppetto a vedere il locale: una bella sala o meglio un salone per i divertimenti e un bel cortile per la cena. Combinammo tutto e tornai di là esteriormente in grande festa, ma dentro sentivo la coscienza che mi urlava rimproveri. Arrivata da Giacinta e Francesco, raccontai loro quel che era avvenuto:

– E tu ritorni a fare quelle tavolate e quei giochi? – mi domandò con serietà Francesco. – Ti sei già dimenticata che abbiamo promesso di non andarci più?

Io non vorrei andarci; ma vedi bene che non la smettono d’insistere perché io ci vada; io non so come fare!

Veramente le insistenze erano molte e le amiche che si riunivano per divertirsi con me non erano meno numerose. Venivano perfino da parecchi paesi ben distanti: da Moita, una Rosa e Anna Caetano e Anna Brogueira; da Fatima, due figlie di Manuel Caracol; da Boleiros, due figlie di Manuel da Ramira e due di Joaquim Chapeleta; da Amoreira, due di Silva; da Currais, una Laura Gato, Josefa VaImbo e parecchie altre di cui non ricordo il nome; da Boleiros, da Lomba da Pederneira, ecc. e tutte queste senza contare quelle che si venivano da Eira de Pedra, casa Velha e Aljustrel. Come, così all’improvviso, deludere tutte quelle ragazze che pareva non sapessero divertirsi senza di me e far loro capire che era necessario finirla una volta per tutte con simili feste? Dio l’ispirò a Francesco:

– Sai come devi fare? Tutti sanno che la Madonna ti è apparsa. Perciò gli dici che Le hai promesso di non andare mai più a ballare; e che perciò

non ci vai. Poi in quei giorni noi ce ne andiamo a Lapa do Cobeço. Lassù nessuno ci trova.

Accettai la proposta; e, data la mia decisione, nessuno pensò mai più a organizzare simili assemblee. Era Dio che benediceva. E quelle amiche, che prima mi cercavano per divertirsi, adesso mi seguivano e venivano a cercarmi in casa, la domenica pomeriggio, perché andassi con loro a recitare il rosario a Cova da Iria.

Francesco era di poche parole; e, per fare la sua orazione e per offrire i suoi sacrifici, gli piaceva nascondersi perfino da Giacinta e da me. Non poche volte lo sorprendevamo dietro a un muretto o a una macchia, dove se n’era andato di nascosto: in ginocchio a pregare o «a pensare – come lui diceva – a nostro Signore, triste a causa di tanti peccati». Se gli domandavo:

– Francesco, perché non m’inviti a pregare con te e con Giacinta?

– Mi piace di più – rispondeva – pregare da solo, per pensare e consolare nostro Signore, che è tanto triste.

Un giorno gli domandai:

– Francesco, che cosa ti piace di più: consolare nostro Signore oppure convertire i peccatori, perché non ci siano più anime che vanno all’inferno?

– Io preferirei consolare nostro Signore. Non hai notato che la Madonna, anche nell’ultimo mese, era tanto triste, quando ci ha detto che non offendessero Dio nostro Signore, che è già molto offeso? Io vorrei consolare nostro Signore e, dopo, convertire i peccatori, perché non lo offendano più.

Quando andava a scuola, a volte, arrivando a Fatima mi diceva: «Senti! Tu va a scuola. Io resto qui in chiesa, vicino a Gesù nascosto. Non vale la pena che io impari a leggere; tra poco vado in cielo. Quando ritorni, vieni qui a chiamarmi».

Il Santissimo si trovava allora entrando in chiesa, dalla parte sinistra. Lui si metteva tra il fonte battesimale e l’altare e lì lo ritrovavo quando tornavo. (Il Santissimo si trovava lì a causa di lavori di restauro alla chiesa).

Dopo che si ammalò, mi diceva a volte, quando per andare a scuola passavo da casa sua: «Senti! Vai in chiesa e fa’ tanti saluti a Gesù nascosto da parte mia. Quel che mi fa più soffrire è che non posso più andare a stare un pochino con Gesù nascosto».

Un giorno, arrivata vicino a casa sua, mi congedai da un gruppo di bambini della scuola che venivano con me. Entrai per fare una visita a lui e a sua sorella. Poiché aveva sentito un po’ di chiasso, mi domandò:

– Tu sei venuta con tutti quei là?

– Sì, con loro.

Non andare con loro, che potresti imparare a fare peccati. Quando esci

da scuola, va un po’ ai piedi di Gesù nascosto e dopo vieni per conto tuo..

Un giorno gli domandai:

– Francesco, ti senti molto male?

– Si, ma soffro per consolare nostro Signore.

Entrando un giorno con Giacinta nella sua stanza, ci disse:

– Oggi parlate poco, ché mi fa molto male la testa.

– Non dimenticarti di offrire per i peccatori, – gli disse Giacinta.

– Si, ma prima di tutto offro per consolare nostro Signore e la Madonna; e soltanto dopo offro per i peccatori e per il santo Padre.

Un altro giorno, arrivando, lo trovai molto contento.

– Ti senti meglio?

– No. Mi sento peggio. Ormai mi manca poco per andare in cielo. Lassù consolerò molto nostro Signore e la Madonna. Giacinta pregherà molto per i peccatori, per il santo Padre e per te; e tu rimam qui, perché la Madonna lo vuole. Senti, fa’ tutto quello che Lei ti dirà.

Mentre Giacinta pareva presa dalla sola preoccupazione di convertire i peccatori e liberare anime dall’inferno, lui pareva che pensasse soltanto a consolare nostro Signore e la Madonna, che gli erano sembrati tanto tristi.

Ben differente è un fatto che adesso mi viene in mente. Andammo un giorno in un posto chiamato Pedreira e, mentre le pecore pascolavano, noi saltavamo di roccia in roccia, facendo echeggiare la voce in fondo a quei grandi precipizi. Francesco, secondo la sua abitudine, sì ritirò e andò a nascondersi nel cavo di una roccia. Passato un bel po’, lo sentimmo gridare e chiamare noi e la Madonna. Preoccupate per quello che poteva essergli successo, cominciammo a cercarlo e a chiamarlo.

– Dove sei?

– Qui, qui!

Ma ci volle ancora del tempo, per trovarlo. Alla fine, lo trovammo, tremante di paura, ancora in ginocchio, che, mezzo fuori di sé, non aveva nemmeno la forza di alzarsi in piedi.

– Che cos’hai? Che cosa è successo?

Con la voce mezzo soffocata dalla paura, disse: «Era uno di quegli animali grandi che stavano all’inferno, che stava qui ad appiccare il fuoco». Io non vidi niente e nemmeno Giacinta e perciò mi misi a ridere e gli dissi: «Tu non vuoi mai pensare all’inferno per non avere paura; e adesso sei stato il primo ad averla».

Quando Giacinta si mostrava più impressionata al pensiero dell’inferno, lui era solito dirle: «Non pensare tanto all’inferno! Pensa piuttosto a nostro Signore e alla Madonna. Io non ci penso, per non avere paura». E non pareva niente affatto pauroso. Di notte, poteva andare da solo in qualsiasi posto buio, senza far difficoltà. Giocava con le lucertole e i serpenti che

trovava, li faceva arrotolare attorno ad un bastone, e dava loro nella cavità delle pietre latte delle pecore, per farglielo bere. Andava in cerca per le grotte di tane di volpi, di conigli e genette ecc.

Gli piacevano molto gli uccelli; non tollerava che si portassero via i loro nidi. Sbriciolava sempre un po’ del pane che portava con sé per lo spuntino, sulla cima delle rocce, perché essi lo mangiassero; e, allontanandosi, li chiamava come se potessero capire; e voleva che nessuno si avvicinasse, per non spaventarli: «Poverini, avete tanta fame diceva parlando con loro -Venite, venite a mangiare!». Ed essi, con la vista acuta che hanno, non si facevano pregare; e venivano in grandi stormi. La sua soddisfazione era allora vederli volare sulla cima degli alberi con il gozzo pieno a cantare in un cinguettare tremendo, che lui imitava benissimo, facendo coro con loro.

Un giorno incontrammo un ragazzetto che aveva in mano un uccellino, che aveva preso. Preso da compassione, Francesco gli promise due ventini se lo lasciava volare. Il ragazzo accettò il contratto, ma prima voleva i soldi in mano. Francesco tornò allora a casa da Lagoa da Carreira, che resta un po’ sotto Cova da Iria, a prendere i due ventini per dare libertà al prigioniero. Quando, dopo, lo vide volare, batteva le mani dalla gioia e diceva: «Sta attento, che non ti acchiappino di nuovo».

C’era una vecchietta che chiamavamo Zi’ Maria Carreira, a cui i figli, a volte, portavano al pascolo un gregge di capre e pecore. Queste, poco domestiche, a volte si sparpagliavano un pò da tutte le parti. Quando la incontravamo, Francesco era il primo che correva ad aiutarla. L’aiutava a condurre il gregge al pascolo e le riuniva quelle che si erano sbandate. La povera vecchietta si profondeva in mille ringraziamenti, e lo chiamava il suo angioletto custode.

Quando passavano dei malati, lui era preso da compassione e diceva:

«’Non posso vedere questa gente in simile situazione; mi fanno tanta compassione».

Quando ci chiamavano per parlare con qualche persona che ci cercava, lui domandava se erano malati e diceva: «Se sono malati, non ci vado. Non riesco a guardarli, ché mi fanno troppa compassione! Ditegli che prego per loro!».

Un giorno vollero portarci a Montelo, da un uomo chiamato Joaquim Chapeleta. Francesco non volle venire.

– Io non ci vado. Non riesco a guardare quelle persone che vorrebbero parlare e non ci riescono! – (Quest’uomo aveva la mamma muta).

Quando tornai verso sera con Giacinta, domandai di lui alla zia.

– E che ne so! Mi sono stufata di cercarlo questo pomeriggio. Sono venute delle signore che volevano vedervi. Voi altre non c’eravate e non si è fatto più rivedere. Adesso cercatelo voi!

Ci sedemmo un poco su una panca del sentiero, pensando di andare poi alla Loca – do Cabeço, sicure che era là. Ma non appena mia zia esce di casa, ci parla da una piccola apertura della soffitta.. Era salito lassù, quando s’era accorto che veniva gente.

Da li aveva assistito a tutto quello che era avvenuto e ci diceva dopo:

«Quanta gente c’era! Che Dio mi liberi, se mi prendevano qui da solo! Che cosa avrei potuto dirgli?». (C’era in cucina una botola, da cui, salendo in cima a un tavolo o a una sedia, era facile salire in soffitta).

Come ho già detto, mia zia vendette il suo gregge prima di mia madre. Da allora, al mattino, prima di uscire, avvisavo Giacinta e Francesco del luogo del pascolo dove andavo; e loro, se appena potevano fare una scappata, venivano da me. Un giorno, quando arrivai, erano già là ad aspettarmi.

– Ah, come mai siete venuti così presto?

– Sono venuto – rispose Francesco – perché non so coim’è prima non m’importava molto di te; venivo a causa di Giacinta; ma ora, al mattino, non posso neanche più dormire per la fretta di venire da te!

Passati i giorni 13 del periodo delle apparizioni, alla vigilia del 13 degli altri mesi, diceva: «Sentite! Domattina, molto per tempo, io me ne vado attraverso il giardino a Lapa do Cabeço; e voi altre, appena potete, venite là».

Ah, mio Dio! Io ero già arrivata a scrivere le cose della sua malattia, molto vicina alla morte e adesso vedo che sono tornata ai bei tempi della montagna, tra il dolce cinguettare degli uccelli. Chiedo scusa. Scrivo qui quello che mi viene in mente, come fanno i gamberi, che vanno avanti e indietro, senza preoccuparsi della fine del loro cammino. Il lavoro lo lascio al rev. P. Galamba, se per caso vorrà utilizzare qualcuna di queste cose. Suppongo che ‘sarà poco o nulla.

E ritorno dunque alla sua malattia. Ma prima di tutto, ancora un’altra cosa del suo breve periodo di scuola. Uscivo un giorno di casa e m’incontro con mia sorella Teresa, sposata allora da poco tempo a Lomba. Veniva a nome di un’altra donna di un paese vicino, cui avevano arrestato un figlio, accusato di non mi ricordo quale delitto, per il quale, se non si fosse provata la sua innocenza, sarebbe stato condannato all’esilio o almeno a un considerevole numero di anni di prigione. Mi chiedeva dunque con insistenza, a nome della povera donna cui voleva far piacere, che le ottenessi questa grazia dalla Madonna. Ricevuta l’imbasciata, partii per la scuola. E, lungo il cammino, raccontai ai miei cugini quanto stava avvenendo. Arrivati a Fatima, mi dice Francesco: «Senti! mentre tu vai a scuola, io resto con Gesù nascosto e gli domando quell’affare».

Uscita da scuola, andai a chiamarlo e gli domandai:

– Hai chiesto quella grazia a nostro Signore?

– Sì. Di’ alla tua Teresa che tra pochi giorni quello viene a casa.

Dopo alcuni giorni, il povero ragazzo era ritornato a casa e il giorno 13 venne con tutta la famiglia a ringraziare la Madonna per la grazia ricevuta.

Un altro giorno, uscendo di casa, notai che Francesco camminava molto adagio.

– Che hai? – gli domandai. – Pare che non riesci a camminare.

– Mi fa molto male la testa e mi sembra che sto per cadere.

– Allora non venire; sta a ‘casa.

Non resto, no! Preferisco stare in chiesa con Gesù nascosto, mentre tu vai a scuola.

In uno di quei giorni in cui Francesco, ormai malato, riuscì ancora a fate qualche passeggiata, andai con Lui a Lapa do Cabeço e a Valinhos. Al ritorno, arrivati a casa, la troviamo piena di gente; e una povera donna che, vicino a un tavolo, fingeva di benedire innumerevoli oggetti di pietà: rosari, medaglie, crocifissi, ecc. Giacinta e io fummo subito circondate da numerose persone che volevano interrogarci. Francesco fu preso da quella bigotta beneditrice, che lo invitò ad aiutarla.

– Io non posso benedire – le rispose con serietà – e nemmeno voi! Solo i reverendi sacerdoti possono farlo!

La frase del piccolo si sparse immediatamente tra la folla, come se echeggiasse per mezzo di qualche altoparlante e la povera donna dovette ritirarsi immediatamente tra gl’ìnsulti di quelli che volevano di ritorno gli oggetti che le avevano appena consegnato.

Ho già detto nello scritto su Giacinta che lui riuscì ad andare ancora qualche volta a Cova da Iria; come usò e consegnò la corda; che un giorno dì caldo soffocante, fu il primo a offrire il sacrificio di non bere; e che a volte ricordava alla sorella l’idea di soffrire per i peccatori, ecc. Suppongo che non è perciò necessario ripeterlo qui. Stavo un giorno a fargli un po’ di compagnia vicino al suo letto, insieme a Giacinta che si era alzata per un po’. All’improvviso viene sua sorella Teresa ad avvisare che per la strada sta arrivando una gran folla che di sicuro vengono a cercare noi. Non appena lei fu uscita, gli dico: «Bene. Voi aspettateli qua. Io vado a nascondermi. Giacinta fece a tempo a correre dietro a me, e andammo a metterci dentro a un tino, messo vicino all’uscio che dà sul giardino. Non tardammo a udire il chiasso delle persone che, mentre visitavano la casa, uscirono nel giardino. E passarono proprio vicino al suddetto tino, che ci salvò, perché aveva la bocca girata dal lato opposto.

Quando sentimmo che se n’erano andati via, uscimmo dal nostro nascondiglio e andammo a trovare Francesco, che c’informò di quello che era avvenuto:

– C’era tanta gente e volevano ch’io dicessi loro dove eravate voi; ma nemmeno io lo sapevo. Volevano vederci e chiederci molte cose. C’era anche una donna di Alqueidao, che domandava la guarigione di un malato e la conversione di un peccatore. Per questa donna prego io; voi pregate per gli altri che sono molti.

Questa donna si fece rivedere poco dopo la morte di Francesco. Mi chiese di andare a indicarle qual era la sua tomba, perché voleva andarci a ringraziarlo per le due grazie che gli aveva domandato.

Un giorno, stavamo andando verso Cova da Iria, e, appena usciti da Aljustrel, fummo sorpresi da un gruppo di gente, in una curva della strada, che per vederci e sentirci meglio misero Giacinta e me in cima a un muretto. Francesco non volle che lo mettessero là in cima, come se avesse paura di cadere. Dopo, un po’ una volta si allontanò e andò a mettersi accanto a un vecchio muro li dirimpetto. Una povera donna e un giovane, vedendo che non riuscivano a parlarci in privato come volevano, andarono a inginocchiarsi davanti a lui, a chiedergli che ottenesse loro dalla Madonna la guarigione del padre e la grazia di non andare in guerra. (Erano madre e figlio). Francesco s’inginocchia anche lui, si toglie il berretto e domanda se vogliono recitare il rosario con lui; dicono di si e cominciano a pregare; in poco tempo, tutta quella gente smettono di domandare semplici curiosità e si mettono anche loro in ginocchio a pregare. Dopo ci accompagnano a Cova da Iria. Durante il cammino, recitano con noi un altro rosario e là sul posto un altro ancora, e si congedano soddisfatti. La povera donna promette di tornare li a ringraziare la Madonna per le grazie che domanda, se le otterrà. E ritornò parecchie volte, accompagnata, non solo dal figlio, ma anche dal marito che ormai stava vene. (Erano della parrocchia di S. Mamede e noi li chiamavamo i Casaleiros).

Durante la malattia Francesco si mostrò sempre allegro e contento. A volte gli domandavo:

– Soffri molto, Francesco?

– Abbastanza, ma non importa. Soffro per consolare nostro Signore; e poi tra poco vado in cielo!

– Lassù non ti dimenticare di chiedere alla Madonna che faccia presto

a prendere anche me.

– Quello non lo domando! Tu sai bene che Lei non ti vuole lassù per

adesso.

Alla vigilia di morire mi disse:

– Senti! Io sto molto male; ormai mi manca poco per andare in cielo.

– Allora sta bene attento: non ti dimenticare di pregare molto per i peccatori, per il santo Padre, per me e per Giacinta.

– Va bene, io pregherò; ma senti, queste cose chiedile piuttosto a Giacinta, perché io ho paura di dimenticarmene, quando vedrò nostro Signore! E poi, prima di tutto io voglio consolare.

Un giorno, al mattino molto presto, sua sorella. Teresa viene a chiamarmi: «Vieni in fretta! Francesco sta molto male e dice che vuol dirti una cosa!». Mi vestii in fretta e andai da lui. Chiese alla madre e ai fratelli che uscissero dalla stanza, perché era una cosa segreta quello che voleva dirmi. Uscirono e lui mi disse:

– Il segreto è che dovrò confessarmi per fare la comunione e dopo morire. Vorrei che tu mi dicessi se mi hai visto fare qualche peccato e poi che tu andassi a domandare a Giacinta se anche lei mi ha visto farne qualcuno.

– Hai disubbidito qualche volta a tua madre – gli risposi – quando lei ti diceva di stare a casa e tu scappavi e venivi da me o andavi a nasconderti.

– È vero; questo è uno. Adesso va a domandare a Giacinta se lei ne ricorda qualche altro.

Andai e Giacinta, dopo aver pensato un po’, mi rispose: «Senti! Digli che prima che la Madonna ci apparisse, rubò dieci centesimi al babbo, per comprare un’armonica a José Marto della Casa Velha; e che quando i ragazzi di Aljustrel tirarono pietre a quelli di Boleiros, anche lui ne tirò qualcuna!

Quando gli riferii queste parole della sorella, rispose: «Codesti li ho già confessati, ma li confesserò di nuovo. Può darsi che è a causa dì questi peccati che ho fatto, che nostro Signore è così triste! Ma io, anche se non morissi, non li rifarei mai più, adesso sono pentito». E, congiungendo le mani, recitò l’orazione: «O mio Gesù, perdonateci, liberateci dal fuoco dell’inferno, portate tutte le povere anime in cielo, specialmente quelle che hanno più bisogno». Poi aggiunse:

– Senti! Chiedi anche tu a nostro Signore che mi perdoni i miei peccati!

– Glielo chiederò, certo, sta tranquillo. Se nostro Signore non te li avesse già perdonati, la Madonna non avrebbe detto proprio l’altro giorno a Giacinta che sarebbe venuta a prenderti tra poco per portarti in cielo. Adesso io vado a messa e là pregherò Gesù nascosto per te.

– Senti! Chiedi al signor priore se mi dà la santa comunione.

– Ma certo.

Quando tornai dalla chiesa, Giacinta si era già alzata, e stava seduta sul suo letto. Quando mi vide, mi domandò:

– Hai pregato Gesù nascosto che il signor priore mi dia la santa comunione?

– Sì, gliel’ho chiesto.

– Dopo, in cielo, io chiederò per te.

– Come, chiederai? Se proprio l’altro giorno hai detto che non chiedevi.

– Ma quello era per farti portare in cielo tra poco! Ma, se tu vuoi, io chiedo e poi la Madonna fa come Le pare.

– Io voglio, si. Tu domanda.

– Ma si, sta tranquilla che io lo domando.

La lasciai lì e andai a fare le faccende di tutti i giorni, di lavoro e la scuola. Quando tornai, verso sera, era raggiante di gioia. Si era confessato e il signor priore gli aveva promesso di portargli il giorno seguente la santa comunione. Dopo aver fatto la comunione, il giorno seguente, diceva alla sorellina: «Oggi sono più felice di te, perché ho dentro al mio petto Gesù nascosto. Io vado in cielo, ma lassù pregherò molto nostro Signore e la Madonna che portino anche voi lassù in fretta».

Questo giorno lo passai quasi tutto insieme a Giacinta vicino al suo letto. Ormai non poteva più pregare e così ci chiese di recitare noi il rosario per lui. Dopo mi disse:

– Certamente in cielo avrò molta nostalgia di te! Oh, se la Madonna portasse anche te lassù tra poco!

– Macché nostalgia, figurati! Vicino a nostro Signore e alla Madonna, che sono così buoni!

– Giusto! Forse nemmeno me ne ricordo.

E adesso aggiungo io: «Forse non se n’è ricordato!!! Pazienza!!!».

Quando era ormai notte fatta, mi congedai da lui

– Francesco addio. Se vai in cielo questa notte, non ti dimenticare di me lassù.

– Non ti dimenticherò, no, sta’ tranquilla. – E mi prese la mano destra e la strinse con forza per un bel po’, guardandomi con le lacrime agli occhi.

– Non vuoi nient’altro? – gli domandai con le lacrime che ormai scorrevano anche a me sul viso.

– No, – mi rispose con un fil dì voce.

Siccome la scena stava per diventare troppo commovente, mia zia mi fece uscire dalla stanza.

– Allora, addio, Francesco. Arrivederci in cielo! Addio, arrivederci in cielo!…

E il cielo si avvicinava. Volò lassù il giorno dopo, nelle braccia della Madre celeste. Non se ne può descrivere la nostalgia. È una punta di tristezza che punge il cuore lungo il corso degli anni. È il ricordo del passato che echeggia sempre nell’eternità.

Era notte… e io placida sognavo che in sì festivo, sospirato giorno, celeste unione in una grande gara tra noi e gli angeli avveniva!

Che corona d’oro, nessuno immaginava, di fiorellini che la terra produceva, che uguagliasse quella che il cielo gli offriva

nell’angelica bellezza che faceva scordare la nostalgia!

Di labbra materne… delizia, sorriso, nel celeste paradiso… vive in Dio! Immerso nell’incanto di amore di delizie sovrane, passò questi anni…, sì brevi… Addio!!!

Siccome il rev. P. Galamba desidera le parole di canti profani, e già ne ho scritto alcuni nella storia di Francesco, prima d’incominciate un altro argomento, ne metto qui degli altri, perché il reverendo possa scegliere, se per caso ce n’è qualcuno che può servire a qualcosa.

LA MONTANINA

Montanina, montanina, dagli occhi castani, chi ti ha dato, o montanina, incanto sì grande? Incanto sì grande, non ho mai Visto! Montanina, montanina, abbi pietà di me!

Abbi pietà di me! Montanina, montanina, abbi pietà di me!!! Montanina, montanina, dalla gonna che svolazza, chi ti ha dato, o montanina, d’essere sì elegante?

Tanta eleganza non ho visto mai!!!

E così di seguito, fino alla fine, come la prima,

Montanina, montanina, dal petto color di rosa, chi ti ha dato o montanina, un color sì delicato? Un color sì delicato, non ho Visto mai! Ecc.

Montanina, montanina, adorna d’oro, chi ti ha dato, montanina, una gonna così scampanata?

Gonna così scampanata non ho visto mai! Ecc.

STA ATTENTA

Se vai in montagna, cammina adagio; attenzione a non cadere in qualche burrone! In qualche burrone non devo cadere, perché le piccole montanine verranno in mio aiuto. Verranno in mio aiuto, lo vogliano o no, le piccole montanine del mio cuore!!!

Verranno in mio aiuto,

verranno a curarmi:

sono le piccole montanine

buone ad amare!

Buone ad amare,

lo vogliano o no,

le piccole montanine del mio cuore!!!

Adesso, eccellenza reverendissima, verrà la pagina che mi costa di più fra quante l’eccellenza vostra mi ha fatto scrivere. Dopo che l’E.V. rev.ma, in privato, mi ha ordinato di scrivere le apparizioni dell’angelo, con tutti i suoi dettagli e particolari, e, nei limiti del possibile, perfino con le mie stesse intime reazioni, arriva il P. Galamba a chiedere anche l’ordine di farmi scrivere le apparizioni della Madonna.

«Le dia l’ordine, eccellenza», diceva poco tempo fa in Valenza il reverendo. «Eccellenza! Le faccia scrivere tutto, ma tutto. E le dica che le sarà causa di molti giri in purgatorio, il fatto di aver taciuto tante cose!».

Del purgatorio, in questo senso, non ho il minimo timore. Io ho sempre ubbidito. E l’ubbidienza non ha né pena né castigo. Prima di tutto, ho ubbidito ai movimenti intimi dello Spirito santo; poi agli ordini di coloro che a nome suo mi parlavano. Fu proprio questo il primo ordine e consiglio che, per mezzo della V.E. rev.ma, il buon Dio si è degnato di darmi. E, contenta e felice, ricordavo le parole dei tempi passati del venerabile sacerdote, il parroco di Torres Novas: «Il segreto della figlia del re è tutto nel suo intimo». E cominciando a penetrarne il senso, dicevo: «Il mio segreto è per me». Adesso non dico più così. Immolata sull’altare dell’ubbidienza, dico: «Il mio segreto appartiene a Dio. Io l’ho deposto nelle sue mani. Che ne faccia Lui quello che più gli piacerà».

Diceva dunque il rev. P. Galamba: «Eccellenza, le faccia scrivere tutto, tutto; che non nasconda nulla». E la V.E. rev.ma, assistito con certezza dallo Spirito santo, ha pronunciato la sentenza: «Questo io non lo ordino! In materia di segreto, io non mi intrometto».

Siano rese grazie a Dio! Qualsiasi altro ordine mi sarebbe stato una fonte di perplessìtà e di scrupoli. Con un ordine contrario, io avrei domandato a me stessa migliaia di volte: «A chi devo ubbidire? A Dio o al suo rappresentante? », E, senza forse trovare una soluzione, sarei restata in una situazione di vera tortura interiore!

In seguito. ì’E.V. rev.ma ha continuato a parlare in nome di Dio: «Sorella, scriva le apparizioni dell’angelo e della Madonna, perché, sorella mia, è per la gloria di Dio e della Madonna».

Come è buono Dio! Lui è il Dio della pace e per questo cammino conduce coloro che confidano in lui!

Comincio dunque il mio nuovo compito e compirò gli ordini dell’E.V. e i desideri del rev. P. Galamba. Tranne una parte del segreto, che per ora non mi è permesso rivelare, dirò tutto. Coscientemente non trascinerò nulla. Immagino che potranno sfuggirmi soltanto dei piccoli dettagli d’importanza minima. Per quel che posso calcolare a occhio e croce, ebbe luogo nel 1915 la prima apparizione di quello che io credo essere l’angelo, che non osò per allora manifestarsi completamente. Dall’aspetto del tempo, credo che saranno avvenute nei mesi tra aprile e ottobre del 1915.

A Cabeço, nel versante rivolto verso sud, al momento di recitare il rosario in compagnia di tre compagne, di nome Teresa Matias, Maria Rosa Matias sua sorella e Maria Justino, di Casa Velha, vidi che sopra il bosco della valle, che si estendeva ai nostri piedi, si librava qualcosa come una nuvola, più bianca della neve, un po’ trasparente, dai contorni umani. Le mie compagne mi domandarono che cos’era. Risposi che non lo sapevo. In giorni differenti si ripeté tre volte ‘ancora.

Questa apparizione mi lasciò nello spirito una certa impressione che non so spiegare. A poco a poco, quest’impressione andava scomparendo; e credo che se non fosse per i fatti che poi vennero dopo, col tempo l’avrei dimenticata del tutto.

Non posso precisare con certezza le date, perché in quel tempo io non sapevo ancora contare gli anni, né i mesi e nemmeno i giorni della settimana. Mi pare però che dev’essere stato nella primavera del 1916 che l’angelo ci apparve per la prima volta nella nostra Loca do Cabeço.

Ho già detto, nello scritto su Giacinta, che noi salimmo il pendio in cerca di un riparo; e che fu, dopo aver fatto lo spuntino e aver pregato, che cominciammo a vedere a qualche distanza, sopra gli alberi che si estendevano dalla parte del sole nascente, una luce più bianca della neve, dalla forma di un giovane trasparente, più brillante che un cristallo attraversato dai raggi del sole. A mano a mano che si avvicinava, noi potevamo distinguerne i lineamenti. Eravamo sorpresi e mezzo assorti. Non dicevamo parola.

Arrivato vicino a noi, disse: «Non temete! Io sono l’angelo della pace. Pregate con me!». E, inginocchiandosi in terra, curvò la fronte fino al suolo. Portati da una spinta soprannaturale, io imitammo e ripetemmo le parole che gli sentimmo pronunciare: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo. Io vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano». Dopo aver ripetuto tutto ciò tre volte, sì alzò e disse:

«Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria sono attenti alla voce delle vostre suppliche». E scomparve.

L’atmosfera del soprannaturale che ci avvolse era così intensa, che quasi non ci rendevamo conto della nostra stessa esistenza; per un bel po’ di tempo restammo nella posizione in cui ci aveva lasciato, a ripetere sempre la stessa orazione. La presenza di Dio si sentiva così intensa e intima, che nemmeno tra di noi avevamo il coraggio di parlare. Il giorno dopo, sentivamo io spirito ancora avvolto da quella stessa atmosfera che solo molto lentamente andò scomparendo.

A nessuno venne in mente di parlare di questa apparizione, e nemmeno di raccomandare il segreto. Essa lo impose da sé. Era così intima, che non era facile pronunciare su di essa la benché minima parola. Forse ci fece anche maggior impressione, perché fu la prima a svolgersi in modo così manifesto.

La seconda dovette essere nel cuore dell’estate, in quei giorni di maggior calore, in cui riportavamo a casa il gregge a metà mattina, per ridargli la via soltanto sul tardi.

Andammo dunque a passare le ore della siesta all’ombra degli alberi che circondavano il pozzo già più volte menzionato. Improvvisamente vedemmo lo stesso angelo vicino a noi:

– Che fate? Pregate! Pregate molto! I Cuori di Gesù e di Maria hanno sopra di voi disegni di misericordia. Offrite costantemente all’Altissimo orazioni e sacrifici.

– Come dobbiamo sacrificarci? – domandai.

– Di tutto quello che potrete, offrite un sacrificio in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori. Attraete così sopra la vostra patria, la pace. Io sono il suo angelo custode, l’angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi manderà.

Queste parole dell’angelo s’impressero nel nostro spirito, come una luce che ci faceva comprendere chi era Dio, che ci amava e voleva essere amato; il valore del sacrificio e quanto gli fosse gradito e che, in attenzione ad esso. convertiva i peccatori. Perciò da quel momento cominciammo a offrire al Signore tutto ciò che ci mortificava, ma senza darci da fare a cercare altre mortificazioni o penitenze, eccetto quella di passare ore a fila prostrati per terra a ripetere l’orazione che l’angelo ci aveva insegnato.

La terza apparizione, credo, che dovette avvenire in ottobre o alla fine di settembre, perché non andavamo più a passare l’ora della siesta a casa.

Come ho già detto nello scritto su Giacinta, andammo da Pregucira (è un piccolo uliveto di proprietà dei miei genitori), fino a Lapa, facendo il giro del pendio del monte dalla parte di Aljustrel e Casa Velha. Là recitammo il nostro rosario e l’orazione che ci aveva insegnato nella prima apparizione.

Eravamo dunque là, quando ci apparve la terza volta, portando in mano un calice e sopra di esso un’ostia, dalla quale cadevano dentro al calice, alcune gocce di sangue. Lasciando il calice e l’ostia sospesi per aria, ripeté tre volte l’orazione: «Santissima Trinità, Padre, Figlio, Spirito santo, vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze con cui Egli stesso è offeso. E, per i meriti infiniti del suo santissimo Cuore e del Cuore immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori». Dopo, alzandosi, riprese in mano il calice e l’ostia e diede a me l’ostia e quello che c’era nel calice lo diede a bere a Giacinta e a Francesco, dicendo contemporaneamente: «Prendete e bevete il corpo e il sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio». Nuovamente si prostrò a terra e ripeté con noi, ancora tre volte, la stessa orazione:

«Santissima Trinità, ecc.». E scomparve.

Portati dalla forza del soprannaturale che ci avvolgeva, imitavamo l’angelo in tutto, cioè, prostrandoci come lui e ripetendo le orazioni che lui diceva. La forza della presenza di Dio era così intensa che ci assorbiva e annichilava quasi completamente. Pareva privarci perfino dell’uso dei sensi corporali per un lungo periodo di tempo. In quei giorni facevamo le azioni materiali, come trasportati da quello stesso essere soprannaturale che a ciò ci spingeva. La pace e la felicità che sentivamo erano grandi, ma solo interne con l’anima completamente concentrata in Dio. Anche la spossatezza fisica che ci prostrava era grande.

Non so perché, le apparizioni della Madonna producevano in noi effetti molto differenti. La stessa gioia intima, la stessa pace e felicità. Ma invece di quella spossatezza fisica, una certa agilità espansiva; invece di quell’annichilamento davanti alla divina presenza, un esultare di allegria; invece di quella difficoltà nel parlare, un certo entusiasmo comunicativo. Ma, nonostante questi sentimenti, sentivo l’ispirazione a tacere, soprattutto certe cose. Negl’interrogatori sentivo l’ispirazione intima che m’indicava le risposte che, senza venir meno alla verità, non scoprissero quello che dovevo per allora nascondere. In questo senso mi testa un solo dubbio: «Se avrei dovuto dire tutto o no nell’interrogatorio canonico». Ma non sento scrupoli, per aver taciuto, perché in quel momento io non avevo ancora la conoscenza dell’importanza di quell’interrogatorio; e lo presi dunque come uno dei tanti a cui ero abituata. Mi sorprese soltanto l’obbligo di giurare. Ma, siccome il confessore, che me lo comandava e io giuravo il vero, lo feci senza difficoltà. Non sospettavo nemmeno in quel momento che il demonio avrebbe approfittato di questo, per tormentarmi più tardi con ‘scrupoli senza fine. Ma grazie a Dio, tutto è ormai passato.

C’è anche un ‘altro motivo che mi rafforza nell’idea che ho fatto bene a stare zitta. Durante l’interrogatorio canonico, uno degli interroganti, il rev. don Marques dos Santos, pensò che poteva allungare l’elenco delle sue domande e cominciò a scendere un po’ più a fondo. Prima di rispondere, con una semplice occhiata, interrogai il confessore. Il rev. padre mi tolse d’imbarazzo, rispondendo a nome mio. Ricordò al mio interlocutore che stava oltrepassando i limiti del diritto che gli era stato concesso.

Quasi la stessa cosa mi successe nell’interrogatorio del rev. P. Fischer. Autorizzato da V.E. e dalla rev. madre provinciale, pareva che avesse il diritto di domandarmi tutto, ma grazie a Dio venne accompagnato dal confessore. A un certo punto, una

ben calcolata domanda sul segreto. Mi sentii imbarazzata, senza sapere che cosa rispondere. Un’occhiata: il confessore mi aveva capito e rispose per me. Anche l’interrogante comprese e si limitò a darmi un buffetto sul viso con delle riviste che aveva davanti.

Così Dio mi mostrava a poco a poco che non éra ancora arrivato il momento da lui designato.

Passo dunque a descrivere le apparizioni della Madonna. Non mi trattengo a scrivere le circostanze che le precedettero né quelle che le seguirono, dato che il rev. P. Galamba mi ha fatto il favore di dispensarmi da ciò.

13 maggio 1917

Mentre stavo per giocare con Giacinta e Francesco, in cima al pendio di Cova da Iria, a fare un muretto intorno a una macchia, vedemmo, all’improvviso, qualcosa come un lampo.

– E’ meglio che ce n’andiamo a casa – dissi ai miei cugini – perché sta lampeggiando. Potrebbe venire un temporale.

– Sì, andiamo.

E cominciammo a scendere il pendio, spingendo le pecore verso la strada. Arrivati all’incirca a metà pendio, quasi vicino a un grande leccio che c’era li, vedemmo un altro lampo e, fatti alcuni passi più avanti, vedemmo sopra un’elce una Signora, tutta vestita di bianco, più brillante del sole che diffondeva luce più chiara e intensa che un bicchiere di cristallo pieno di acqua cristallina, attraversata dai raggi del sole più ardente. Sorpresi dall’apparizione, ci fermammo. Eravamo così vicini, che ci trovammo dentro alla luce che la circondava o che Lei diffondeva. Forse a un metro e mezzo di distanza, più o meno. Allora la Madonna ci disse:

– Non abbiate timore. Io non voglio farvi del male.

– Di dove siete? – le domandai.

– Sono del cielo.

– E che cos’è che volete da me?

– Sono venuta a chiedervi che veniate qui sei mesi a fila, il giorno 13 a questa stessa ora. Poi vi dirò chi sono e che cosa voglio. Poi tornerò ancora qui una settima volta.

– E anch’io andrò in cielo?

– Si, ci andrai.

– E Giacinta?

Anche lei.

– E Francesco?

– Pure, ma dovrà recitare molti rosari.

Mi ricordai allora di chiedere di due ragazze che erano morte da poco tempo. Erano mie amiche e stavano in casa mia per imparare a tessere con la mia sorella più vecchia.

– Maria das Neves è già in cielo?

– Si. (Mi pare che avrà avuto più o meno sedici anni).

– E Amelia?.

– E in purgatorio fino alla fine del mondo. (Mi pare che avrà avuto da diciotto a vent’anni).

– Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze ch’Egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?

– Si, lo vogliamo.

– Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto.

Fu al pronunciare queste ultime parole («La grazia di Dio ecc.»), che aperse per la prima volta le mani, comunicandoci una luce così intensa, come un riflesso che da esse usciva, che ci penetrava nel petto e nel più intimo dell’anima, facendoci vedere noi stessi in Dio, che era quella stessa luce, più chiaramente di quanto non ci vediamo nel migliore degli specchi. Allora, per un impulso intimo, anch’esso donato, cademmo in ginocchio e ripetemmo intimamente: «O Santissima Trinità, io vi adoro. Mio Dio, mio Dio, io vi amo nel santissimo sacramento». Passati i primi momenti, la Madonna aggiunse. «Recitate il rosario tutti i giorni, per ottenere la pace al mondo e la fine della guerra».

Subito dopo, cominciò a elevarsi serenamente, salendo verso levante, fino a scomparire nell’immensità della distanza. La luce che la circondava apriva come un sentiero tra la massa degli astri, motivo per cui alcune volte abbiamo detto di aver visto il cielo aprirsi.

Mi pare di aver già esposto, nello scritto su Giacinta, o in una lettera, che la paura che sentimmo non fu della Madonna, bensì del temporale che immaginavamo imminente; è da questo, dal temporale, che volevamo fuggire. Le apparizioni della Madonna non infondono paura o timore, bensì sorpresa. Quando domandavano se avevo avuto paura e dicevo di sì, mi riferivo alla paura che avevo avuto dei lampi e del temporale che pensavo che stesse arrivando; è da questo che volevamo fuggire, perché eravamo abituati a vedere lampi solo quando tuonava.

Anche i lampi non erano lampi propriamente detti, ma piuttosto il riflesso di una luce che si avvicinava. Proprio perché vedevamo quella luce, dicevamo a volte che vedevamo venire la Madonna. Ma propriamente, la Madonna la distinguevamo soltanto in quella luce, quando già stava sopra l’elce. Il fatto di non saperci spiegare e di voler evitare domande, fu la causa per cui a volte dicevamo che la vedevamo venire, altre che no Quando dicevamo di sì, che la vedevamo venire, ci riferivamo al fatto che vedevamo avvicinarsi quella luce che in fondo era lei. E quando dicevamo che non la vedevamo venire, ci riferivamo al fatto che propriamente la Madonna la vedevamo soltanto quando già stava sopra l’elce.

13 giugno 1917

Dopo aver recitato il rosario con Giacinta e Francesco ed altre persone presenti, vedemmo di nuovo il riflesso della luce che si avvicinava (e che noi chiamavamo «lampo»); e, subito dopo, la Madonna sopra l’elce, tutto come nel mese di maggio.

– Che cosa volete da me? – domandai.

– Voglio che veniate qui il 13 del mese che viene, che recitiate il rosario tutti i giorni e che impariate a leggere. Poi vi dirò quello che voglio.

Chiesi la guarigione di un malato.

– Se si converte, guarirà quest’anno.

– Vorrei chiederVi di portarci in cielo.

– Si, Giacinta e Francesco, li porterò tra poco. Ma tu testerai qua ancora per un po’. Gesù vuoi servirsi di te, per farmi conoscere e amare. Lui vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore immacolato.

– E io resto qui sola sola? – domandai afflitta.

– No, figlia. E tu soffri molto? Non ti scoraggiare. Io mai ti lascerò. Il mio Cuore immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà. fino a Dio. – Fu nell’istante in cui disse queste ultime parole, che aperse le mani e ci comunicò per la seconda volta il riflesso di quella luce immensa. In essa noi ci vedevamo come immersi in Dio. Giacinta e Francesco pareva che stessero nella parte di quella luce che si elevava verso il cielo e io in quella che si diffondeva sulla terra. Davanti al palmo della mano destra della Madonna c’era un cuore circondato da spine, che pareva vi stessero conficcate. Comprendemmo che era il Cuore immacolato di Maria, oltraggiato. dai peccati dell’umanità, che voleva riparazione.

Ecco, eccellenza reverendissima, a che cosa ci riferiamo quando dicevamo che la Madonna ci aveva rivelato un segreto in giugno. La Madonna non ci ordinava ancora, questa volta, di mantenere il segreto. Ma sentivamo dentro che Dio a questo ci spingeva.

13 luglio 1917

Alcuni momenti dopo essere arrivati a Cova da Iria, vicino all’elce, tra una numerosa folla di popolo, mentre dicevamo il rosario, vedemmo il riflesso della luce familiare e, subito dopo, la Madonna sopra l’elce.

– Che cosa volete da me? – domandai.

– Voglio che veniate qui il 13 del mese che viene. Che continuate a recitare tutti i giorni il rosario in onore della Madonna del rosario, per ottenere la pace al mondo e la fine della guerra, perché solo Lei li potrà aiutare.

– Vorrei chiedervi di dirci chi siete; e di fare un miracolo perché tutti credano che Voi ci apparite.

– Continuate a venire qui tutti i mesi. In ottobre dirò chi sono, quello. che voglio e farò un miracolo che tutti vedranno e potranno credere.

A questo punto feci alcune richieste, che non ricordo bene quali furono. Quel che mi ricordo è che la Madonna disse che era necessario recitare il rosario per ottenere le grazie durante l’anno. E continuò: «Sacrificatevi per i peccatori e dite molte volte, specialmente quando farete qualche sacrificio:

“O Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria!”. Mentre diceva queste ultime parole, aperse di nuovo le mani come nei due mesi passati. Il riflesso parve penetrare la terra e vedemmo qualcosa come un mare di fuoco: immersi in questo fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e negre o color bronzo, con lineamenti umani, che fluttuavano nell’incendio, sollevate dalle fiamme che da loro stesse uscivano con nugoli di fumo, e ricadevano da tutte le parti, simili al cadere di faville nei grandi incendi, senza né peso né equilibrio, tra gridi e gemiti di dolore e di disperazione, che facevano orrore e tremare di spavento. (Dev’essere stato l’impatto con questa visione, che mi fece scappare quell’«ahi», che dicono di aver sentito da me). I demoni si distinguevano per i lineamenti orribili e schifosi di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come negri carboni accesi.

Spaventati e come per invocare soccorso, alzammo gli occhi verso la Madonna, che ci disse con bontà e tristezza: «Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilite nel mondo la devozione al mio Cuore immacolato. Se faranno quello che io vi dirò, molte anime si salveranno e ci sarà pace. La guerra terminerà. Ma se non smetteranno di offendere Dio, sotto il regno di Pio XI, ne comincerà un’altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per punire il mondo dai suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e della persecuzione alla Chiesa e al santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati. Se daranno retta alle mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace. Se no, diffonderà nel mondo i suoi errori, provocando guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il santo Padre avrà molto da soffrire, e parecchie nazioni saranno annientate. Alla fine il mio Cuore immacolato trionferà. Il santo Padre mi consacrerà la Russia che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace. In Portogallo, si conserverà sempre il dogma della fede; ecc… Questo non lo direte a nessuno. Frances’co, sì, potete dirlo.

Quando recitate il rosario, dite, dopo ogni mistero: «O mio Gesù, per donateci, liberateci dal fuoco de1l’inferno, portate in cielo tutte le povere anime, specialmente quelle che hanno più bisogno». Segui un istante di silenzio e dom’andai:

– Non volete più nulla da me?

– No, per oggi non voglio più nulla. – E, come al solito, cominci elevarsi verso levante, fino a scomparire nell’immensa distanza del firmamento

13 agosto 1917

Siccome ho già parlato di quel che è avvenuto in questo giorno, non ci fermo adesso e passo all’apparizione, che avvenne a mio parere il 15, sul far della sera. Poiché ancora io non sapevo contare i giorni del mese, può darsi che io mi sbagli, ma ho l’impressione che avvenne nello stesso giorno in cui arrivammo da Vile Nove de Ourém.

Andando con le pecore in compagnia di Francesco e di suo fratello Giovanni, in un luogo chiamato Valìnhos e intuendo che qualche cosa di soprannaturale si stava avvicinando e ci avvolgeva, supponendo che la Madonna sarebbe venuta ad apparirci, e dispiacendomi che Giacinta restasse senza vederla, chiedemmo a suo fratello Giovanni che andasse a chiamarla. Siccome non voleva andarci, gli diedi due ventini e così partì correndo.

Nel frattempo, io vidi insieme a Francesco il riflesso della luce, che noi chiamavamo lampo e, arrivata Giacinta, un istante dopo, vedemmo la Madonne sopra un’elce.

Che cosa volete da me?

– Voglio che continuate ad andare e Cova da Iria il giorno tredici; che continuate a recitare il rosario tutti i giorni. L’ultimo mese farò un miracolo, perché tutti credano.

– Che cosa volete che si faccia con i soldi che il popolo lascia a Cova de Iria?

– Facciamo due bussole: una la porterai tu insieme a Giacinta e ad altre due bambine vestite di bianco; l’altra, che la porti Francesco con altri tre bambini. I soldi delle bussole sono per la festa della Madonna del rosario. Quello che avanzerà servirà per la costruzione di una cappella che mi faranno fare.

– Vorrei domandarvi la guarigione di alcuni malati.

– Si, alcuni lì guarirò quest’anno. – E, assumendo un aspetto più triste

– Pregate, pregate molto; e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno perché non c’è chi si sacrifichi e preghi per loro.

E, come al solito, cominciò ad elevarsi verso levante.

13 settembre 1917

Quando l’ora fu vicina, andai con Giacinta e Francesco, tra numerose persone, che a malapena ci lasciavano camminare. Le strade erano piene zeppe di gente perché tutti volevano vederci e parlarci. Li non c’era rispetto umano. Numerose persone, e perfino signore e signori, riuscendo ad aprirsi un varco tra la folla che si stringeva attorno e noi, venivano a prostrarsi in ginocchio davanti a noi, chiedendo che facessimo presenti alle Madonna le loro necessità. Altri, non riuscendo ad arrivare vicino a noi, gridavano da lontano: «Per amor dì Dio! chiedete alla Madonna che mi guarisca il figlio, che è zoppo! Un altro: che guarisca il mio che e’ cieco! Un altro: il mio, che è sordo! Che mi riporti mio marito, mio figlio che è in guerra; che mi converta un peccatore; che mi dia la salute, perché sono tisico, ecc. ecc.».

Lì apparivano tutte le miserie della povera umanità e alcuni gridavano perfino dalla cima degli alberi e dai muretti, dove salivano al fine dì vederci passare. Dicendo agli uni di si, dando la mano agli altri per aiutarli ad alzarsi dalla polvere della terra, andavamo avanti grazie ad alcuni signori che ci aprivano un passaggio tra la folla.

Quando leggo adesso nel Nuovo Testamento certe scene così affascinanti di quando nostro Signore passava attraverso la Palestina, mi ricordo di queste a cui ancora così piccina, nostro Signore mi ha fatto presenziare, nei poveri sentieri e strade da Aljustrel a Fatima e a Cova da Iria. E rendo grazie a Dio, offrendogli la fede del nostro buon popolo portoghese. E penso: «Se questa gente sì umilia così davanti a tre poveri bambini, solo perché ad essi è concessa misericordiosamente la grazia di parlare con la Madre di Dio, che cosa non farebbero se vedessero davanti a sé Gesù Cristo in persona?

Comunque tutto questo non c’entra niente qui; è stata più che altro una distrazione della penna che mi è andata dove io non volevo. Pazienza! Una cosa inutile in più; non la tolgo per non sciupare il quaderno.

Arrivammo finalmente a Cova da Iria, vicino all’elce e cominciammo a dire il rosario con il popolo. Poco dopo vedemmo il riflesso della luce e, subito dopo, la Madonna sull’elce.

– Continuate a recitare il rosario, per ottenere la fine della guerra. In ottobre verrà anche nostro Signore, la Madonna dei dolori e del Carmine, S. Giuseppe col bambino Gesù, per benedire il mondo. Dio è contento dei vostri sacrifici, ma non vuole che dormiate con la corda. Portatela solo durante il giorno.

– Mi hanno chiesto di chiedervi molte cose: la guarigione di alcuni malati, di un sordomuto.

– Sì, alcuni li guarirò; altri no. In ottobre farò il miracolo affinché tutti credano. – E, cominciando a elevarsi, scomparve come al solito.

13 ottobre 1917

Uscimmo di casa abbastanza presto, tenendo conto dei ritardi dell’andata. Il popolo era presente in massa. La pioggia, torrenziale. Mia madre, temendo che quello fosse l’ultimo giorno della mia vita, con il cuore a pezzi per l’incertezza di quello che sarebbe successo, volle accompagnarmi. Durante il cammino, le scene del mese passato, più numerose e commoventi. Nemmeno il fango dei sentieri impediva a quella gente d’inginocchiarsi nell’atteggia

mento più umile e supplichevole. Arrivati a Cova da Iria, vicino all’elce, spinta da un movimento interiore, chiesi al popolo che chiudessero gli ombrelli, per recitare il rosario. Poco dopo vedemmo il riflesso della luce e subito dopo la Madonna sull’elce.

– Che cosa volete da me?

– Voglio dirti che facciano qui una cappella in mio onore; che io sono la Madonna del rosario; che continuino a recitare il rosario tutti i giorni. La guerra terminerà e i militari torneranno tra breve alle loro case.

– Io avevo molte cose da chiedervi: se guarivate alcuni malati e la conversione di alcuni peccatori, ecc.

– Alcuni, sì; altri no; è necessario che si correggano; che domandino perdono dei loro peccati; – e, assumendo un aspetto più triste, – che non offendano più Dio nostro Signore, che è già molto offeso.

E, aprendo le mani le fece riflettere nel sole; e, mentre sì elevava, il riflesso della sua stessa luce continuava a proiettarsi contro il sole. Ecco, eccellenza reverendissima il motivo per cui gridai che guardassero verso il sole. Il mio scopo non era quello di richiamare l’attenzione del popolo da quella parte, perché io non mi rendevo nemmeno conto della sua presenza. Lo feci solo perché trasportata da un movimento interiore, che a ciò mi spinse.

Scomparsa la Madonna nell’immensa distanza del firmamento, vedemmo, vicino al sole, san Giuseppe col Bambino e la Madonna vestita di bianco con un manto azzurro. San Giuseppe e il Bambino parevano benedire il mondo, con dei gesti che facevano con la mano in forma di croce.

Poco dopo, svanita questa apparizione, vidi nostro Signore e la Madonna, che mi dava l’impressione d’essere la Madonna dei dolori. Nostro Signore pareva benedire il mondo, come aveva fatto san Giuseppe. Svanì questa apparizione e mi parve di vedere ancora la Madonna nelle vesti della Madonna del Carmine.

Ecco, eccellenza reverendissima la storia delle apparizioni della Madonna a Cova da Iria nel 1917. Tutte le volte che per un motivo qualsiasi dovevo parlarne, cercavo di farlo col minor numero di parole possibile, per l’ambizione di tenere soltanto per me le parti più intime, che tanto mi costava manifestare. Ma siccome esse appartengono a Dio e non a me, e Lui adesso per mezzo dellE.V. rev.ma me le domanda, eccole qui. Restituisco quello che non mi appartiene. Coscientemente non mi tengo nulla. Credo che mancheranno soltanto dei piccoli particolari, riguardo alle suppliche che io facevo. Trattandosi di cose puramente materiali, io non gli davo tanta importanza e forse per questo non mi si sono impresse tanto vivamente nello spirito. E poi erano tante, ma tante! Forse proprio la preoccupazione di ricordarmi le innumerevoli grazie che dovevo domandare alla Madonna, ha causato l’equivoco per cui io intesi che la guerra finiva proprio il giorno 13. Non poche persone si sono mostrate abbastanza meravigliate per la memoria che Dio si è degnato concedermi. Per un atto d’infinità bontà, essa è in me assai privilegiata, in tutti i sensi. Ma, trattandosi di cose soprannaturali, non bisogna meravigliarsi, perché esse si imprimono nello spirito in modo tale che è quasi impossibile dimenticarle. Almeno il significato delle cose che esse esprimono, non si dimentica mai, a meno che Dio non voglia fare dimenticare anche quello.

Mi chiede ancora il rev. P. Galamba di scrivere alcune altre grazie che siano state ottenute per intercessione di Giacinta. Ho pensato un po’ e mi ricordo di due soltanto.

La prima volta che la buona signora Emilia, di cui parlo nel secondo scritto

su Giacinta, mi venne a prendere per portarmi a Olival, alla casa del reverendo parroco, Giacinta venne con me. Quando arrivammo al paese dove viveva questa buona vedova, era sera. Nonostante questo, la notizia del nostro arrivo non tardò a divulgarsi e la casa della signora Emilia fu subito circondata da innumerevoli persone. Volevano vederci, interrogarci, chiedere grazie ecc. Viveva là una pia donna, che usava recitare il rosario in casa sua con le persone del paesetto che volevano unirsi a lei.

E così venne a chiedere di andare a casa sua a recitare il rosario. Volevamo rifiutare dicendo che l’avremmo recitato con la signora Emilia, ma le insistenze furono tante, che non ci fu altro rimedio che acconsentire. Alla notizia che andavamo, il popolo corse in massa alla casa della buona donna, allo scopo di prendere posto; e meno male che così ci lasciarono libero il cammino. Mentre eravamo in cammino, ci venne incontro una ragazza che avrà avuto circa vent’anni. Piangendo, si mette in ginocchio e chiede di entrare in casa sua a recitare almeno un’Ave Maria per il miglioramento di suo padre che da tre anni non poteva riposare, per il continuo singhiozzo.

Impossibile resistere a una scena come questa. Aiutai la povera ragazza ad alzarsi; e poiché era sera abbastanza avanzata, (camminavamo alla luce di alcune lanterne), dissi a Giacinta che restasse lì, mentre io andavo a recitare il rosario con il popolo; che al ritorno l’avrei chiamata. E lei accettò.

Al ritorno, entrai anch’io in quella casa. Trovai Giacinta seduta su una sedia, di fronte a un uomo, anche lui seduto, di aspetto non molto vecchio, ma magro e che piangeva di commozione. Lo circondavano alcune altre persone che erano, credo, della famiglia. Al vedermi, si alzò, sì congedò, promettendo di non dimenticarlo nelle sue orazioni e ce ne andammo alla casa della signora Emilia. Il giorno dopo, partimmo al mattino molto per tempo per Olival e ritornammo soltanto dopo tre giorni circa. Arrivando alla casa della signora Emilia, ecco che si fece rivedere la fortunata ragazza, già accompagnata da suo padre, dall’aspetto assai migliore, senza quell’apparenza di eccessivo nervosismo e di stanchezza veramente estrema. Venivano a ringraziare per la grazia ricevuta, perché – dicevano – non aveva più sentito quel fastidioso singhiozzo. Tutte le volte che passavo di là in seguito, sempre questa buona famiglia mi veniva a mostrare la sua riconoscenza, dicendo che era completamente guarito: che non aveva più sentito il minimo sintomo di singhiozzo.

La seconda riguarda una mia zia, sposata a Fatima, di nome Vittoria, che aveva un figlio che era un vero flgliol prodigo. Non so perché, da molto tempo aveva abbandonato la casa paterna e non si sapeva che cosa n’era stato. Afflitta, mia zia venne un giorno a Aljustrel, per chiedermi di supplicate la Madonna per questo figlio suo. Non avendomi trovata, fece la richiesta a Giacinta. Lei promise di pregare per lui.

Passati alcuni giorni, ritornò a casa a chiedere perdono ai genitori e poi venne a Aljustrel a raccontare la sua infelice avventura.

Raccontò che dopo aver dilapidato tutto quello che aveva rubato ai genitori, se re andò in giro per parecchio tempo come un vagabondo, fino a che, non ricordo per quale motivo, fu messo in prigione a Torres Novas. Un po’ di tempo dopo ch’era li, riuscì una notte a fuggire e, mentre fuggiva, di notte, corse tra monti e pinete sconosciute. Credendosi perduto deI tutto, tra la paura di essere preso e l’oscurità della notte chiusa e tempestosa, si trovò con un unico mezzo a disposizione: la preghiera. Cadde in ginocchio e cominciò a pregare. Passati alcuni minuti, diceva lui, gli apparve Giacinta, lo prende per mano e lo conduce alla strada asfaltata che va da Alqueidao a Reguengo, facendogli segno di continuare in quel senso. Quando si fece giorno, si trovò sulla strada di Boleiros, riconobbe il punto dove stava e, commosso, si diresse alla casa dei genitori.

Dunque, lui affermava che Giacinta gli era apparsa e che l’aveva riconosciuta perfettamente. Io domandai a Giacinta se era vero che era andata da lui. Rispose di no, che non sapeva dov’erano quelle pinete e monti dove lui si era perso. “Io ho solo pregato e supplicato molto per lui” perché la zia Vittoria mi faceva compassione». Ecco quello che mi rispose. Come avvenne allora tutto ciò? Non lo so. Dio lo sa.

Adesso eccellenza reverendissima, tocca al Libro «La Madonna di Fatima», del padre Luis Gonzaga Aires da Fonseca, Sj.

Il P. Galamba mi ha detto di indicarne i punti che trovassi non del tutto esatti. Trovo appena de i piccoli dettagli e mi pare che non varrebbe molto la pena di annotarli. Ma, siccome si tratta di scriverne un altro lo faccio, perché l’E.V. rev.ma lo desidera, per evitare che questo li ripeta.

Al capitolo Il, pag. 18, si dice: «Un piccolo tratto di terra incolta». Tutta incolta, no. Lì a Cova si coltivava: granoturco, patate, fagioli, grano ecc.; quello che era opportuno seminarci. Sui pendii, soprattutto in quello che sale verso la strada, c’erano alcuni lecci e ulivi, che producevano ghiande e ulive.

Al capitolo Il, pag. 19 si dice: «Guardano a destra, ecc.». No. In tal caso sarebbe a sinistra o di fronte. Il pendio che sale al posto dove ci riunivamo a giocate, era composto di varie andane o avvallamenti che lo attraversavano, lasciando soltanto un passaggio all’estremità, dal lato sinistro di chi sale. Queste andane erano formate da filari di lecci ed elci, che crescendo confusamente con la sterpaglia, formavano filari di fitti boschi, che non era facile attraversale. Da quel sentiero, che restava a destra di chi scendeva, noi scendevamo per andare verso il leccio grande, restandoci perciò l’elce proprio dalla parte sinistra.

Sì dice nel secondo paragrafo, un po’ prima, che il secondo lampo ci inchiodò immobili dov’eravamo. Anche questo non va. Il secondo, lo vedemmo in parte più o meno a metà pendio, che va dal posto delle apparizioni fino alla cima del pendio, in parte davanti al leccio grande. Continuammo insomma a camminare, fino ad incontrarci con la Madonna che era sopra il leccio.

Alla stessa pagina 19 si dice ancora: «Attoniti, volevano fuggire». Nemmeno. Mi pare di averlo già spiegato in un altro scritto. Dal momento che vedemmo la Madonna, non pensammo più a fuggire. La Madonna non è causa di paura; ma solo di sorpresa, pace e gioia.

Quando dicevamo che avevamo avuto paura, ci riferivamo alla paura che sentimmo al pensiero che sarebbe venuto un temporale, e era da questo che volevamo fuggire. Mi sembra che la Madonna, dicendoci di non aver paura, voleva tranquillizzarci dalla paura del temporale, che noi credevamo prossimo, perché eravamo abituati a vedere i lampi solo quando c’era il temporale. E, nella nostra ignoranza, non sapevamo ancora distinguere il riflesso di una luce da un lampo.

Al cap. Il, pag. 20, si dice: «Quasi della stessa lunghezza del vestito». Mi pare che bisognerebbe sopprimere questo «quasi», perché era della stessa lunghezza.

Nello stesso cap. Il, pag. 21, si dice: «E che cosa siete venuta a fare qui?». Non mi ricordo di aver fatto questa domanda.

Cap. III, pag. 29, si dice: «Subito dopo confidò loro un segreto, con proibizione rigorosa di dirlo». Come dico sopra, nella narrazione che faccio delle apparizioni, questo mese fummo noi a voler mantenere il segreto del riflesso e dei suoi effetti. Fu nel mese seguente che la Madonna c’impose il segreto.

Nella narrazione che lo scrittore fa delle apparizioni ci sono piccoli particolari che mi pare del tutto inutile star qui a indicate, perché ho già lasciato scritto tutto come avvenne. Inoltre, alcuni provengono dal modo di parlare che lo scrittore ha adottato.

Al cap. V, pag. 43, si dice: «Piangendo di paura». Giacinta pianse in prigione, per la nostalgia della mamma e della famiglia; ma durate l’interrogatorio, no.

Cap. V, pag. 46: «Il piccino lo seguì, piangendo». Non pianse.

Cap. V, pag. 47: «Andarono, correndo, a Cova da Iria». Noi andammo a Cova da Iria, dopo l’apparizione a Valinhos, soltanto alcuni giorni dopo.

Cap. VII, pag. 60, sì dice: «Il vestito ha delle righe dorate». Non aveva nessuna riga. Francesco, dicendo questo, si riferiva forse all’ondulazione della luce, che sembrava formare l’orlo del vestito.

Cap. VII, pag. 64: «Dei piccoli orecchini». Io non le ho visto orecchini. Mi ricordo che la collana d’oro, che simile a un raggio del sole più ardente, pareva che le orlasse il manto, si rifletteva, nello spazio lasciato libero dal mantello che cadeva dalla testa sulle spalle, nel brillio stesso della Madonna, facendo ondulazioni così variegate, nella luce stessa,. che a volte mi suggerì l’idea di piccoli orecchini. Credo che mi riferivo a questo, quando detti quella risposta.

Cap. VII, pag. 66: «Non lo puoi manifestare nemmeno al tuo confessore? Parve alquanto confusa e rimase in. silenzio». Rimasi perplessa, senza sapere che cosa rispondere, perché tenevo come segreto varie cose che non mi era proibito manifestare. Ma grazie a Dio che ispirò l’interlocutore a passare avanti. Ricordo che detti un sospiro di sollievo.

Cap. VII, pag. .73: «E’ così che ubbidisci ai comandi che la Madonna ti ha dato?». Restai zitta, per non incolpare mia madre, perché per allora non mi aveva ancora dato il permesso di andare a scuola. In casa dicevano che io volevo imparare a leggere per vanità. Fino ad allora quasi nessuna ragazza imparava a leggere. La scuola era solo per i ragazzi. Solo, in seguito fu aperta li a Fatima una scuola per bambine.

Cap. XIII, pag. 138, nella nota, si dice: «La rev. madre Monfalim fu presente a tutte le conversazioni dell’autore con suor Dores». Non è vero. Assistette soltanto una figlia del sig. dott. Antero de Figueredo, che lo accompagnava. La rev. madre Monfalim, allora mia superiora provinciale, si trovava a Tuy e mi scrisse di là una lettera, che m’inviò, aperta, per mezzo del signor dott. Antero de Figueredo, a Pontevedra, dove allora mi trovavo e dove ebbe luogo l’interrogatorio, che fu uno dei più difficili, attraverso i quali Dio mi abbia fatto passare.

In quella lettera la rev. madre provinciale mi dava ordine di rispondere con sincerità, verità e semplicità, a tutto ciò che il signor dott. Antero de Figueredo volesse domandarmi e che offrissi a Dio quest’atto di ubbidienza.

Il dottore, prima di consegnarmi la lettera, la lesse. E l’ordine che mi era dato, di rispondere a tutto con sincerità, per obbedienza, gli piacque e si credette perciò autorizzato a domandare tutto quello che la sua intelligenza gli poté suggerire. E come se ciò non bastasse, aveva a suo fianco la figlia a suggerirgli domande.

Da parte mia non tardai ad accorgermi fino a che punto il dottore voleva spingere il suo interrogatorio. E domandai a me stessa se proprio adesso avrei dovuto scoprire i miei segreti intimi, fino ad allora difesi con tanta cura, ad un laico che mi pareva che non solo non s’intendeva affatto di vita spirituale, ma nemmeno delle cose indispensabili alla pratica della vita cristiana. E per non fare giudizi temerari e poter accertarmi di come stavano le cose, cercai di dargli le mie risposte in un modo così preciso da strappargli la confessione della verità. Difatti, il dottore, commosso, confessò con le lacrime che gli scorrevano sul viso, più di una volta, le macchie negre della sua triste vita. A questo punto mi dispiaceva di aver dato occasioni a manifestazioni così tristi, ma era troppo tardi. E nonostante che io gli chiedessi di non manifestarmi cose di cui io m’intendevo poco o nulla, la commozione non lo lasciava star zitto e io dovetti rassegnarmi ad ascoltarle.

Frattanto, io pensavo: «Devo manifestare i miei segreti intimi a questo signore? Ipossibile. E l’ubbidienza? Non so». La rev. madre superiora della casa aveva ricevuto l’ordine dalla madre provinciale di assistere all’interrogatorio, ma non volendosi assumere responsabilità, aveva trovato la scusa che non aveva tempo e si era ritirata. Chiesi allora di uscire un momento dalla sala, e andare a far presente i miei dubbi alla reverenda madre, per chiedere consiglio. La rev. madre mi rispose che, visto l’ordine della rev. madre provinciale, non sapeva che cosa consigliarmi. Chiesi allora di parlare al confessore, ma era assente da quel posto e avrebbe tardato non so quanto tempo a tornare. Andai in cappella. Una breve supplica a Gesù Sacramentato e alla Madonna e entro di nuovo nella sala. L’interrogatorio comincia ed è tale da strapparmi tutto quello che il petto nasconde. Ma la ripugnanza a manifestarlo aumenta e la lotta tra essa e il dubbio se l’ubbidienza mi obbliga si o no a questo, aumenta sempre più. Non tardai ad accorgermi pure che quel buon signore cercava di studiarmi a fondo.

Passa il primo, passa il secondo giorno d’interrogatorio; viene il terzo e io mi trovavo sempre più perplessa. Nel pomeriggio del terzo giorno, Dio parve far brillare un raggio della sua luce. Dalla sala sentii in portineria la

voce di un sacerdote gesuita, che avevo già conosciuto a Tuy, il rev. P. Herrera. Senza perder tempo, chiedo di uscire un momento dalla sala, e vado dalla rev. madre superiora a chiedere il permesso di parlare al reverendo. Per allora io non volevo dal reverendo che questo: che mi dicesse fino a che punto l’ubbidienza mi obbligava a manifestarmi. Ma Dio voleva il sacrificio. Non si è trovato anche Lui da solo nell’orto degli ulivi? E anche oggi non si trova altrettanto solo in tanti tabernacoli abbandonati? Bisogna fargli compagnia e stare al suo fianco, non solo nello spezzare il pane, ma anche nel bere il calice.

E fu certamente per questa disposizione dell’alto che la reverenda madre superiora mi negò il permesso di parlare al venerabile sacerdote gesuita. Col cuore più oppresso che quando n’ero uscita, entro di nuovo nella sala. L’interrogatorio continua, sempre più minuzioso. Arriva il quarto giorno, più buio che i tre già passati. Nella comunità c’è abbastanza malumore. in casa c’era molto lavoro e io non facevo niente. Secondo loro a me piaceva il dolce far niente e stare in salotto. Per questo io non mi decidevo a sbrigare i visitatori. Anche la rev. madre superiora manifestava ormai il suo malcontento. E, oh, mio Dio!, se avessero potuto leggermi nel cuore, avrebbero visto che io preferivo, se avessi avuto possibilità di scelta, uno spazzolone da passare in casa, alla poltrona in cui mi vedevano così comodamente seduta. Ma è necessario che l’alito delle creature non appanni lo specchio che brilla agli occhi di Dio. E poi, io lo confesso: se non fosse per la parola «ubbidienza», che la madre provinciale mi aveva scritto nella lettera, l’interrogante avrebbe dovuto ritirarsi il primo giorno, con l’elenco delle domande che aveva portato con sé, come gli era già successo un, anno prima.

Che cosa devo fare? – domandavo a me stessa, senza trovare una soluzione. L’interrogatorio pareva ancora lontano dalla fine. Grazie a Dio, nel pomeriggio di quel giorno, capitò un messaggero fidato per Tuy. Scrivo in fretta, in un foglio di carta, le principali difficoltà in cui mi trovavo e le mando alla reverenda madre provinciale, e chiedo il favore di una risposta urgente per telefono. Il giorno dopo, alle nove di mattina, la rev. madre maestra Lemos, a nome della rev. madre provinciale, mi dava la risposta per telefono. «Potevo – mandava a dire la reverenda – nascondere tutto quello che non volessi manifestare. Quanto a mandar via l’interlocutore, questo no. È necessario soddisfare a tutte le domande che il dottore vorrà fare, ci metta tutto il tempo che ci vorrà».

Bene! Con questa risposta cominciai un quinto giorno molto più sereno. Che cosa m’importa la guerra che il demonio suscita fuori, se ho dentro al l’anima la certezza che sto facendo la volontà di Dio, manifestata dalla obbedienza?

L’interrogatorio continua ancora per alcuni giorni e alla fine, per consiglio

del confessore che era arrivato proprio quel giorno, impongo con fermezza all’interrogante la proibizione assoluta di pubblicate o manifestare una qualsiasi cosa di tutto quello che gli avevo manifestato, senza sottometterlo alla approvazione dell’eccellenza vostra e della reverenda madre provinciale. Il buon signore parve non gradire la proposta e cercare di ritirarla. Mi vidi allora obbligata a mostrargli una faccia un po’ dura; ma con la forza che il divino Spirito santo comunica, mi mantanni incrollabile fino alla fine.

Eccellenza reverendissima, ecco come si svolse l’interrogatorio del signor dott. Antero de Figueredo. Come la V.E. rev.ma vede, fu quello in cui mi trovai più sola con Dio. Durante il suo svolgimento, c’era anche un altro dubbio che mi tormentava: era la mancanza di autorizzazione da parte dell’E.V. rev.ma. Io domandavo a me stessa: «La reverenda madre provinciale avrà chiesto autorizzazione al vescovo per darmi quest’ordine? Sua ecc. rev.ma sarà contento che mi assoggetti a quest’interrogatorio senza la sua autorizzazione? E l’ordine che S.E. rev.ma mi ha dato di non parlare di queste cose?». A causa di tutti questi dubbi, scrissi alla V.E. rev.ma, informandola di tutto. Il buon Dio credette opportuno permettere che V.E. rev.ma non mi rispondesse a quella lettera e io abbandonai tutto nelle sue mani.

Cap. VII, pag. 77 «Arrivarono i pastori, vestiti un po’ meglio. Il vestito delle bambine, celesteazzurro, con velo bianco; e, sopra il velo, una corona di fiori ecc.». Mi pare che questo non è vero. Conservo il ricordo che effettivamente capitò là una donna, che ci voleva vestire così, ma noi non accettammo. Quel che mi ricordo bene di quel giorno è che arrivai a casa senza le mie trecce, che mi arrivavano abbastanza sotto la cintola; e il dispiacere che mia madre mostrò, quando mi vide che avevo meno capelli perfino di Francesco. Chi me li rubò? Non lo so. In mezzo alla calca, non mancarono le forbici e nemmeno le mani dei ladruncoli. Il fazzoletto, anche senza che me lo rubassero, era facile perderlo. Le trecce, negli ultimi due mesi, erano state abbastanza spuntate. Pazienza. Nulla è mio. Tutto appartiene a Dio. Che ne disponga dunque Lui come più gli piace.

Cap. IX, pag. 87: «La Madonna riapparirà di nuovo? Penso che non riapparirà». Mi riferivo alle apparizioni nel giorno 13, secondo il sistema dei mesi precedenti. E in questo senso pensai che fosse stata fatta anche la domanda.

C’è ancora una domanda, che varie volte mi è stata fatta e a cui ho risposto soltanto col silenzio o con un sorriso.

Mi fu fatta anche dal signor dott. Antero de Figueredo, al quale risposi col minor numero di parole possibile, tanto che anche il dottore rimase senza capire il vero senso del mio modo di fare. E questo era quello che io desideravo.

A quasi tutti quelli m’interrogavano ho dato l’impressione che al momento di essere interrogata, io abbasso gli occhi e mi concentro in modo tale, che sembra che non faccio attenzione alla domanda che mi è rivolta. A volte, alcuni ripetono perfino la domanda, credendo che io non li abbia sentiti. Al dott. Antero de Figueredo risposi che io stavo cercando di ricordate quel che era avvenuto nei riguardi della domanda che mi era fatta. In verità, così era; ma il vero motivo del mio modo di fare era cercare nel fondo della mia coscienza e nell’assistenza del divino Spirito santo, una risposta che senza scoprire tutta la realtà, fosse di accordo con la verità.

Devo rispondere ancora ad un’altra domanda del rev. P. Gaiamba: «Che cosa sentivano le persone vicino a Giacinta?». La risposta è difficile, perché ordinariamente io non so che cosa avviene nell’intimo degli altri; e perciò non conosco i loro sentimenti. Posso dunque soltanto dire qualche cosa di quello che io stessa sentivo e descrivere qualche manifestazione esteriore dei sentimenti delle altre persone. Quello che io sentivo era ordinariamente quello che si sente vicino a una persona santa che in tutto pare comunicare con Dio.

Giacinta aveva un portamento sempre serio, modesto e gioviale, che pareva tradurre la presenza di Dio in tutti i suoi atti, proprio di persone già avanzate in età e di grande virtù. Non ho mai notato in lei quell’eccessiva leggerezza o entusiasmo, proprio dei bambini, per gli ornamenti e i giochi. Questo, dopo le apparizioni; perché, prima, era il numero dell’entusiasmo e deI capriccio. Non posso dire che gli altri bambini corressero da lei come lo facevano con me. E questo forse perché lei non sapeva tante canzoni e storielle da insegnare loro e da intrattenerli. O anche perché la serietà del suo portamento era troppo superiore alla sua età. Se in presenza sua qualche bambino o anche persone grandi dicevano qualche cosa o facevano qualche azione meno conveniente, le riprendeva dicendo: «Non fate così, perché offendete Dio nostro Signore; e Lui è già anche troppo offeso!».

Se la persona o il bambino la rimbeccava, chiamandola «falsa beata» o «santarella di legno tarlato» o qualcosa di simile, cosa che succedeva parecchie volte, lei li guardava con una certa severità e, senza dire parola, si allontanava.

Può darsi che fosse questo uno dei motivi per cui non godeva di maggior simpatia. Se c’ero io con lei, lì si riunivano subito decine di bambini; ma, se io me ne andavo, presto lei restava sola. Eppure, quando stavano con lei, pareva che amassero la sua compagnia. L’abbracciavano con gli abbracci propri dell’affetto innocente; e si divertivano a cantare e a giocare con lei. A volte mi chiedevano di andarla a chiamare quando non c’era; e se io dicevo loro che lei non voleva venire, perché loro erano cattive, mi promettevano

che sarebbero state buone se lei fosse venuta: «Va’ a chiamarla e dille che saremo buone se lei viene».

Durante la malattia, quando a volte andavo a visitarla, trovavo fuori della porta un bel gruppo che aspettava me, per entrare a vederla. Pareva che un certo rispetto le trattenesse. Prima di andarmene via, a volte le domandavo:

– Giacinta! Vuoi che dica a qualcuna di restare qui con te a farti compagnia?

– Si, volentieri. Ma di quelle più piccine di me. – Allora tutte gareggiavano a dite: «Ci resto io, ci resto io!». Poi le intratteneva, insegnando loro il Padre nostro, l’avemmaria, a fare il segno della croce, a cantare; e, sopra il suo letto o seduti sul pavimento, in mezzo alla casa, se lei era in piedi, giocavano ai sassetti, servendosi, a questo scopo, di mele piccine, di castagne, di ghiande dolci, di fichi secchi ecc., tutte cose che mia zia non faceva loro mancare, perché facessero compagnia alla sua bimbetta.

Recitava con loro il rosario, le consigliava a non fare peccati, per non offendere Dio nostro Signore e non andare all’inferno. Alcune passavano lì mattinate o serate intere o quasi, e pareva che si sentissero felici vicino a lei. Ma dopo essersene andate via, non avevano il coraggio di tornare di nuovo, con quella fiducia che sembrerebbe naturale tra bambini. Alcune volte venivano a cercarmi e a chiedermi di entrare con loro. Altre volte mi aspettavano vicino alla casa o magari fuori dalla porta aspettavano che mia zia o Giacinta stessa le chiamassero e le invitassero a entrare e a stare con lei. Pareva che amassero lei e la sua compagnia, ma si sentivano trattenute da una certa timidezza o rispetto che le manteneva a una certa distanza.

Anche le persone grandi andavano a visitarla, mostravano ammirazione per il suo atteggiamento, sempre uguale, paziente, senza il minimo lamento o la minima esigenza. Nella posizione in cui la madre la lasciava, così rimaneva. Se le domandavano se stava meglio, rispondeva: «Sto come al solito»; oppure: «Mi pare che sto peggio; tante grazie». Con un’aria ben più triste, stava in silenzio davanti a chi la visitava. Le persone si sedevano li vicino a lei, a volte per lungo tempo e pareva che si sentissero felici. Li avevano luogo anche minuziosi e spossanti interrogatori; e lei, senza mostrare il minimo segno d’impazienza o fastidio, dopo, mi diceva soltanto: «Ormai mi faceva tanto male la testa a sentire quella gente! Adesso, che non posso fuggire per nascondermi, offro a nostro Signore tanti di questi sacrifici!». Le vicine, a volte, andavano a cucire della roba presso il suo letto e dicevano: «Vado a lavorare un po’ vicino a Giacinta. Non so che cosa lei abbia; però è bello stare vicino a lei». Portavano i figlioletti che s’intrattenevano a giocare con lei, e le madri restavano così più libere per cucire.

Alle domande che le facevano; rispondeva con parole ‘amabili, ma brevi. Se

dicevano qualche cosa che non le sembrava buona, interveniva subito: «Non dite così, perché offendete Dio nostro Signore». Se raccontavano qualcosa delle loro famiglie che non fosse buona, replicava loro: «Non permettere ai vostri figli di fare peccati, perché possono andare all’inferno». Se si trattava di adulti: «Dite loro che non facciano così, perché è peccato; perché offendono Dio nostro Signore e poi possono dannarsi». Le persone che venivano da lontano, che per curiosità o devozione venivano a trovarci, pareva che sentissero qualcosa dì soprannaturale vicino a lei. A volte, arrivando a casa mia per parlare con me, dicevano: «Abbiamo appena parlato con Giacinta e Francesco; vicino a loro si sente un non so che di soprannaturale». A volte pretendevano perfino che io spiegassi loro da che cosa proveniva questo sentimento. Siccome non lo sapevo, io alzavo le spalle e stavo zitta. Non poche volte ho sentito parlare di questo.

Un giorno arrivarono a casa mia due sacerdoti e un signore. Mentre mia madre andò ad aprire la porta e li fece sedere, salii in soffitta a nascondermi. Mia madre, dopo averli ricevuti, li lasciò soli, per venire a chiamate me in cortile, dove mi aveva appena lasciato. Non trovandomi, continuò a cercarmi. Frattanto quei buoni signori stavano commentando il fatto: «Vediamo un po’ che cosa ci dice questa qui». Diceva il signore:

– Io sono rimasto impressionato dall’innocenza e dalla sincerità della piccola Giacinta e del fratellino. Se questa non li contraddice, io ci credo. Non so quel che ho provato vicino a quei due piccoli.

– Pare che lì si senta qualcosa di soprannaturale. – Aggiunse uno dei sacerdoti.

– Mi ha fatto molto bene all’anima parlare con loro.

Mia madre non mi trovò e quei bravi signori dovettero rassegnarsi a partire senza parlarmi.

– A volte – aveva detto loro mia madre – se ne va là di il a giocare con gli altri bambini e non c e verso di trovarla.

– Ci dispiace molto! Siamo stati molto contenti di parlare con i due piccini e volevamo parlare anche con sua figlia; ma torneremo un’altra volta.

Una domenica le mie amiche di Moita Maria, Rosa e Ana Caetano e Maria e Ana Brogueira, dopo la messa, vennero a chiedere a mia madre che mi lasciasse andare a passare il giorno con loro. Ottenuto il permesso, mi chiesero di portare con me Giacinta e Francesco. Ottenuto il permesso di mia zia, andammo a Moita. Dopo il pasto, Giacinta cominciò a lasciar cadere la testolina per il sonno. Il signor José Alves ordinò a una delle sue nipoti di farla coricate nel suo letto. Dopo poco, dormiva profondamente. Cominciò a riunirsi la gente del luogo per passare il pomeriggio con noi; e, per il desiderio di vederla andarono a spiare per vedere se si era già svegliata. Restarono meravigliati a vederla dormire un pesantissimo sonno, il sorriso sulle labbra, con l’aspetto d’angelo, le mani’ne giunte e rivolte al cielo. La stanza si riempì in fretta di curiosi. Tutti volevano vederla e a stento alcuni uscivano per lasciar entrare gl’i altri. La moglie del signor José Alves e le nipoti dicevano: «Quella li è un angelo». E, prese da un certo rispetto, restarono in ginocchio, vicino al letto, finché io, verso le quattro e mezza andai a chiamarla per andare a recitare il rosario a Cova da Iria e dopo andarcene a casa. Le nipoti del signor José Alves sono state sopra menzionate col nome di Gaetano.

Francesco era anche da questo punto dì vista un po’ differente. Sorrideva sempre, era sempre amabile e condiscendente, giocava con tutti i bambini indistintamente. Non rimproverava nessuno. Soltanto qualche volta si ritirava in disparte, quando vedeva qualcosa che non andava bene. Se gli domandavano perché se ne andava, rispondeva: «Perché voi non siete buoni»; oppure:

«Perché non voglio giocare più». Durante la malattia, i bambini entravano e uscivano dalla sua stanza con la più grande libertà; gli parlavano dalla finestra della stanza; gli domandavano se stava meglio ecc. Se gli si domandava se voleva che qualche bambino restasse vicino a lui a fargli compagnia, rispondeva di no; che preferiva restare solo. «Mi piace soltanto – diceva a volte – che stiate qui tu e Giacinta».

Davanti alle persone grandi che lo andavano a trovare, stava in silenzio e rispondeva a quel che gli domandavano con poche parole. Le persone che io visitavano, tanto quelle della montagna, come quelle di fuori, si sedevano vicino al suo letto, a volte per lungo tempo e dicevano: «Non so che cos’ha Francesco! Ci si sente bene qui!».

Alcune vicine commentavano un giorno con mia zia e mia madre, dopo essere state un bel pezzo nella stanza di Francesco: «E’ un mistero che non si riesce a capire! Sono bambini come gli altri, non dicono niente, e vicino a loro si sente un non so che differente da tutti gli altri! ». «Pare che si sente, entrando nella stanza di Francesco, quello che si sente entrando in chiesa», diceva una vicina di mia zia di nome Romana, e che diceva di non credere assolutamente nei fatti. In questo gruppo ce n’erano ancora tre: una era la moglie di Manuel Faustino; un’altra di José Marto e l’altra, di José Silva.

Non mi sorprende che le persone provassero questi sentimenti, abituate a trovare in tutti soltanto il materialismo di una vita caduca e peritura. Mentre la semplice vista di questi fanciulli eleva i loro pensieri: alla – Madre del cielo, con cui dicono di avere rapporti; all’eternità verso la quale sì vedono così pronti a partire, così allegri e felici; a Dio, ch’essi dicono di amare più dei genitori stessi; e anche all’inferno, dove si sentono dire che andranno, se continuano a fare peccati. Materialmente sono, come si dice, bambini come gli altri. Ma se questa brava gente, così abituata a vedere soltanto il lato

materiale della vita, sapesse elevare un po’ lo spirito, vedrebbero, senza difficoltà, che in essi c’era qualcosa che li distingueva abbastanza.

Mi viene adesso in mente un altro fatto che ebbe a che fare con Francesco e ne prendo nota. Entrò un giorno, nella stanza di Francesco, una donna di Casa Velha, chiamata Mariana, che affitta perché il marito aveva cacciato di casa un figliolo, chiedeva la grazia della riconciliazione del figlio col padre. Francesco le rispose: «State tranquilla. Tra poco vado in cielo e quando arriverò lassù, chiederò la grazia alla Madonna». Non mi ricordo bene quanti giorni a mise ancora per andate in Cielo, ma quel che ricordo è che nel pomeriggio del giorno in cui Francesco morì, il figlio chiese per l’ultima volta perdono al padre, che gliel’aveva già negato una volta, perché lui non voleva assoggettarsi alle condizioni imposte. Sì sottomise a tutto quello che il padre gl’ìmponeva e fu ristabilita la pace in quella casa. Una sorella di questo giovane, di nome Leocadia, si sposò in seguito con un fratello di Giacinta e Francesco e adesso è madre di quella nipote di Giacinta e Francesco, che l’E.V. rev.ma ha visto entrare, tempo fa, a Cova da Iria, tra le religiose Dorotee.

Mi pare, eccellenza reverendissima, di aver scritto tutto quello che l’E.V. rev.ma per ora mi ha comandato. Fino ad ora avevo fatto tutto il possibile per nascondere quello che le apparizioni della Madonna a Cova da Iria avevano di più intimo. Tutte le volte che mi sono vista costretta a parlarne, ho cercato di sfiorarle appena, per non scoprire ciò che io tanto desideravo tenere riservato. Ma adesso l’obbedienza mi ha obbligata a questo ed eccolo! E io testo come uno scheletro, spoglio di tutto e perfino della vita stessa,:

messo al Museo nazionale, a ricordare ai visitatori le miserie e il nulla di tutto quello che passa. Così spogliata, resterò nel museo del mondo, ricordando a quelli che passano, non la miseria e il nulla, ma la grandezza delle divine misericordie.

Che il buon Dio e l’immacolato Cuore di Maria si degnino di accettare i poveri sacrifici che sì sono degnati di chiedermi, per ravvivare nelle anime lo spirito di fede, di fiducia e di amore.

Tuy, 8 dicembre, 1941.

TERZA PARTE DEL «SEGRETO»

«J.MJ. la terza parte del segreto rivelato il 13 luglio 1917 nella Cova di Iria, Fatima.

Scrivo in atto di obbedienza a Voi mio Dio, che me lo comandate per mezzo di sua Ecc.za Rev.ma il Signor Vescovo di Leiria e della Vostra e mia Santissima Madre.

Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto al-la cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.

Tuy -1-1944».

 

LUCIA RACCONTA FATIMA (quarta memoria)ultima modifica: 2012-11-28T07:19:26+01:00da giuliusvinco56